Il Convivio di Dante: Genesi dell'opera, trattati e temi
Dante potrebbe avere scritto solo versi d'amore e un poema. Invece, negli anni più duri dell'esilio, si siede a una tavola immaginaria e invita a mangiare chi non ha mai potuto studiare. Il menù sono canzoni. Il pane è un commento in prosa che le spiega.
Questo è il Convivio, una delle opere più ambiziose e meno lette di Dante. È incompiuta, difficile in alcuni punti, eppure fondamentale. Ci mostra come ragiona il Dante filosofo, prima e accanto al Dante della Commedia.
Quando nasce il Convivio
La datazione tradizionale colloca l'opera tra il 1304 e il 1307, nei primi anni dell'esilio. Dante era stato condannato dal comune di Firenze nel 1302 e non vi sarebbe più tornato. L'Enciclopedia Treccani lo inserisce proprio in questo periodo: dopo l'allontanamento dai Bianchi, Dante cerca di rialzare la propria fama di dotto, producendo opere dottrinali più impegnative delle rime d'amore.
Sul perché si scelga questo intervallo ci sono indizi interni. Nel testo Dante rimanda a un trattato sul volgare, il De vulgari eloquentia, dove la questione sarà affrontata più compiutamente. Inoltre mancano allusioni all'incoronazione di Enrico VII, evento centrale per le speranze politiche di Dante. E per lavorare servivano libri da consultare: una circostanza che alcuni collegano al soggiorno a Bologna.
Va detto con onestà che si tratta di una datazione per indizi. Le date precise e l'ordine di composizione dei singoli trattati sono discussi dagli studiosi, ancora oggi.
Che cosa si propone: un banchetto per tutti
Il titolo spiega già il progetto. Convivio viene dal latino convivium e significa banchetto. Dante ne fa una metafora che regge tutta l'opera.
L'apertura è una delle frasi più note: «tutti li uomini naturalmente desiderano di sapere». Da qui Dante ragiona sul perché molti non ci arrivino. Gli ostacoli sono quattro, due interni e due esterni. Dentro l'uomo ci possono essere un difetto del corpo o uno dell'anima. Fuori, la cura familiare e civile che assorbe il tempo, oppure il luogo in cui si è nati, lontano da ogni studio. Per chi è rimasto affamato, Dante si assume un compito di generosità. Lui stesso, dice, non siede alla mensa dei sapienti, ma raccoglie «di quello che da loro cade». Con quelle briciole vuole apparecchiare «un generale convivio».
Il sapere diventa un bene da condividere, non un privilegio.
La struttura è dichiarata subito. La «vivanda» sarà di quattordici maniere, cioè quattordici canzoni, «sì d'amor come di vertù materiate». Il «pane» è il commento, la luce che renderà chiaro ciò che nelle canzoni restava oscuro. Dante lo dice quasi con queste parole: senza il pane, a molti la bellezza delle canzoni piaceva più della loro bontà.
Come è fatto: quattro trattati su quindici
Il piano originario, a leggere il proemio, era più vasto di quanto ci sia arrivato. Con un trattato introduttivo e quattordici canzoni da commentare si arriverebbe a quindici trattati. Ne restano quattro. L'opera si interrompe, e perché lo abbia fatto è una domanda aperta che gli studiosi affrontano con più ipotesi. Una di queste riguarda il nuovo progetto della Commedia, ma resta un'ipotesi.
I quattro trattati sono così articolati:
Trattato I. È il proemio e non commenta nessuna canzone. Qui Dante spiega il senso dell'opera, si difende dall'accusa di parlare troppo di sé e giustifica l'uso del volgare.
Trattato II. Commenta la canzone «Voi che 'ntendendo il terzo ciel movete». Qui Dante introduce il tema della donna gentile, che l'interpretazione allegorica identifica con la Filosofia, e spiega i quattro sensi della scrittura. Si parla anche di cosmologia, con i cieli e le intelligenze angeliche.
Trattato III. Commenta «Amor che ne la mente mi ragiona», una lode della donna-Filosofia nelle forme tipiche della poesia d'amore.
Trattato IV. Commenta «Le dolci rime d'amor ch'i' solìa» e affronta il tema della nobiltà.
Le canzoni commentate sono quindi tre, non le quattordici annunciate.
Il resto del programma resta una promessa mai mantenuta.
Il volgare: una scelta contro la regola
Il punto più innovativo del Convivio è la lingua. Nel Medioevo il latino aveva un prestigio enorme. Era la lingua stabile, dotta, adatta alla filosofia. Scrivere un trattato dottrinale in volgare era una scelta controcorrente.
Dante la difende nel primo trattato con tre ragioni: l'inadeguatezza dell'ordine opposto, cioè scrivere per pochi in una lingua che molti non capiscono, l'intento liberale e l'amore per la lingua materna. Il ragionamento è coerente con tutto il progetto. Se il pasto è per chi non ha studiato, deve essere servito nella lingua che quelle persone conoscono.
C'è anche un risvolto tecnico. Il volgare del Convivio assorbe il lessico della filosofia e della teologia, e lo adatta con calchi e costruzioni nuove. È un cantiere di lingua: Dante dimostra che il volgare può reggere l'argomentazione scolastica, con distinzioni e dubbi, senza perdere chiarezza.
Il rapporto con la Vita nova
Il confronto con la Vita nova è inevitabile, e Dante stesso lo apre. Nel primo trattato precisa che questa opera sarà più «virile» e «temperata», mentre la Vita nova era «fervida e passionata». E aggiunge di non voler togliere nulla a quella giovanile, ma anzi di volerla aiutare con questa. Ogni età ha il suo modo di dire e di fare.
Le somiglianze sono evidenti. Tutte e due le opere sono prosimetri, cioè alternano versi e prosa. In tutte e due le prose spiegano le poesie. Ma nel Convivio la cornice narrativa non serve più: le canzoni vengono commentate da un autore maturo, che ragiona su di esse come su un testo.
La differenza più forte riguarda la donna. Nella Vita nova la guida è Beatrice. Nel Convivio compare la donna gentile, e il commento la legge come figura della Filosofia. È questo il passaggio più discusso.
Il rapporto con la Commedia
Il Convivio e la Commedia non sono pensabili l'uno senza l'altra, ma il loro rapporto non è lineare. Il Convivio è un'opera dottrinale dell'esilio. La Commedia è il poema che, secondo la Treccani, forse nasce nel 1307 o riprende disegni precedenti.
Alcuni temi del Convivio tornano nel poema. L'idea del sapere come meta umana si ritrova nelle grandi figure di filosofi e sapienti. Il gusto della spiegazione ordinata riemerge nei canti dottrinali. Un'eco diretta è l'immagine del «pane degli angeli», che nel Convivio designa il sapere e che il Paradiso riprende in un contesto più alto.
Allo stesso tempo, la Commedia cambia molte cose. Beatrice torna al centro come guida e il percorso non è più quello della filosofia ma quello della salvezza. Che cosa Dante abbia mantenuto e che cosa abbia corretto rispetto al Convivio è una questione aperta. Più che parlare di una svolta netta, conviene dire che il Convivio mostra una fase del pensiero di Dante, senza stabilire un prima e un dopo definitivi.
I temi principali
La nobiltà
Il quarto trattato è dedicato alla nobiltà ed è forse il più noto. La discussione dell'epoca opponeva chi credeva nella nobiltà di sangue, ereditaria, e chi in quella dell'animo, individuale. Dante riporta la definizione corrente: nobiltà come antico possesso di ricchezze e di buoni costumi.
La confuta con alcuni argomenti. Le ricchezze non rendono nobili, perché sono come un fiume che scorre ai piedi di una torre senza darle potere. L'antichità della famiglia vale poco, perché tutti discendiamo dallo stesso progenitore, Adamo. E la definizione è incompleta, perché non nomina le virtù. Per Dante la nobiltà è una predisposizione dell'animo al comportamento buono e si manifesta nelle virtù. È una tesi con un forte valore morale e civile.
La filosofia
La filosofia è il filo del libro. Per Dante sapere significa raggiungere la perfezione propria dell'uomo e quindi la felicità. Le fonti sono soprattutto Aristotele, che nel testo è «lo maestro», e i grandi scolastici come Alberto Magno e Tommaso d'Aquino. Convive con la fede: Dante riconosce la ragione fino a un certo limite, oltre il quale serve la rivelazione.
I quattro sensi
Nel secondo trattato Dante spiega come leggere un testo poetico. Riprende i quattro sensi della scrittura, nati dall'esegesi biblica: letterale, allegorico, morale e anagogico. Il senso letterale è il fondamento. Quello allegorico nasconde una verità sotto una finzione. Il morale insegna un comportamento. L'anagogico guarda alle realtà ultime.
Questa griglia serve a capire perché Dante commenti le sue stesse canzoni d'amore come se parlassero di filosofia. Dichiara che la sua intenzione era altra rispetto a ciò che le canzoni mostrano in superficie. È una pretesa forte, e infatti c'è chi si chiede quanto sia una lettura a posteriori. Conviene tenere presente entrambe le posizioni.
Una chiave di lettura finale
Il Convivio può spaventare. Ha un'argomentazione scolastica, molte citazioni, lunghe digressioni. Un modo semplice per cominciare è leggere il primo trattato, che è breve e leggibile, e che contiene l'idea di tutto il libro: il sapere come cibo, il volgare come strumento di tutti, l'autore come uno che serve il pasto.
Poi si può passare al trattato IV, il più autonomo, che si regge anche da solo come discussione sulla nobiltà. Il secondo e il terzo richiedono più confidenza con il linguaggio dottrinale e con la Vita nova.
Infine una cautela. Il Convivio è un'opera incompiuta, e ogni lettura che la presenti come un sistema chiuso la forza. Va letto come quello che è: un cantiere in cui Dante prova a unire poesia, filosofia e missione civile, in una lingua che ancora doveva dimostrare di esserne capace.



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