Lorenzo de' Medici: vita, opere e poetica del Magnifico
Lorenzo de' Medici governò Firenze per ventitré anni senza mai portare un titolo da principe, e nel frattempo scrisse versi che ancora oggi si studiano a scuola. Politico, banchiere, mecenate e poeta: è raro trovare tutte queste parti in una sola persona, e ancora più raro che nessuna sembri recitata. Chi legge il suo «Quant'è bella giovinezza, che si fugge tuttavia!» sente la voce di un uomo che sapeva quanto fosse fragile il proprio potere, e quanto breve il tempo per goderne.
Un ragazzo nel palazzo di Via Larga
Lorenzo di Piero de' Medici nacque a Firenze il 1° gennaio 1449, secondo il calendario moderno. Con lo stile fiorentino dell'epoca, che faceva cominciare l'anno più tardi, il documento recita 1448: una differenza da ricordare quando si leggono fonti diverse. Era figlio di Piero de' Medici e di Lucrezia Tornabuoni, donna colta che scrisse a sua volta laude religiose. Aveva un fratello minore, Giuliano, e una sorella, Bianca.
La famiglia aveva fatto fortuna con la banca. Il nonno, Cosimo il Vecchio, aveva costruito il predominio dei Medici su Firenze senza mai abolire le istituzioni repubblicane: le cariche restavano elettive, ma a decidere chi le occupasse erano gli uomini di fiducia della casata. Lorenzo crebbe dentro questo sistema e lo imparò da vicino. Cosimo si affezionò molto al nipote e amava parlare con lui.
L'educazione fu insieme umanistica e politica. Tra i maestri compaiono Gentile da Urbino nell'infanzia, poi Cristoforo Landino, Giovanni Argiropulo per il greco e per Omero, Marsilio Ficino per la filosofia platonica. Secondo le biografie Lorenzo frequentava le discussioni di Ficino a Careggi già a dodici anni: il dato è riferito dalle fonti moderne e va letto come tradizione, non come documento. Accanto ai libri vennero i viaggi, che servivano a farsi conoscere dalle corti italiane: Venezia e Milano nel 1465, Roma e Napoli l'anno dopo.
Il governo di Firenze, dal 1469 al 1492
Il padre Piero morì alla fine del 1469, e il 2 dicembre Lorenzo, ventenne, assunse con Giuliano la guida di fatto della città. Non c'era nessun titolo: la forza dei Medici stava nelle clientele, nella banca e nel controllo delle magistrature. Nei primi anni Lorenzo rafforzò le istituzioni in senso favorevole alla famiglia e represse con durezza le ribellioni di centri soggetti a Firenze, tra cui Volterra.
La svolta arrivò il 26 aprile 1478, la congiura dei Pazzi. Durante la messa in Santa Maria del Fiore, al momento dell'elevazione, i congiurati colpirono i due fratelli. Giuliano fu ucciso. Lorenzo, ferito in modo lieve, si rifugiò in sagrestia, aiutato da alcuni amici tra cui Poliziano. Il popolo si schierò con lui e si scagliò sui congiurati; la vendetta fu feroce e comprese esecuzioni pubbliche in Piazza della Signoria. Alla congiura parteciparono anche ambienti vicini al papa Sisto IV, e ne seguì una guerra contro Firenze.
Nel momento più difficile Lorenzo prese una decisione rischiosa: andò di persona a Napoli a trattare con re Ferrante. Tornò a Firenze il 13 marzo 1480 con la pace, e i fiorentini lo accolsero come salvatore della patria; il 3 dicembre dello stesso anno Sisto IV lo sciolse dalla scomunica. Machiavelli, nelle Istorie fiorentine, giudica quel ritorno un trionfo.
Dopo la crisi il potere si fece più accentrato. Lorenzo istituì il Consiglio dei Settanta, un organo formato da uomini favorevoli ai Medici, i cui membri non erano soggetti a rotazione: un'eccezione netta rispetto alla tradizione repubblicana. In politica estera lavorò per mantenere l'equilibrio tra gli stati italiani, e per questo viene spesso chiamato «ago della bilancia». Con papa Innocenzo VIII strinse un legame stretto: il figlio Giovanni, il futuro Leone X, ricevette la berretta cardinalizia, e nel 1488 la figlia Maddalena sposò Franceschetto Cybo, figlio del papa.
Gli ultimi anni furono segnati dalla salute e da Girolamo Savonarola, il frate domenicano che predicava contro la corruzione della Chiesa e della Firenze medicea. La gotta tormentava Lorenzo, e si discute ancora oggi se la sua malattia fosse davvero quella. Morì l'8 aprile 1492 nella villa di Careggi, a quarantatré anni. Fu sepolto a San Lorenzo; anni dopo i suoi resti e quelli di Giuliano furono spostati nella Sagrestia Nuova, in un sarcofago preparato da Michelangelo.
Il mecenate e la cerchia di Careggi
Il potere di Lorenzo poggiava sul consenso, e il consenso si costruiva anche con la bellezza della città. Lorenzo si occupò del rinnovamento di Palazzo Vecchio, sostenne il restauro di chiese e nel 1491 promosse il bando per la facciata di Santa Maria del Fiore. Tra gli artisti che frequentarono la sua orbita la tradizione ricorda il giovane Michelangelo, che secondo il racconto di Vasari mostrò a Lorenzo la testa di un fauno scolpita. L'episodio è celebre, ma viene da una fonte tarda e va trattato come aneddoto.
Nel suo palazzo e nelle ville si raccoglievano letterati e filosofi. Fu proprio Lorenzo, consigliato da Landino e da Ficino, a dare nuova forza all'Accademia neoplatonica di Careggi, che Ficino aveva fondato nel 1462 per volere di Cosimo. Intorno a lui ruotavano personalità molto diverse:
Marsilio Ficino e Cristoforo Landino, il platonismo e il commento ai classici;
Pico della Mirandola, uno spirito eclettico;
Agnolo Poliziano, filologo raffinato e poeta, educatore dei figli di Lorenzo fino ai contrasti con Clarice Orsini nel 1479;
Luigi Pulci, autore del Morgante, con il suo realismo comico toscano.
La varietà di questa cerchia rispecchia la curiosità dello stesso Lorenzo, che passava dall'alto al basso, dalla filosofia al canto popolare, senza sentirsi in contraddizione.
Le opere
Il corpus di Lorenzo è ampio e difficile da ordinare. Molte datazioni sono ipotetiche, e le raccolte moderne propongono ordinamenti diversi. Seguiamo qui le tappe più condivise.
Il Canzoniere. È la raccolta delle rime d'amore: nella tradizione moderna conta due ballate, cinque sestine, otto canzoni e centocinquantuno sonetti, scritti tra il 1465 e il 1476-77 circa. Mostra il passaggio dal registro comico-realistico di Pulci al petrarchismo, fino ai componimenti più vicini al platonismo di Ficino. Non tutti gli studiosi lo considerano un libro compatto: Emilio Bigi, per esempio, distingue tra le canzoni e le altre rime.
Il Comento sopra alcuni de' suoi sonetti. Scritto intorno al 1480, commenta quarantuno sonetti del Canzoniere in chiave filosofica. È un prosimetro che ricorda la Vita Nova di Dante: i versi nascono dall'amore e la prosa li spiega, cercandone il senso morale. Il modello dantesco non è un caso. Dopo l'avvicinamento a Ficino, Lorenzo guarda con più simpatia a Dante e allo stil novo che a Petrarca.
Le Selve d'amore. Databili intorno al 1474, sono due libri rimasti incompiuti. Prendono il nome dalle Silvae di Stazio, autore caro a Poliziano, e raccontano vicende d'amore ispirate a miti antichi.
La Nencia da Barberino. È un poemetto in cui il pastore Varella cerca, con parole rozze e affettuose, di conquistare la bella Nencia. Appartiene al filone della satira del villano. Un avvertimento: la paternità è incerta. La tradizione lo attribuisce a Lorenzo, ma una parte della critica non è convinta, e l'articolo la presenta come attribuzione tradizionale.
Il Simposio, o i Beoni. Poemetto di poco anteriore al 1473, ride dell'amore platonico e dei bevitori fiorentini. Il titolo allude, con ironia, al dialogo di Platone. È un esempio della capacità di Lorenzo di prendere in giro proprio i temi che frequentava nelle discussioni di Careggi.
I Canti carnascialeschi. Erano canzoni da cantare durante il carnevale, accompagnate dalla musica, da gruppi di maschere a piedi o sui carri. Quando le maschere rappresentavano divinità mitologiche o virtù, i canti prendevano il nome di trionfi; quando rappresentavano mestieri, di carri. Gli autori sono in gran parte anonimi, ma Lorenzo ne scrisse diversi, e il più celebre porta il suo nome: il Trionfo di Bacco e Arianna, noto anche come Canzona di Bacco. Il ritornello è tra i versi più famosi del Quattrocento:
«Quant'è bella giovinezza, / che si fugge tuttavia!»
Il resto del ritornello circola con piccole differenze, e per questo in bozza lo lasciamo da ricontrollare su un'edizione critica (vedi l'elenco in fondo). Il senso è chiaro: il piacere va colto adesso, perché il futuro non offre garanzie. È l'altra faccia di un uomo che vive nella politica, circondato da pericoli. Bacco e Arianna, nella canzone, sfilano su un carro: il mito serve a dire una cosa semplice, che la giovinezza passa.
Altre opere importanti sono la Raccolta aragonese, un'antologia di poesia volgare da Dante in poi, preparata da Poliziano intorno al 1476 e donata a Federico d'Aragona, e la Sacra rappresentazione dei santi Giovanni e Paolo (1491). Le fonti ricordano anche il giovanile Corinto, il poemetto L'Ambra e La caccia col falcone.
Lingua e poetica
Per capire Lorenzo bisogna dire che il Quattrocento fiorentino era dominato dall'umanesimo latino. Scrivere in volgare non era scontato. Lorenzo, sostenuto da Pulci e da Poliziano, riportò il fiorentino al centro della letteratura. La critica parla di fine di quel «secolo senza poesia» di cui scrisse Croce, e vede in questa scelta anche un progetto politico: imporre il fiorentino come lingua colta presso gli altri stati italiani. La Raccolta aragonese ne è la prova: presentava ai potenti napoletani i grandi lirici toscani, da Dante a Petrarca.
Un contemporaneo, Vincenzo Calmeta, nella Vita di Serafino Aquilano, ricorda l'impulso dato da «Laurentio Medice» al ritorno della poesia volgare alla sua antica dignità; la citazione esatta va controllata sull'edizione.
Dal punto di vista dello stile, Lorenzo è sperimentale. Passa dal tono popolare della Nencia e dei Canti carnascialeschi al tono alto della sacra rappresentazione, dal petrarchismo al platonismo, senza fissarsi in una maniera. Gli studiosi lo definiscono a volte un «serio dilettante»: gli impegni di governo gli impedirono di raffinare la propria arte come fecero Poliziano o Boiardo, e per lui la poesia fu spesso un rifugio dalle responsabilità politiche. Questo giudizio, di Bigi, non è l'unico possibile, ma spiega bene la mescolanza di freschezza e di disuguaglianza che si trova nei suoi versi.
Da una parte c'è il realismo toscano, che nasce dal mondo di Pulci: contadini, bevitori, mestieri, battute. Dall'altra c'è l'influsso di Ficino e di Poliziano, che orienta la poesia verso un amore elevato e morale, di cui il Comento è l'esempio più chiaro. Tra questi due poli si muove tutta la sua opera.



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