Rosa fresca aulentissima di Cielo d'Alcamo: Analisi del testo
Introduzione
Un uomo corteggia, una donna rifiuta, e il rifiuto è la parte più divertente. "Rosa fresca aulentissima" mette in scena questo gioco per 32 strofe, fino al cedimento finale. Tra le liriche d'amore dei poeti siciliani del primo Duecento non c'è niente di simile. Qui la donna parla, contratta, ironizza. E il linguaggio dell'amore cortese viene preso in giro proprio mentre lo si usa.
Il Contrasto è attribuito a Cielo d'Alcamo, ma l'attribuzione è fragile. Il più antico manoscritto che lo contiene, il codice Vaticano latino 3793, lo riporta senza il nome dell'autore. Il nome "Cielo" arriva dall'umanista Angelo Colocci, nel Cinquecento, e non sappiamo su quali fonti si basasse. Nessun documento del Duecento nomina il poeta. Anche la forma del nome è discussa. Per molto tempo si è scritto "Ciullo", ma è una lettura ottocentesca oggi ritenuta errata. "Cielo" potrebbe derivare da "Cheli", diminutivo di Michele. "D'Alcamo" può indicare il paese siciliano oppure un cognome, e qualcuno ha letto "dal Camo". Nell'Ottocento c'è stato perfino chi ha attribuito il testo a Giacomino Pugliese. Useremo "Cielo d'Alcamo" per convenzione.
Il testo contiene due indizi storici. La "difensa" da duemila "agostari" richiama le Costituzioni di Melfi di Federico II (1231) e gli augustali, monete coniate dopo quella data. L'esclamazione "Viva lo 'mperadore" fa pensare a un imperatore ancora vivo, quindi prima della morte di Federico II nel 1250. L'intervallo più condiviso è dunque 1231-1250. Una data più precisa non ha basi solide, e la critica ha discusso a lungo anche i dettagli da cui si ricava. Il Contrasto ci è arrivato in una veste in parte toscanizzata, e le edizioni moderne divergono su singole parole. Per questo l'articolo si appoggia a una sola edizione di pubblico dominio e ne riporta sei strofe, non tutte e 32.
Metro e stile
Il Contrasto è formato da 32 strofe di cinque versi, per un totale di 160 versi. Ogni strofa ha due parti:
tre alessandrini monorimi, cioè versi lunghi divisi in due metà (emistichi), con la prima metà sdrucciola e la seconda piana;
un distico di endecasillabi a rima baciata.
Lo schema è AAA, BB. Nella prima strofa i tre alessandrini rimano in -ate (state, maritate, bolontate) e il distico chiude con dia e mia. Nella seconda gli alessandrini rimano in -are (fare, asemenare, assembrare) e il distico con monno e aritonno. Le prime metà dei versi finiscono con parole sdrucciole: aulentissima, trabàgliti, arròmpere.
Nell'edizione che usiamo ogni alessandrino è stampato su due righe, una per emistichio. Per questo ogni strofa occupa otto righe: sei per i tre alessandrini e due per gli endecasillabi.
In vari punti la strofa successiva riprende una parola dell'ultimo verso della precedente (la tecnica delle coblas capfinidas, nota anche ai trovatori). La donna dice "avanti li cavelli m'aritonno" e la risposta apre con "Se li cavelli artonniti". Poi lui chiude con "il nostro amore" e lei apre con "Ch'el nostro amore". Il dialogo diventa un duello in cui ciascuno raccoglie la parola dell'altro.
Secondo Gianfranco Folena, citato nella voce del Dizionario biografico degli italiani, gli endecasillabi finali lanciano un nuovo motivo e gli alessandrini della strofa seguente sviluppano la risposta.
Niccolò Mineo, nella stessa voce, osserva che lo schema non è quello della lirica cortese. Ha qualche affinità con poemetti didascalici dell'Italia settentrionale e con testi napoletani più tardi, ma se ne distingue per la regolarità e la perfezione della rima. Il verso è dunque di mano esperta, non improvvisato.
Testo e parafrasi affiancata
Dell'intero contrasto riportiamo sei strofe, quelle che reggono il gioco: la 1, la 2, la 5, la 6, la 7 e la 14, con la numerazione dell'edizione. La versione integrale, estratta dalla collana La biblioteca di Repubblica, è consultabile al link: https://w.wiki/fq$9
Strofa | Testo | Parafrasi |
1 (lui) | «Rosa fresca aulentissima, C’appari in ver la state, Le donne ti disiano, Pulzelle e maritate: Traemi d’este focora, Se t’este a bolontate; Perchè non aio abentu notte e dia Pensando pur di voi, Madonna mia». | «Rosa fresca e profumatissima, che sbocci verso l'estate, le donne ti desiderano, ragazze e donne sposate: toglimi da questo fuoco d'amore, se ti fa piacere. Perché non ho pace né di notte né di giorno, pensando soltanto a voi, mia signora». |
2 (lei) | «Se di meve trabágliti, Follia lo ti fa fare. Lo mar potresti arrompere Avanti e asemenare, L’abere d’esto secolo Tutto quanto assembrare: Avere me non potería esto monno: Avanti li cavelli m’aritonno». | «Se ti affanni per me, è la follia che te lo fa fare. Potresti rompere il mare, e seminarlo, e mettere insieme tutte le ricchezze di questo mondo: in questo mondo non potresti avermi. Prima mi taglio i capelli (cioè mi faccio monaca)». |
5 (lui) | «Se i tuoi parenti trovanmi, E che mi pozon fari? Una difesa mettoci Di dumilia agostari; Non mi tocarà patreto Per quanto avere ha’ in Bari. Viva lo ’mperadore, graz’a Deo Intendi, bella, questo ti dico eo». | «Se i tuoi parenti mi trovano, cosa possono farmi? Ci metto sopra una "difensa" (una garanzia legale, una multa) di duemila augustali: tuo padre non mi toccherà, per quanta ricchezza ha a Bari. Viva l'imperatore, grazie a Dio! Hai capito, bella, quello che ti dico io?». |
6 (lei) | «Tu me non lasci vivere Nè sera nè matino: Donna mi son di perperi, D’auro massa amotino. Se tanto aver donassimi Quanto a lo Saladino, E per aiunta quant’a lo Soldano, Tocare me non poteria la mano». | «Tu non mi lasci vivere né la sera né la mattina. Sono una donna ricca di perperi, d'oro massamutino (monete d'oro). Se mi dessi tanta ricchezza quanta ne ha il Saladino, e per giunta quanta ne ha il Sultano, la tua mano non potrebbe toccarmi». |
7 (lui) | «Molte sono le femine Ch’anno dura la testa, E l’uomo con parabole Le dimina e ammodesta; Tanto intorno percacciale Finchè l’a in sua podesta. Femina d’omo non si può tenere: Guardati, bella, pur di ripentere». | «Molte donne hanno la testa dura, e l'uomo con le parole le smuove e le rende docili: le insegue tanto finché le ha in suo potere. Una donna non può fare a meno dell'uomo: stai attenta, bella, a non doverti pentire». |
14 (lei) | [...]«Poi tanto trabagliastiti Fàcioti meo pregheri: Che tu vadi, adomandimi A mia mare e a mon peri, Se dare mi ti degnano Menami allo mosteri, E sposami davanti dala iente, E poi farò lo tuo comannamente». | «Poiché ti sei affaticato tanto, ti faccio una preghiera: va' a chiedermi a mia madre e a mio padre. Se si degnano di darmi a te, portami al monastero (qui nel senso di chiesa), sposami davanti alla gente, e poi farò quello che comandi». |
Note sul testo.
Strofa 1: il senso di focora (qui "fuoco") è stato discusso. Dante cita questo verso nel De vulgari eloquentia come esempio di siciliano non illustre.
Strofa 5: la lettura di ha’ in Bari è uno dei punti controversi del testo; il manoscritto ha una forma diversa e la critica ha proposto varie correzioni. L'espressione è comunque proverbiale e non basta a localizzare la scena a Bari.
Strofa 6: Saladino e Soldano per la critica sono titoli attribuiti ai sovrani d'Egitto e di Siria, non nomi di persona. Questo ha risolto il problema di una datazione troppo alta, che il nome del Saladino storico (morto nel 1193) sembrava imporre.
Strofa 2: la forma Avanti e asemenare ha varianti nelle altre edizioni, che leggono "a venti asemenare" ("seminare al vento"). In ogni caso l'immagine è un'impresa impossibile.
Le strofe che mancano, in breve. Tra le se riportate, la donna ripete di preferire la vita monacale e giura che nessun corteggiatore le farà perdere la reputazione. L'uomo dice di aver cercato in tutta Italia e oltre, da Calabria e Toscana a Costantinopoli, Siria e Babilonia, senza trovare donna più cortese. Dopo la strofa 14, la donna alza ancora la posta con scherno e minacce, finché l'uomo si dichiara pronto a morire. Allora lei chiede un giuramento sul Vangelo. Lui giura e lei, alla fine, cede. È un riassunto, non una citazione: per chi vuole il testo intero serve un'edizione critica.
Analisi del testo
Il Contrasto è un dialogo senza narratore. Non c'è descrizione: tutto passa attraverso la voce dei due personaggi, a battute alterne, una strofa per ciascuno. La critica lo definisce spesso un mimo di gusto giullaresco, forse pensato per la recitazione e magari per il canto. Resta un'ipotesi, perché non abbiamo notizie su come fosse eseguito. Che le due voci non coincidano con l'autore, invece, è ormai un punto acquisito: il personaggio maschile non è Cielo, e la sua condizione sociale non dice nulla su quella del poeta.
Il testo parte alto. Nella prima strofa l'uomo chiama la donna "rosa fresca aulentissima" e "Madonna mia", cioè "mia signora", con il lessico dell'amore cortese e un'eco di midons, l'appellativo dei trovatori. Eppure già nel terzo verso compare una forma che Dante giudicava di livello medio. Strofa dopo strofa il linguaggio si abbassa. Nella strofa 5 la "rosa" è già diventata "bella", e nella 7 l'uomo parla in tono di spavalderia ("Femina d'omo non si può tenere"). Mentre il tono scende, la donna passa dal rifiuto totale a un cedimento sempre più concreto. Il registro cortese e quello "basso" si alternano e si commentano a vicenda.
Parodia, iperbole e adynaton.
Il rifiuto della donna è fatto di figure esagerate. L'immagine del mare da rompere e seminare nella strofa 2 è un adynaton, un'impresa impossibile. Il taglio dei capelli, cioè farsi monaca, è un'iperbole. Le ricchezze della strofa 6 e i duemila augustali del corteggiatore sono vanterie: secondo Mineo sono tipiche del genere e non vanno prese alla lettera, e servono anzi a sottolineare la modestia dei personaggi. Per De Sanctis il corteggiatore era "un don Giovanni da taverna". Il giudizio è celebre, anche se ormai si sa che il Contrasto non è un testo ingenuo.
Tra tradizione giullaresca e tradizione cortese.
Il Contrasto sta in mezzo. Da una parte c'è il mondo dei giullari: il dialogo vivace, il corteggiamento sfacciato, il linguaggio concreto. Dall'altra c'è la cultura cortese. Il testo ne usa le formule (rosa, madonna, il servizio d'amore) e ne mostra una padronanza sicura. Il genere del contrasto è documentato nella poesia dei trovatori, e secondo una parte della critica il modello è la pastorella provenzale, dove un cavaliere seduce una pastora. Mineo ricorda che il filologo Caix lo sosteneva, ma anche che la tesi ha dovuto fare i conti con la natura non popolare del testo. Per questo la discussione sull'autore divide: un giullare, un poeta di corte, un poeta colto vicino agli ambienti cortigiani di Messina? Mineo osserva che la lingua ha forti tratti messinesi, e che nel testo sono presenti latinismi e gallicismi, segno di una cultura letteraria vera. Ma non si può dedurre la condizione dell'autore dalla condizione dei suoi personaggi.
Un ruolo nella letteratura delle origini.
Il valore storico del Contrasto è duplice. È un raro caso di testo comico nell'orbita della scuola siciliana, quella dei poeti della corte di Federico II che avevano fissato un modello di lirica d'amore serio e raffinato. Qui la stessa lingua poetica si vede da una prospettiva nuova, e l'amore diventa trattativa. E la donna ha voce: non è la figura silenziosa e sublime della canzone cortese. La critica ha anche suggerito che il Contrasto possa aver fatto da modello ai poeti comico-realistici toscani, come Cecco Angiolieri. L'idea è plausibile, ma resta una ricostruzione: non abbiamo prove di una derivazione diretta. Più tardi Dario Fo ha ripreso il testo nel suo Mistero buffo, a conferma di una teatralità che ancora funziona.



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