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Giovanni Boccaccio: vita e opere tra Napoli e Firenze

7 ore fa
Tempo di lettura: 8 min

Se si chiede a uno studente chi era Boccaccio, la risposta è quasi sempre una sola: l'autore del Decameron. È una verità a metà. Prima del capolavoro c'è un Boccaccio napoletano, giovane e mondano, che scrive romanzi e poemetti d'amore per una corte raffinata. C'è poi un Boccaccio fiorentino, che guarda la società dei mercanti e trasforma il racconto in specchio di un mondo. E c'è un terzo Boccaccio, quello degli ultimi anni: l'umanista che difende la poesia e tramanda Dante.


Una vita tra documenti e invenzioni

Un'avvertenza prima di cominciare. Le opere giovanili sono piene di autobiografia, e la critica antica ne ricavò una biografia romanzesca: la nascita a Parigi, Fiammetta identificata in una figlia naturale del re Roberto d'Angiò. Il Dizionario Biografico degli Italiani racconta come quel castello di congetture sia stato smontato a partire dagli studi del Billanovich. Qui teniamo separati i fatti documentati dalle letture romanzesche.


La vita

Giovanni Boccaccio nacque fra il giugno e il luglio del 1313. Il mese si deduce, con relativa certezza, dalle sue Epistole e da un passo di Petrarca; il luogo è incerto, forse Certaldo ma più probabilmente Firenze. Era figlio naturale di Boccaccino di Chellino, mercante di Certaldo trasferito a Firenze, e di una donna di cui non sappiamo nulla. Fu legittimato presto, prima che il padre sposasse, intorno al 1319, Margherita de' Mardoli. I primi rudimenti dell'istruzione glieli diede il grammatico Giovanni Mazzuoli da Strada.


Gli anni napoletani

Nell'autunno del 1327, forse, fu mandato a Napoli a imparare il mestiere di mercante: il padre dirigeva la filiale napoletana della potente compagnia dei Bardi. L'apprendistato commerciale non prese, e non prese nemmeno lo studio del diritto canonico, intrapreso per volontà paterna. Anni dopo Boccaccio avrebbe scritto che la natura lo aveva destinato sin dal grembo materno alle meditationes poetiche.

Napoli compensò tutto. A corte conobbe i dotti del gruppo angioino, dall'astronomo Andalò di Negro a Dionigi di Borgo San Sepolcro, e allo Studio seguì le lezioni del giurista poeta Cino da Pistoia. Lui, borghese, si vantò più tardi di aver vissuto a Napoli "intra nobili giovini", ricevuti in una casa "splendida assai". In questo mondo prese corpo la figura di Fiammetta, la donna amata che dà il nome e la voce a diverse opere. Chi fosse davvero non si sa: l'identificazione tradizionale con una figlia naturale di Roberto d'Angiò non ha fondamento genealogico ed è oggi scartata.


Il ritorno a Firenze

Nell'inverno del 1341 Boccaccio lasciò Napoli e rientrò nella casa del padre. Contarono il raffreddamento dei rapporti tra Firenze e la corte angioina e le strettezze economiche della famiglia. Alla memoria delle "delizie mondane" napoletane contrapponeva, nelle lettere, l'uggia della nuova casa, "oscura e muta e molto trista".

Negli anni seguenti si mosse ancora: a Ravenna, alla corte di Ostasio da Polenta (1345-46), poi a Forlì, presso Francesco Ordelaffi (1347), raccogliendo testimonianze di prima mano sugli ultimi anni di Dante. Nel 1348, l'anno della peste, era di nuovo a Firenze, dove si stabilì dopo la morte del padre, occupandosi della tutela del fratellastro Iacopo.


Firenze, il Petrarca, Certaldo

Il Boccaccio fiorentino è anche un personaggio pubblico. Tra l'agosto e il settembre del 1350 fu inviato ambasciatore in Romagna e consegnò a Ravenna, a nome della compagnia di Orsanmichele, dieci fiorini d'oro a suor Beatrice, la figlia di Dante. Nell'ottobre dello stesso anno conobbe finalmente Petrarca, che da Roma gli indirizzò l'epistola "Iohanni Boccaccii de Certaldo discipulo suo". Nel marzo del 1351 gli portò a Padova l'offerta di una cattedra nello Studio fiorentino. Ne seguirono incontri a Milano, Venezia e Padova, e una fitta corrispondenza: uno dei documenti più alti della nostra storia culturale.

Ci furono altre missioni diplomatiche, ad Avignone, nel Tirolo e a Roma, e due viaggi a Napoli, nel 1355 e nel 1362, finiti entrambi in amarezza. La primavera del 1362 portò la crisi più profonda: un monaco gli portò, a nome del certosino senese Pietro Petroni morto in fama di santità, il monito della morte incombente e il consiglio di abbandonare gli studi profani. Boccaccio pensò di bruciare tutti i suoi scritti e propose a Petrarca di vendergli la propria biblioteca. L'amico lo dissuase: la ricerca della sapienza resta il miglior presidio dell'animo nella vecchiaia.

Intanto prese gli ordini sacri e nel 1360 ottenne l'autorizzazione a ricevere benefici. Sempre più spesso si ritirò nella solitudine di Certaldo, dove prese gusto ai "grossi panni" e alle "contadine vivande". Nel 1360 chiamò a Firenze, a proprie spese, il calabrese Leonzio Pilato, per l'impresa della traduzione dei poemi omerici. Fra la fine del 1373 e l'inizio del 1374 tenne letture pubbliche dell'Inferno, nella chiesa di Santo Stefano. Morì a Certaldo il 21 dicembre 1375. Franco Sacchetti salutò la scomparsa con un verso che fece epoca: "Ora è mancata ogni poesia / E vòte son le case di Parnaso".


Le opere del periodo napoletano

Le opere napoletane hanno un tratto comune: sono la ritrascrizione dotta di un materiale cortese, ripreso dalle tradizioni romanze e dai cantari e innalzato a letteratura consapevole. In quasi tutte compare Fiammetta.


Caccia di Diana

Poemetto in diciotto brevi canti in terza rima, è l'esordio: dentro una cornice mitologica, il passaggio delle donne dal servizio di Diana a quello di Venere, campeggia un catalogo di omaggio alle dame della corte napoletana, elencate e ritratte. La datazione è incerta: termine ultimo il 1338, data più probabile intorno al 1334. Nello stile si riconosce la prova di un esordiente, tra echi danteschi e stilnovistici.


Filocolo

Databile verso il 1336-1338, è la prima prova in senso risolutamente narrativo. Narra gli amori di Florio e Biancofiore, cresciuti insieme, divisi, ricercati e riuniti dopo mille avventure. La materia è una leggenda diffusissima nell'Europa medievale, che Boccaccio volle togliere dai "fabulosi parlari degli ignoranti" e consegnare alla letteratura. È un libro dispersivo e carico di ornamento, ma contiene in nuce tutto il resto: le tredici questioni d'amore, svolte in una corte di dame nei pressi di Napoli, preparano da lontano la cornice del Decameron.


Filostrato

Poemetto in ottava rima in nove parti, forse coevo del Filocolo o anteriore, intorno al 1335. Riprende un episodio del Roman de Troie: Troiolo ama la vedova Criseida, se ne fa amare per mezzo di Pandaro, la perde nello scambio dei prigionieri e muore in battaglia dopo aver scoperto il tradimento. La dedica allude a una situazione autobiografica di passione e di gelosia, ma la trama è assai più compatta del Filocolo e i caratteri sono disegnati con precisione nuova. La fortuna fu immensa: il testo arrivò, attraverso Chaucer, fino a Shakespeare.


Teseida

Poema in dodici libri di ottave, preceduto dalla dedica in prosa a Fiammetta, databile intorno al 1339-1341. È il progetto più ambizioso degli anni napoletani: rifondare in volgare il genere epico. Teseo, le Amazzoni e la guerra contro Tebe sono la cornice di partenza, ma il cuore è un'altra storia d'amore: i due prigionieri tebani Arcita e Palemone, che dalla finestra del carcere vedono Emilia e se ne innamorano entrambi, fino al torneo che decide chi la sposerà. Le pagine più felici sono le più liriche, dense di commozione autobiografica.


Le opere del periodo fiorentino

Tornato a Firenze, Boccaccio porta con sé il mondo napoletano, ma incontra lo spirito della civiltà borghese del Comune. Le opere di questi anni sperimentano allegoria, morale e racconto, e preparano il capolavoro.


Comedia delle ninfe fiorentine, o Ameto

Composta fra il 1341 e il 1342, è la prima opera ideata dopo il ritorno. Il pastore Ameto si innamora della ninfa Lia e, nel giorno della festa di Venere, sette ninfe gli raccontano i loro amori: sette racconti dentro una cornice narrativa. Le ninfe simboleggiano le virtù cardinali e teologali, ma lo schema allegorico resta in gran parte esterno: il meglio del libro sta nelle novelle e nei toni idillici dell'innamoramento iniziale. La struttura prova in piccolo quella che fiorirà nel Decameron.


Amorosa visione

Poema in cinquanta canti in terzine, collocabile fra l'Ameto e la Fiammetta. È un sogno allegorico: una donna lucente conduce il poeta in un castello, fra i trionfi della scienza, della gloria, della ricchezza e dell'amore, fino a un giardino dove appare Fiammetta. La critica la considera la scrittura più debole del Boccaccio versificatore; resta la curiosità dell'acrostico: le iniziali delle terzine formano tre sonetti, due dedicati a "madama Maria", cioè Fiammetta, e uno ai lettori.


Elegia di madonna Fiammetta

Composta prima del 1345, è il punto d'approdo dell'esperienza giovanile. Per la prima volta è la donna a narrare in prima persona: Fiammetta, nobildonna napoletana, si rivolge alle donne innamorate e racconta il suo amore adultero per il fiorentino Panfilo, gli incontri, l'abbandono, l'attesa, fino al tentato suicidio. Il modello dichiarato è quello delle Eroidi ovidiane, ma dentro l'esercitazione rettorica vive un vero romanzo psicologico. Francesco De Sanctis la definì "una pagina di storia intima dell'anima", e la critica vi vede la prima grande anticipazione delle figure tragiche del Decameron.


Ninfale fiesolano

Poemetto in ottava rima, quasi certamente l'ultima delle opere minori composte prima del Decameron. Racconta l'amore del pastore Africo per la ninfa Mensola e ne ricava una leggenda eziologica: l'origine dei torrenti Africo e Mensola nei colli di Fiesole. È il punto d'arrivo del narratore in versi: la sicurezza dell'invenzione e la gamma dei toni, dal lirico al malizioso, preannunciano la mano del Decameron.


Decameron

Il capolavoro fu scritto in un breve giro di anni, fra il 1349 e il 1353, secondo l'ipotesi più attendibile. La cornice è la peste del 1348: la descrizione del contagio e del disfacimento di ogni norma di vivere civile fa da sfondo di morte all'invenzione. Sette fanciulle e tre giovani, incontratisi per caso in Santa Maria Novella, si ritirano per dieci giorni in una villa in collina e si raccontano cento novelle, dieci per giornata, sul tema proposto da chi quel giorno regge la brigata. Sullo sfondo della strage, i dieci giovani incoronati di fronde di quercia: "chi scontrati gli avesse, niun'altra cosa avrebbe potuto dire se non: o costor non saranno dalla morte vinti, o ella gli ucciderà lieti".

Dentro la cornice si muove la società contemporanea, quella dei mercanti e dei cambiatori frequentati negli anni dell'apprendistato. I nomi dei narratori richiamano le opere giovanili, ma i loro caratteri si sono smorzati in un tono di reminiscenza lontana. Il Decameron è passato nella memoria come un repertorio di situazioni comiche e licenziose, ma la critica vi legge un messaggio profondamente serio: il richiamo a un concetto sereno e coraggioso della vita, indulgente verso le passioni e aspro contro ogni ipocrisia. Per ampiezza del disegno non trova paragone, nella nostra letteratura, che con la Commedia di Dante. Al capolavoro dedicheremo un articolo proprio, con l'analisi delle novelle: qui lo lasciamo al suo posto nel percorso.


Il terzo Boccaccio: gli anni umanistici

Dopo il 1353 l'inventore di favole lascia il posto al dotto. Sono del terzo Boccaccio il Trattatello in laude di Dante, la prima grande biografia spirituale dell'Alighieri, la Genealogia deorum gentilium, che negli ultimi due libri difende la poesia contro giuristi e teologi, il De casibus virorum illustrium, il De mulieribus claris e le Esposizioni sopra la Comedia, nate dalle letture pubbliche dell'Inferno. È suo il vanto, scritto in vecchiaia, di aver riportato per primo, a proprie spese, i libri di Omero in Toscana. Un solo intento tiene insieme quest'ultima stagione: ritrovare il valore morale ed educativo della poesia.


Una chiave di lettura finale

Leggere Boccaccio solo attraverso il Decameron significa perdersi la strada che porta al capolavoro. I romanzi napoletani sono il laboratorio dove la materia cortese e popolare impara a diventare racconto: chi accosta le tredici questioni d'amore del Filocolo, o la voce della Fiammetta abbandonata, al capolavoro vede lo stesso istinto narrativo crescere di libro in libro. Cambia la libertà, non la mano.

Un consiglio pratico: prima di entrare nel Decameron, leggere l'Elegia di madonna Fiammetta. È breve, sorprendentemente moderna, e insegna la misura psicologica che tiene in piedi le novelle migliori. E ricordare il terzo Boccaccio: chi difende la poesia come linguaggio di verità è lo stesso che ha raccontato le beffe di Frate Cipolla e il dolore di Lisabetta. Le tre vite del certaldese si reggono su un filo solo: il racconto come modo più alto di conoscere gli uomini.

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