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Cielo d'Alcamo: Il poeta e la sua opera

6 giorni fa
Tempo di lettura: 5 min

Aggiornamento: 3 giorni fa

Poche figure delle nostre hanno un nome così celebre e una biografia così oscura. Di Cielo d'Alcamo sappiamo con certezza, in fondo, una cosa sola: scrisse "Rosa fresca aulentissima", l'unico testo che di lui ci sia pervenuto. Tutto il resto, il nome stesso incluso, è ricostruzione. Eppure quel solo testo gli ha dato un posto di rilievo nella storia della letteratura italiana: è tra le prime attestazioni di quella linea comico-realistica che, nata nel solco della scuola siciliana, arriverà in Toscana fino a Cecco Angiolieri.

Conviene dirlo subito, per non illudere nessuno: di questo poeta non abbiamo una biografia, abbiamo un testo. Le notizie che si possono raccogliere su di lui sono poche e molto discusse.


Una vita quasi tutta da ricostruire

Il nome stesso è già un problema. La prima notizia di un poeta di nome "Cielo" ci viene dall'umanista Angelo Colocci, attivo nel Cinquecento: il nome compare tardi, e tutto ciò che si può dire del poeta si ricava dal testo, mentre Dante ne è soltanto un testimone. Anche la forma del nome è discussa. In passato prevalse la lezione "Ciullo d'Alcamo", una denominazione ottocentesca erronea e priva di conferme. Per "Cielo" si è proposto di vedervi una deformazione di "Cheli", a sua volta da "Micheli", ipocoristico di Michele. Anche il toponimo, "d'Alcamo", è incerto: potrebbe richiamare l'omonima cittadina della Sicilia occidentale, vicino a Trapani, oppure un cognome attestato a Palermo. Nessuna di queste spiegazioni è mai stata confermata, e ognuna va letta per quello che è, una congettura.


A rigore, dunque, tutto ciò che si può dire sull'attività e sulla cronologia del poeta si fonda su ciò che si ricava dall'opera. Dall'analisi del testo gli studiosi hanno tratto almeno due indicazioni: che l'autore era con ogni probabilità di origine siciliana, e che non era affatto privo di cultura. Una collocazione precisa, però, non è possibile: le fonti medievali non registrano nulla di lui, né una data di nascita, né un atto notarile, né una cronaca che lo ricordi. Su Cielo d'Alcamo non è rimasto un archivio, un documento, una biografia coeva: ci è arrivato un solo testo, e un nome che gli è stato attribuito secoli dopo.


La corte di Federico II e la scuola siciliana

Per capire in quale ambiente nacque il Contrasto conviene partire dalla corte di Federico II. Nella prima metà del Duecento, attorno all'imperatore e re di Sicilia, si raccoglie un gruppo di funzionari e letterati che scrivono in volgare: la cosiddetta scuola siciliana. Tra loro ci sono Giacomo da Lentini, a cui la tradizione attribuisce l'invenzione del sonetto, Pier delle Vigne, Rinaldo d'Aquino e Guido delle Colonne. La loro lirica d'amore riprende i modelli provenzali e li traduce in una lingua elegante, piegata alle esigenze della poesia scritta e al gusto di una corte colta.

Dentro questo paesaggio, fatto di misura e di eleganza, il Contrasto di Cielo d'Alcamo spicca come voce a sé stante: un dialogo comico, quasi giullaresco, tra un giovane che corteggia con insistenza e una donna che respinge, replica e alla fine cede. Qui l'amore non è religione né sentimento: è gioco, scambio, ironia. La donna risponde per le rime, si difende, ride in faccia al suo corteggiatore e alla fine acconsente. Nel repertorio della scuola siciliana che ci è giunto, un testo così è un'eccezione. Ed è proprio questa eccezione a renderlo prezioso: mostra l'altra faccia di quella cultura di corte, quella che sa ridere dei propri codici.


Le opere: il Contrasto "Rosa fresca aulentissima"

Il Contrasto è l'unica opera pervenutaci di Cielo d'Alcamo. Dante, nel De vulgari eloquentia (I, XII, 6), cita il testo senza nominare l'autore. Il nome dell'autore e la sua biografia restano una congettura cinquecentesca, non una certezza medievale: la firma arriva per altra via e dopo la composizione del testo.

Il testo mette in scena un dialogo tra due voci: un giovane che corteggia una donna con insistenza, quasi con spavalderia, e una donna che dapprima lo respinge con alterigia, poi replica con ironia e alla fine acconsente. La lingua è un volgare a base siciliana, ma con vistose influenze esterne: occitanismi, francesismi e tratti campani.


Il dibattito sulla datazione resta aperto: la lettura più diffusa lo colloca nella prima metà del Duecento, tra il 1231 e il 1250, ma non mancano ipotesi che abbassano la data verso la metà del secolo. Anche le origini del genere, il dialogo agonistico tra due voci, restano discusse: le fonti rimandano alla pastorella provenzale e al contrasto trobadorico di Marcabruno e Raimbaut de Vaqueiras, ma nessuna spiegazione è definitiva.

Il metro è di per sé un indizio di cultura. Il Contrasto è costruito su 32 strofe di cinque versi: tre alessandrini monorimi con primo emistichio sdrucciolo e secondo emistichio piano, chiusi da una coppia di endecasillabi a rima baciata. Lo schema esatto e il numero delle strofe vanno controllati su un'edizione critica prima della pubblicazione.

Il contrasto si svolge per fasi scandite dal botta e risposta: ogni mossa del corteggiamento trova una replica tagliente, e ogni replica apre una nuova mossa. Nelle prime strofe il giovane elogia la bellezza della donna, insistendo sulla freschezza e sullo splendore di lei: sono i temi fissi della lirica cortese, che chi legge il genere riconosce subito. Seguono giuramenti, promesse e offerte, e poi la replica della donna, che smonta ogni mossa con ironia e sarcasmo. Alla fine, dopo l'ultima resistenza, la donna acconsente.

Il tema che regge la comicità è netto. Il linguaggio dell'amore cortese è splendido ma convenzionale, e una donna in carne e ossa se ne accorge subito. La donna della canzone cortese è muta e quasi irreale; qui invece parla, contratta e ride: una persona viva, non un simbolo letterario. L'attenzione si sposta dalla donna ideale alla donna reale, e il fatto stesso che la donna risponda è una piccola rivoluzione dentro la lirica delle origini, dove la parola le è quasi sempre negata.

Dopo la stagione della scuola siciliana questa linea comica non si spegne: passa in Toscana e alimenta la poesia giocosa del secondo Duecento, poi la tradizione comico-realistica che arriva fino a Cecco Angiolieri. Leggere oggi Cielo d'Alcamo significa guardare a uno dei primi atti di nascita di questa famiglia letteraria.


Una chiave di lettura

Di Cielo d'Alcamo non abbiamo una biografia: abbiamo un testo. In mancanza d'altro, il testo è la sua biografia. La scarsità delle fonti non è però solo un limite: dice qualcosa sulla letteratura delle origini, dove la memoria conserva i nomi e i testi dei maestri e perde quasi tutto il resto. I grandi, come Giacomo da Lentini, hanno lasciato un corpus. Cielo ha lasciato una risata e un nome.

La chiave di lettura più produttiva è trattare il Contrasto come lo specchio comico della scuola siciliana. La stessa corte che scrive canzoni sublimi sa anche ridere dei propri codici. Il volgare italiano non nasce solo dal bisogno di preghiera o di amore: nasce anche dalla voglia di ridere. E una lingua che sa ridere, già nel Duecento, è una lingua adulta.

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