Al cor gentil rempaira sempre amore: Analisi del testo
Pochi testi hanno cambiato la direzione della poesia italiana d'amore con la semplicità di questa canzone. L'amore, dice Guido Guinizzelli, non è un sentimento che va e viene. Sta nel cuore gentile come il verde sta nella selva, come il calore sta nel fuoco. Non può stare altrove. E il cuore gentile non è quello di chi nasce in una famiglia nobile: è quello che la natura ha creato puro e capace di accogliere l'amore.
L'autore è un poeta bolognese della seconda metà del Duecento. Le notizie sulla sua vita sono scarse e in parte incerte: la ricostruzione più diffusa lo identifica con un giudice di Bologna, costretto a lasciare la città nel 1274 e morto a Monselice nel 1276. Dell'attribuzione della canzone, invece, non si discute: il testo è assegnato a Guinizzelli in tutta la tradizione e dalla critica.
Perché questa canzone conta tanto? Perché fonda un'idea nuova. La nobiltà non si eredita con il sangue: è una qualità interiore, e l'amore ne è la prova. Su questa base la generazione successiva costruirà quella che Dante chiamerà dolce stil novo. Per questo la critica legge Al cor gentil come un manifesto.
Il metro e stile della canzone
Al cor gentil rempaira sempre amore è una canzone di sei stanze, di dieci versi ciascuna. Ogni stanza si divide in due parti. La fronte è formata da quattro endecasillabi con rime alternate, secondo lo schema ABAB. La sirma è formata da sei versi secondo lo schema cDc, EdE, con i settenari nelle posizioni dispari e gli endecasillabi nelle altre. Lo schema delle rime è lo stesso in tutte e sei le stanze. La canzone non ha un congedo metrico separato. Nella lingua restano tracce della tradizione lirica precedente. I francesismi rempaira ("torna a dimorare"), ausello ("uccello") e aigua ("acqua") ricordano la poesia provenzale, arrivata in Italia con la scuola siciliana. Il filo conduttore del componimento è invece la similitudine: quasi ogni strofa è costruita su un paragone introdotto da come.
Testo e parafrasi affiancata
Testo | Parafrasi |
Al cor gentil rempaira sempre amore come l'ausello in selva a la verdura; né fe' amor anti che gentil core, né gentil core anti ch'amor, natura: ch'adesso con' fu 'l sole, sì tosto lo splendore fu lucente, né fu davanti 'l sole; e prende amore in gentilezza loco così propïamente come calore in clarità di foco. | L'amore fa sempre ritorno al cuore nobile, come l'uccello torna al verde della selva. E la natura non creò l'amore prima del cuore nobile, né il cuore nobile prima dell'amore: come, appena fu il sole, subito il suo splendore divenne luminoso, e lo splendore non fu prima del sole. Così l'amore prende dimora nella gentilezza con la stessa precisione con cui il calore si trova nella luce del fuoco. |
Foco d'amore in gentil cor s'aprende come vertute in petra prezïosa, che da la stella valor no i discende anti che 'l sol la faccia gentil cosa; poi che n'ha tratto fòre per sua forza lo sol ciò che li è vile, stella li dà valore: così lo cor ch'è fatto da natura asletto, pur, gentile, donna a guisa di stella lo 'nnamora. | Il fuoco dell'amore si accende nel cuore nobile come la virtù si accende nella pietra preziosa. La stella non le trasmette il suo valore prima che il sole l'abbia resa nobile; dopo che il sole, con la sua forza, ha tratto fuori da lei ciò che è vile, la stella glielo dà. Così il cuore che la natura ha creato eletto, puro e nobile, la donna, simile a una stella, lo accende d'amore. |
Amor per tal ragion sta 'n cor gentile per qual lo foco in cima del doplero: splendeli al su' diletto, clar, sottile; no li stari' altra guisa, tant'è fero. Così prava natura recontra amor come fa l'aigua il foco caldo, per la freddura. Amore in gentil cor prende rivera per suo consimel loco com' adamàs del ferro in la minera. | Per questa ragione l'amore sta nel cuore nobile come la fiamma sta sulla cima della candela: vi risplende, al suo piacere, chiara e sottile; non vi resterebbe in nessun altro modo, tanto è violento. Così una natura malvagia combatte l'amore, come l'acqua fredda combatte il fuoco caldo. L'amore invece prende dimora nel cuore nobile come nel suo luogo simile a sé, così come la calamita attira il ferro nella miniera. |
Fere lo sol lo fango tutto 'l giorno: vile reman, né 'l sol perde calore; dis'omo alter: «Gentil per sclatta torno»; lui semblo al fango, al sol gentil valore: ché non dé dar om fé che gentilezza sia fòr di coraggio in degnità d'ere' sed a vertute non ha gentil core, com'aigua porta raggio e 'l ciel riten le stelle e lo splendore. | Il sole batte sul fango per tutto il giorno: il fango resta vile, e il sole non perde il suo calore. Dice l'uomo superbo: «Divenni nobile per stirpe»; ma lui somiglia al fango, e il sole al valore nobile. Non si deve credere che la gentilezza stia fuori dal cuore, nella dignità ereditata, se l'uomo non ha un cuore nobile per virtù. Sarebbe come dire che l'acqua porta in sé il raggio del sole e che il cielo trattiene le stelle e il loro splendore. |
Splende 'n la 'ntelligenzïa del cielo Deo crïator più che [']n nostr'occhi 'l sole: ella intende suo fattor oltra 'l cielo, e 'l ciel volgiando, a Lui obedir tole; e con' segue, al primero, del giusto Deo beato compimento, così dar dovria, al vero, la bella donna, poi che [']n gli occhi splende del suo gentil, talento che mai di lei obedir non si disprende. | Dio creatore risplende nell'intelligenza del cielo più di quanto il sole risplenda nei nostri occhi. L'intelligenza del cielo conosce il suo creatore al di là del cielo e, girando il cielo, si volge a obbedirgli; e come da questo segue, fin dal principio, il compimento beato del giusto Dio, così, in verità, la bella donna dovrebbe dare, poiché risplende negli occhi del suo nobile amante, il desiderio di obbedirle, che mai si allontana da lei. |
Donna, Deo mi dirà: «Che presomisti?», sïando l'alma mia a lui davanti. «Lo ciel passasti e 'nfin a Me venisti e desti in vano amor Me per semblanti: ch'a Me conven le laude e a la reina del regname degno, per cui cessa onne fraude». Dir Li porò: «Tenne d'angel sembianza che fosse del Tuo regno; non me fu fallo, s'in lei posi amanza.» | Donna, Dio mi dirà, quando la mia anima sarà davanti a lui: «Che cosa hai osato? Hai attraversato il cielo e sei venuto perfino a Me, e hai dato a Me, in cambio di apparenze, un amore vano. A Me si convengono le lodi, e alla regina del regno degno, per cui ogni frode cessa». Gli potrò dire: «Aveva l'aspetto di un angelo, come quelli del Tuo regno. Non fu colpa mia, se in lei posi il mio amore». |
Analisi del testo
La canzone apre con una tesi, non con una scena. L'amore dimora nel cuore gentile come l'uccello nel verde della selva: non ci va per caso, ci va perché quello è il suo luogo naturale. I versi successivi tolgono ogni via d'uscita. La natura non ha creato l'amore prima del cuore gentile, né il cuore gentile prima dell'amore. I due nascono insieme, come il sole e il suo splendore. Qui sta la novità. Nella tradizione cortese, codificata per esempio da Andrea Cappellano nel De amore, è l'amore che nobilita chi ama. Guinizzelli rovescia il rapporto. Non è l'amore a rendere gentile: è la gentilezza interiore che rende possibile l'amore. Non si conquista né si compra, e non dipende dalla nascita. È una qualità che la natura mette nel cuore, e l'amore la rivela.
Le immagini: la natura come dimostrazione
Il ragionamento procede per similitudini, quasi tutte introdotte da come, e prende gli esempi dalla filosofia naturale del tempo. È un metodo che ricorda la lezione scolastica più della lode poetica: Guinizzelli scrive a Bologna, la città dello studio.
Nella seconda stanza l'immagine è la pietra preziosa. La pietra non riceve la virtù dalla stella finché il sole non ha purificato ciò che in lei è vile. Soltanto dopo, la stella le trasmette il suo valore. Così il cuore che la natura ha creato puro viene acceso dalla donna, che è come una stella. Nella terza stanza il fuoco sta alla cima della candela come l'amore sta al cuore gentile, e il contrario è l'acqua che spegne il fuoco: nella natura malvagia l'amore non trova posto.
La quarta stanza contiene l'immagine più dura. Il sole batte sul fango tutto il giorno e il fango resta fango. Chi si dice nobile per stirpe è quel fango: il sole lo colpisce, non lo cambia. La nobiltà ereditata senza virtù è come l'acqua che pretendesse di portare in sé il raggio del sole, o il cielo che pretendesse di trattenere le stelle: un'assurdità, non un privilegio.
Nella terza stanza compare il termine più discusso della canzone: adamàs. La parola indica normalmente il diamante, ma la lettura più diffusa vi riconosce la calamita dei lapidari medievali, la pietra che attrae il ferro.
Il rapporto con la tradizione
Guinizzelli non scrive partendo da zero. Dalla lirica provenzale e siciliana restano i francesismi, il linguaggio della lode, il pubblico aristocratico. Cambia il registro. La canzone non celebra soltanto: dimostra. Il sonetto con cui Bonagiunta Orbicciani gli rimprovera la nuova maniera, e la risposta con cui Guinizzelli la difende, mostrano che la rottura era visibile già allora. Anche il rapporto con la cultura cortese è più complesso di una negazione: il tema della gentilezza che non dipende dalla nascita circolava già nei trattati d'amore. La novità sta nel luogo in cui Guinizzelli la mette, dentro la natura del cuore, prima che nelle convenienze sociali.
Una parte della critica collega questa polemica al mondo cittadino del Duecento, dove una nuova élite di giuristi, notai e mercanti misurava il valore nell'ingegno e non nel sangue.
Il finale: la donna-angelo
La quinta stanza porta l'argomento fino in cielo. L'intelligenza che muove il cielo obbedisce a Dio girandolo, e da questa obbedienza deriva l'ordine dell'universo. Così, per la stessa ragione, la donna che risplende negli occhi del suo amante dovrebbe suscitare in lui il desiderio di obbedirle, un desiderio che non viene mai meno. L'amore terreno viene pensato con la grammatica dell'ordine cosmico.
La sesta stanza è il momento più audace. Il poeta immagina il giorno del giudizio. Dio lo rimprovera: hai dato a una donna l'amore che dovevi a Me, hai scambiato per lei le sembianze delle cose eterne. La difesa è pronta e non è umile: la donna aveva l'aspetto di un angelo del regno di Dio. Se era come un angelo, amarla non è stato un errore. Nasce qui la figura della donna-angelo, che la poesia successiva porterà lontano: il linguaggio della sfera religiosa entra con questa forza nella lirica d'amore per la prima volta, e proprio da qui passerà Dante.
Le interpretazioni discusse
Alcuni punti della canzone non hanno una lettura unica. Conviene saperlo prima di leggerla come un testo definitivo. Chiamare Al cor gentil il manifesto dello Stilnovo è un'etichetta della critica moderna. Il termine dolce stil novo è di Dante, e Guinizzelli non conosceva né la parola né la scuola che avrebbe indicato. Nei versi 39 e 40 Il paragone finale della quarta stanza, con l'acqua che porta il raggio e il cielo che trattiene le stelle, ha ricevuto interpretazioni diverse: per alcuni è una serie di assurdità, per altri indica effetti senza sostanza.

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