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Angelo Poliziano: vita, filologia e poesia del Quattrocento

7 ore fa
Tempo di lettura: 6 min

Pochi autori italiani hanno tenuto insieme due vite così diverse come Angelo Poliziano. Da una parte il filologo, che sui manoscritti greci e latini lavora con un metodo sorprendentemente moderno. Dall'altra il poeta, che nelle Stanze per la giostra e nella Fabula di Orfeo dà al volgare una grazia nuova, fatta di miti antichi e di immagini luminose. Per capire il Quattrocento fiorentino bisogna passare da lui.

Visse poco, appena quarant'anni, e quasi tutta la sua vita ruotò attorno a una persona: Lorenzo de' Medici, il Magnifico.


Un ragazzo di Montepulciano a Firenze

Angelo Ambrogini nacque a Montepulciano il 14 luglio 1454. Dal nome latino della città, Mons Politianus, ricavò il nome con cui lo conosciamo: Poliziano. La famiglia era di condizione modesta. Il padre, Benedetto, giurista, fu ucciso per vendetta nel 1464, quando Angelo non aveva ancora dieci anni.

La madre rimase vedova con cinque figli piccoli. Per alleggerire il peso della famiglia mandò il primogenito a Firenze, presso un cugino. Non sappiamo con precisione quando: la fonte più autorevole dice soltanto «non dopo il 1469». Gli anni fiorentini cominciano nella povertà. Il cugino era un uomo senza mezzi, e il giovane Angelo scrisse epigrammi latini di lode e di supplica ai cittadini più in vista, offrendo i suoi servigi di poeta.

Studiò allo Studio fiorentino. Frequentò le lezioni di Cristoforo Landino e dei maestri greci, tra cui Giovanni Argiropulo, Andronico Callisto e Demetrio Calcondila. Ascoltò anche Marsilio Ficino, il filosofo che traduceva Platone. Per il resto, la formazione fu quella di un ragazzo precoce che stupiva i dotti con versi greci e latini e con la traduzione dell'Iliade.


Lorenzo il Magnifico e la casa dei Medici

Fu proprio la traduzione di Omero a cambiargli la vita. Poliziano traduceva l'Iliade in esametri latini, riprendendo dal secondo libro perché il primo era già stato tradotto da Carlo Marsuppini, e dedicava i libri a Lorenzo. L'impresa si fermò al quinto libro. Lorenzo lo notò e cominciò a soccorrerlo. Intorno al 1473 lo accolse in casa. Nel 1475 gli affidò l'educazione del figlio Piero, allora bambino di tre anni. Nel 1477 arrivò anche la ricca prioria di San Paolo.

Poliziano ringraziò il protettore in versi e in prosa. Parlò della «vatum pretiosa quies», la quiete preziosa dei poeti: la serenità e la sicurezza economica che per lui erano la condizione del comporre. Non a caso gli anni passati in casa del Magnifico, dal 1473 al 1478, sono considerati i più vivi e originali della sua carriera poetica.

Il rapporto non fu sempre facile. Nel maggio 1479 Poliziano ebbe un contrasto con Clarice Orsini, la moglie di Lorenzo, a proposito dell'educazione di Piero: forse la giudicava troppo letteraria o troppo pagana, forse il greco pesava al bambino, le fonti non lo dicono con chiarezza. Poliziano fu allontanato dalla villa di Cafaggiuolo. Poco dopo lasciò Firenze e cercò fortuna presso i Gonzaga a Mantova, nel 1480. Ma scrisse a Lorenzo che il suo cuore restava a Firenze. Il perdono arrivò, e già in agosto era tornato nelle grazie del signore.

Nel 1478 aveva vissuto da vicino il dramma della congiura dei Pazzi, in cui fu ucciso Giuliano de' Medici, fratello di Lorenzo. Poliziano ne scrisse il racconto in latino, il Pactianae coniurationis commentarium. Quando Lorenzo morì, nel 1492, il suo dolore fu grande: lo pianse in un lamento latino, il Quis dabit.


Il professore e il filologo

Tornato a Firenze nel 1480, Poliziano ottenne la cattedra di eloquenza greca e latina nello Studio, quella che oggi chiameremmo di filologia classica. Continuò a seguire l'educazione di Piero e, per qualche tempo, anche quella di Giovanni, il futuro papa Leone X. Ma da qui in poi la sua attività si rivolge quasi del tutto agli studi.


Le sue lezioni attiravano allievi da tutta Europa. Di quei corsi restano gli appunti, con commenti a Ovidio, Virgilio, Persio, Stazio e altri autori, la cui pubblicazione è in corso dal 1971. Le prolusioni ai corsi, in prosa e in versi, sono tra i suoi testi più belli. In prosa si ricordano l'Oratio su Quintiliano e le Silvae di Stazio, il Panepistemon, la Lamia. In versi ci sono quattro Sylvae: Manto, Rusticus, Ambra, Nutricia.

L'opera filologica più importante è la Miscellaneorum centuria prima, pubblicata nel 1489: cento discussioni su altrettanti problemi di testi classici. Una seconda centuria non fu finita e vide la luce solo nel 1972. Poliziano discute passi difficili, corregge errori, spiega parole rare. Secondo l'Enciclopedia Treccani fu forse il primo a ispirarsi, almeno in teoria, a principi sulla collazione sistematica dei codici simili a quelli della filologia di oggi.

Si occupò anche delle Pandette giustinianee, di cui pensò per primo a un'edizione critica, confrontando il codice fiorentino con la tradizione corrente.

Un altro tratto lo distingue: la polemica con Paolo Cortesi. I ciceroniani volevano imitare un solo modello, Cicerone. Poliziano rivendicò per lo scrittore la libertà di scegliere i materiali dove voleva, purché poi li facesse suoi. Per questo guardò volentieri anche agli autori della tarda latinità, come Stazio e Claudiano.


Le opere in volgare

Poliziano scrisse in greco, in latino e in volgare, e le tre lingue vanno lette insieme. Il volgare occupa però un posto speciale, perché con lui la letteratura fiorentina in lingua materna acquista una raffinatezza prima rara.


Le Stanze per la giostra

È il suo capolavoro giovanile: un poemetto in ottave composto tra il 1475 e il 1478 e rimasto incompiuto. Nasce da un fatto reale. Il 28 gennaio 1475 Giuliano de' Medici vinse una giostra a Firenze, e la donna in cui nome aveva combattuto era Simonetta Cattaneo, che morì giovanissima il 26 aprile 1476.

Poliziano trasforma questa storia in un racconto mitico. Giuliano diventa Iulo, un giovane cacciatore che disprezza l'amore. Cupido lo punisce facendogli incontrare Simonetta, tra i fiori di una radura. Il centro del primo canto è la descrizione del regno di Venere, con il suo giardino. Per l'autore, notano i critici, contava più dell'azione. Il secondo canto si interrompe, e la tradizione lo collega all'uccisione di Giuliano nel 1478, ma l'ipotesi resta tale. Una cosa colpisce: Poliziano non pubblicò mai le Stanze e da maturo ne parlava con un certo disprezzo. I posteri le collocano invece tra i vertici del Quattrocento.


La Fabula di Orfeo

Nel 1480, durante il soggiorno mantovano, per alcune feste dei Gonzaga Poliziano compose una breve azione teatrale. Le fonti dicono che la scrisse in pochissimo tempo. Racconta il mito di Orfeo ed Euridice: l'amore del pastore Aristeo, la morte di Euridice, la discesa agli inferi, la perdita definitiva, la morte di Orfeo per mano delle baccanti. Mescola forme diverse: l'egloga, la ballata, l'ottava, la sacra rappresentazione.


Le Rime e le ballate

Le sue poesie liriche in volgare comprendono rispetti, canzonette e ballate, scritte in gran parte negli anni medicei. La più nota è la ballata «I' mi trovai, fanciulle, un bel mattino», sul tema della rosa che sfiorisce, e quindi della giovinezza che passa. La malinconia sotto la grazia è un tratto tipico di tutta la sua poesia. Il blog ha in preparazione una lettura dedicata a questo testo.

Poliziano curò inoltre, con ogni probabilità, la lettera dedicatoria della Raccolta aragonese, l'antologia della poesia italiana dei primi secoli inviata da Lorenzo a Federico d'Aragona intorno al 1476-77. Tra le prose volgari si ricorda la raccolta dei Detti piacevoli.


La poetica: la «dotta varietà»

Che cosa unisce il filologo e il poeta? La risposta è una poetica della «dotta varietà». Poliziano non imita un solo modello. Raccoglie parole e immagini da fonti diverse, spesso rare, e le ricompone in un disegno nuovo. Nelle Stanze si incontrano latinismi, voci di Petrarca e degli stilnovisti, termini danteschi e persino parole popolari. Lo stile è insieme elevato e vivo.

Per questo la sua poesia ha un tono particolare: luminosa e lontana, quasi sospesa. Non si occupa delle amarezze quotidiane ma le trasfigura in un mondo mitico. Gli studiosi parlano di un «sopramondo» letterario. Eppure la malinconia non scompare mai: il limite della vita umana resta presente, anche sotto i fiori.

Un esempio dal secondo canto delle Stanze, riportato da Emilio Bigi nel Dizionario Biografico degli Italiani, mostra come la riflessione sulla Fortuna affiori nel racconto: «Ma che puote a Fortuna esser disdetto, / ch'a nostre cose allenta e stringe il morso?».


La morte e l'eredità

Nel 1486 Poliziano era diventato canonico della cattedrale di Firenze. Nel 1493, Piero de' Medici lo propose ad Alessandro VI per il cardinalato. Morì a Firenze, nella notte tra il 28 e il 29 settembre 1494, per una febbre. Le voci contro di lui, nate dall'ostilità verso i Medici in crisi, parlarono di una morte infamante. Questa lettura va presa con prudenza, come la stessa fonte suggerisce. Fu sepolto in San Marco, con l'abito domenicano, con il consenso di Savonarola.

Le sue ossa e i suoi manoscritti andarono in parte dispersi. Le sue opere non ebbero allievi devoti che le curassero: la prima edizione complessiva, l'Omnia opera, uscì per i tipi di Aldo Manuzio nel 1498. Per molto tempo di lui fu noto soprattutto il canto dei suoi anni felici, le Stanze.

Oggi lo leggiamo per due motivi. Come filologo, ha insegnato a guardare i testi antichi con spirito critico e storico. Come poeta, ha mostrato che il volgare poteva tenere il passo delle lingue classiche. Secondo la Treccani, la sua poesia volgare anticipa la rinascita della letteratura in volgare che avrà il coronamento teorico con Pietro Bembo.

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