La Commedia di Dante: struttura, viaggio e significato
Aggiornamento: 3 giorni fa
Un uomo si perde in un bosco e finisce per vedere Dio. In una frase, la Commedia è questo. In mezzo ci sono quasi quattordicimila versi, un viaggio attraverso tutto l'aldilà cristiano e una galleria di personaggi che ancora oggi sembrano vivi.
Il poema è la lettura più impegnativa della scuola italiana, ma anche la più ripagata.
Titolo e datazione
Dante lo chiamò Comedìa. Nell'Inferno usa la parola “comedìa” per il proprio poema, e il titolo spiega la scelta: una storia che comincia in un luogo orribile e finisce bene. L'aggettivo “divina” è venuto dopo. Si lega a Boccaccio, che ammirò e commentò il poema, e si impose a stampa nel Cinquecento.
Le date sono discusse, e conviene dirlo subito. Dante cominciò probabilmente l'Inferno nei primi anni dell'esilio, tra il 1304 e il 1308 circa. Le datazioni più accettate collocano il Purgatorio intorno al 1313-1315 e il Paradiso negli anni successivi, fino alla morte a Ravenna nel 1321. Si tratta di stime, e gli studiosi non concordano su tutti gli estremi.
Il poema nasce dunque dall'esilio. Dante, bandito da Firenze nel 1302, scrive lontano dalla città che ha amato e da cui è stato cacciato. Questa ferita attraversa tutta l'opera.
Come è costruito
La Commedia si divide in tre cantiche: Inferno, Purgatorio e Paradiso. Ogni cantica ha 33 canti, ma l'Inferno ne ha uno in più, il primo, che fa da introduzione a tutta l'opera. Il totale è 100 canti. Il numero non è casuale: il tre ricorda la Trinità, il dieci è nella tradizione medievale un numero perfetto, e cento è dieci per dieci.
Il verso è l'endecasillabo, cioè un verso di undici sillabe. I versi sono legati in terzine con rima incatenata, secondo lo schema ABA, BCB, CDC. La rima centrale di una terzina ritorna nella successiva, e così la catena avanza. Ogni cantica si chiude con la stessa parola, “stelle”. La tradizione attribuisce a Dante l'invenzione della terzina.
Il totale dei versi è 14.233, con piccole differenze di conto tra le cantiche: circa 4.700 nell'Inferno, 4.750 nel Purgatorio e 4.750 nel Paradiso. Il canto più corto e quello più lungo variano di poco, così il poema ha una forma regolare, quasi architettonica.
La lingua è il volgare fiorentino, ma arricchito di latinismi, termini tecnici e parole di altri dialetti. Dante sceglie il volgare mentre il latino è la lingua della cultura alta. È una scelta di grande peso, che ha contribuito a fare di quel volgare la base dell'italiano letterario.
Il viaggio e la sua cornice
Il poema è raccontato in prima persona. Il protagonista, Dante personaggio, si smarrisce in una selva oscura. Il testo comincia così, nei primi versi dell'Inferno:
Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura, ché la diritta via era smarrita.
“Nel mezzo del cammin” indica i trentacinque anni, la metà della vita media secondo la Bibbia, e rinvia al 1300, l'anno in cui il viaggio è ambientato. Il 1300 è anche l'anno del primo Giubileo, indetto da Bonifacio VIII. Dante nasce nel 1265, e dunque nel 1300 ha appunto trentacinque anni.
Il viaggio dura una settimana, intorno alla Pasqua del 1300. Sul giorno esatto di partenza gli studiosi discutono (si parla di un venerdì santo, ma le ricostruzioni non coincidono). La struttura narrativa è chiara: dalla selva, tre fiere gli sbarrano la strada su un colle. Appare allora Virgilio, mandato in suo soccorso, che gli propone di attraversare l'Inferno e il Purgatorio. Dall'alto, nel Paradiso, lo prenderà in carico un'altra guida.
Le guide sono tre:
Virgilio rappresenta la ragione umana e accompagna Dante fino alla cima del Purgatorio.
Beatrice, la donna amata da Dante e morta nel 1290, lo guida nei cieli.
San Bernardo di Chiaravalle lo accompagna nell'ultimo tratto e prega per lui la Vergine.
Ognuna ha una funzione: quello che la ragione può fare, la ragione fa, il resto è grazia.
Il viaggio è anche una conversione. Dante parte smarrito e si ritrova capace di vedere, e di dire, ciò che è ineffabile. Il poema è insieme racconto e autobiografia spirituale.
Il sistema dell'oltretomba
L'aldilà dantesco è un edificio con una geometria precisa. Si può seguire con tre immagini: una voragine, una montagna, una serie di cieli.
L'Inferno è una voragine a forma di imbuto, aperta nell'emisfero boreale sotto Gerusalemme dalla caduta di Lucifero, e nove cerchi scendono verso il centro della Terra. All'ingresso c'è la porta con la celebre iscrizione:
Per me si va ne la città dolente, per me si va ne l'etterno dolore, per me si va tra la perduta gente.
Nel testo la scritta si chiude con il verso più citato del poema, “Lasciate ogne speranza, voi ch'intrate” (Inferno III, 9). Prima dei cerchi c'è l'antinferno, dove stanno gli ignavi, quelli che vissero “sanza 'nfamia e sanza lodo” (Inferno III, 36). Poi i cerchi: nell'ordine si va dai peccati di incontinenza (come lussuria e gola) a quelli di violenza e frode. In fondo c'è Lucifero, immobile nel ghiaccio. La regola che governa tutto è il contrappasso: la pena riprende il peccato per analogia o per contrasto.
Il Purgatorio è una montagna nell'emisfero australe, in mezzo all'oceano, formata dalla terra fuggita dal punto della caduta di Lucifero. Ha un antipurgatorio, sette cornici che corrispondono ai sette vizi capitali e, in cima, il Paradiso terrestre. Qui le anime non sono dannate ma si purificano, e lo fanno con speranza. È la cantica del tempo, della musica, dell'attesa.
Il Paradiso è un sistema di nove cieli, quelli dell'astronomia tolemaica (i sette pianeti, il cielo delle stelle fisse e il Primo Mobile), e poi l'Empireo, fuori dallo spazio e dal tempo. I beati risiedono tutti nell'Empireo, ma si manifestano a Dante nei diversi cieli, in modo adatto alla sua capacità di capire. È la cantica più difficile, perché deve dire con parole umane ciò che le parole non reggono.
Temi e personaggi
I temi della Commedia sono grandi ma si lasciano riconoscere.
La giustizia e il peccato. Ogni anima è dove merita di stare. Il sistema morale di Dante è in parte aristotelico e in parte cristiano, e passa per il pensiero di Tommaso d'Aquino. Il poema giudica, e lo fa con nomi e cognomi: papi, imperatori, fiorentini illustri e meno illustri.
La politica. Firenze, l'Italia divisa, il rapporto tra papato e impero. Dante vede nella corruzione della Chiesa e nelle lotte tra i comuni una delle cause del disordine. Per questo la politica entra in ogni cantica, spesso nei punti più alti.
L'amore. Dall'amore umano di Paolo e Francesca all'amore per Beatrice, fino all'amore che governa il cosmo. L'ultimo verso del poema lo dice nel modo più semplice:
l'amor che move il sole e l'altre stelle. (Paradiso XXXIII, 145)
La conoscenza. Ulisse e il suo “folle volo” sono il caso più celebre. Il desiderio di sapere è insieme ciò che fa grande l'uomo e ciò che può perderlo se non si dà un limite. L'interpretazione dell'episodio è discussa: c'è chi vi legge una condanna, chi un'ammirazione ambigua.
La poesia. Dante riflette di continuo su ciò che sta facendo. Virgilio, Stazio e i poeti dell'antichità sono modelli e maestri, e il poema discute il proprio statuto di opera letteraria.
I personaggi sono tanti, e molti restano nella memoria perché Dante li fa parlare. Alcuni esempi: Paolo e Francesca (Inferno V), Farinata (Inferno X), Ulisse (Inferno XXVI), il conte Ugolino (Inferno XXXIII), Catone, Sordello, Matelda e Beatrice nel Purgatorio, Cacciaguida e San Pietro nel Paradiso. Ognuno porta con sé una storia che il lettore può approfondire per conto proprio.
I quattro sensi
Nel Medioevo un testo si poteva leggere a più livelli. Dante lo spiega nel Convivio e, con un esempio sul Salmo “In exitu Israel de Aegypto”, nell'epistola a Cangrande della Scala. I sensi sono quattro: il letterale, l'allegorico, il morale e l'anagogico.
Applicati alla Commedia, funzionano così: il senso letterale è il viaggio di Dante nei tre regni; quello allegorico legge il viaggio come itinerario dell'umanità dal peccato alla salvezza; quello morale lo legge come cammino dell'anima del singolo; quello anagogico guarda al fine ultimo, cioè alla visione di Dio.
Va detto che l'autenticità dell'epistola a Cangrande è molto discussa. Alcuni studiosi la ritengono di Dante, altri la considerano opera di un altro autore. Il modello dei quattro sensi si ritrova però anche nel Convivio, e per questo il discorso resta valido. Va anche precisato che la Commedia non è un'allegoria uniforme: spesso il livello letterale è forte, e i personaggi restano persone prima che simboli.
La fortuna
Il poema ebbe successo subito, ancora vivente l'autore o poco dopo la morte. I primi commenti furono scritti da figure vicine a Dante, tra cui il figlio Jacopo. Nel 1373 Boccaccio tenne a Firenze le letture pubbliche sulla Commedia, e i commentatori si moltiplicarono nei secoli.
La stampa fece il resto. Tra le prime edizioni a stampa si ricorda quella di Foligno, del 1472. Nel Cinquecento Bembo e gli umanisti ebbero con Dante un rapporto complesso: il poema fu ammirato ma anche giudicato rude, e il modello linguistico dominante fu Petrarca. Con il Settecento e soprattutto con il Romanticismo la Commedia tornò al centro. Nell'Ottocento Dante diventò un simbolo dell'identità italiana, e De Sanctis ne fece uno dei cardini della sua storia della letteratura.
Nel Novecento la fortuna fu internazionale. Poeti, traduttori e scrittori di molte lingue si sono misurati con il poema, da T. S. Eliot a Borges, a Primo Levi, che ricorda Ulisse nel lager. Oggi la Commedia è tradotta in decine di lingue e resta un testo vivo, citato, riscritto, messo in scena.



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