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Il Principe di Machiavelli: riassunto, temi e fortuna

2 ore fa
Tempo di lettura: 8 min

Pochi libri italiani hanno un nome così famoso e una lettura così distorta. "Machiavellico" è diventato un aggettivo per dire astuto e senza scrupoli. Il libro da cui viene, invece, è un opuscolo scritto da un funzionario senza incarichi, per chiedere a una famiglia potente di rimetterlo in gioco. Il Principe è insieme un manuale di tecnica politica, un testo di letteratura in volgare e un'offerta di servizio.


L'autore e il suo mondo

Niccolò Machiavelli nasce a Firenze il 3 maggio 1469 e muore nella stessa città il 21 giugno 1527. Per anni è un uomo di Stato, non un filosofo: lavora come "segretario fiorentino" nella cancelleria della Repubblica, con missioni diplomatiche e incarichi militari. Vede da vicino i grandi del suo tempo, tra cui Cesare Borgia, il duca Valentino, figlio di papa Alessandro VI. Si occupa anche di reclutare soldati per la Repubblica, un'esperienza che pesa molto sul libro.

Il mondo in cui lavora è in crisi. Grandi principati crollano, le vecchie repubbliche faticano. Machiavelli non scrive da un'aula universitaria: risponde, nelle parole della stessa voce, alla "drammatica novità dei tempi". Poi arriva il 1512. Dopo la battaglia di Ravenna e l'ingresso in Toscana di forze spagnole, le fanterie fiorentine sono annientate e Prato viene saccheggiata il 29 agosto. Il 31 agosto Piero Soderini, il capo della Repubblica, fugge da Firenze. I Medici riprendono il potere il 16 settembre. A novembre Machiavelli perde l'incarico e viene condannato a un anno di confino entro il dominio fiorentino. Nel febbraio del 1513 è sospettato di aver partecipato a una congiura, viene arrestato e sottoposto alla tortura della corda. Esce di prigione dopo pochi giorni grazie all'amnistia seguita all'elezione di papa Leone X, l'11 marzo 1513.


Come nasce il libro: 1513 e la dedica

Escluso dalla politica, Machiavelli si ritira nel podere dell'Albergaccio, a Sant'Andrea in Percussina. È qui che compone l'opera. La data più nota è quella di una lettera all'amico Francesco Vettori, del 10 dicembre 1513, in cui scrive di aver composto "uno opusculo de principatibus". Nella stessa lettera descrive le sue sere: entra nello scrittoio, si mette abiti decorosi e "entra nelle antique corti" degli uomini antichi, a cui chiede il perché delle loro azioni. Per questo il Principe è anche il frutto di una doppia competenza: l'esperienza diretta dei fatti moderni e la lettura costante degli antichi.

Su una cosa gli studiosi insistono: il 1513 è la data dell'inizio, non per forza della conclusione. Machiavelli stesso dice di continuare a "ingrassare e ripulire" il testo. Il Dizionario Biografico, che parla di termini cronologici sicuri, indica come prova la lettera del 1513 e, come primo documento della circolazione del testo, una lettera del 29 luglio 1517 in cui Niccolò Guicciardini cita Oliverotto da Fermo come lo racconta "il Machiavello in quella sua opera de principatibus". La maggior parte degli studiosi colloca il completamento dell'opera entro la primavera del 1514.

La dedica è un dettaglio che spiega molto. Il libro si apre con una lettera a Lorenzo di Piero de' Medici, a cui Leone X aveva affidato la guida del potere della famiglia a Firenze. In un primo momento Machiavelli aveva pensato di dedicarlo a Giuliano, fratello del papa. Dietro la scelta c'è un obiettivo preciso: tornare al servizio dei Medici. Un certo riscontro, nota la stessa voce, non mancò: Lorenzo lo consultò in materia militare. Ma nel febbraio del 1515 da Roma arrivò un rifiuto a ogni riabilitazione. Il libro, dunque, non ottenne il suo scopo immediato. Il titolo non è quello dell'autore. Machiavelli parla di un opuscolo "de principatibus", cioè sui principati. Il nome Il Principe è quello che gli diede la stampa romana di A. Blado nel 1532.


I ventisei capitoli

L'opera ha una dedica e ventisei brevi capitoli. Conviene leggerla in quattro blocchi, seguendo la divisione che propone anche il Dizionario Biografico.


Capitoli I-XI: i tipi di principato e come si conquistano. Machiavelli distingue i principati ereditari, quelli nuovi e quelli misti, in parte antichi e in parte acquisiti. Poi si chiede in che modo li si acquista: con forze e virtù proprie, con la fortuna e le armi altrui, con il delitto, con il favore dei concittadini. Il capitolo VII, che ruota intorno al duca Valentino, è il più celebre del blocco: Cesare Borgia ebbe il potere grazie al padre e lo perse alla morte di lui, nonostante gesti di eccellente virtù politica. Chiudono il blocco i principati ecclesiastici.

Capitoli XII-XIV: gli eserciti. Tre capitoli sono dedicati alle diverse specie di soldati: mercenari, ausiliari, misti e propri. Per Machiavelli, che da segretario aveva lavorato alla milizia fiorentina, uno Stato che non ha armi proprie non è sicuro.

Capitoli XV-XXIII: le qualità del principe. Qui si discute che cosa fa lodare o biasimare un capo politico: liberalità, crudeltà e clemenza, il rispetto della parola data, il modo di evitare odio e disprezzo, la scelta dei collaboratori, la fuga dagli adulatori. È il cuore più discusso del libro.

Capitoli XXIV-XXVI: la crisi italiana e l'appello finale. Il capitolo XXIV spiega perché i signori italiani hanno perso i loro Stati. Il XXV riassume la dottrina della fortuna. Il XXVI è l'esortazione ai Medici a guidare una riscossa contro il "barbaro dominio" di Spagnoli e Svizzeri.


Virtù e fortuna

Sono le due parole chiave del libro, e vanno lette con attenzione. Per virtù Machiavelli non intende la bontà morale. Pensa piuttosto a capacità, energia, forza di iniziativa: la qualità di chi sa fare ciò che la situazione richiede. La fortuna è invece l'imprevisto, ciò che nelle vicende umane non dipende da noi.

L'incrocio dei due concetti è già nei capitoli sui principati nuovi. Conquistare con virtù e forze proprie è una cosa; ricevere uno Stato per fortuna e armi altrui è un'altra, e di solito più fragile. Cesare Borgia è l'esempio che illumina la differenza: aveva la virtù, ma il suo potere dipendeva dalla fortuna del padre papa, e quando questa venne meno cadde.

Nel capitolo XXV la fortuna diventa il tema centrale. Machiavelli ammette che molti pensano le cose del mondo governate dalla fortuna e da Dio, ma giudica possibile che la fortuna sia "arbitre della metà delle azioni nostre" e lasci governare "l'altra metà, o presso" a noi. La paragona a un fiume rovinoso: nei tempi quieti gli uomini possono costruire ripari e argini. L'Italia, aggiunge, è una campagna "sanza argini e sanza alcuno riparo". Conta anche l'accordo con i tempi: è felice chi procede in modo conforme alla qualità dei tempi. Giulio II, per esempio, ebbe successo perché il suo carattere impetuoso trovò tempi adatti. Non è il discorso di un fatalista.


La verità effettuale

Il capitolo XV è il punto di svolta. Qui Machiavelli dichiara di voler andare "drieto alla verità effettuale della cosa, che alla immaginazione di essa".

Che cosa significa, in concreto? Che chi governa deve partire dagli uomini reali, con le loro ambizioni e la loro scarsa lealtà, e non da una società ideale. Sarebbe pericoloso, scrive il biografo riassumendolo, fare conto sulla pietà o sulla lealtà altrui, perché vorrebbe dire consegnarsi a loro.

È una rottura con la tradizione dei trattati sul principe ideale, che descrivevano come un sovrano dovrebbe essere. Machiavelli descrive come un sovrano deve comportarsi per non perdere lo Stato.


Politica e morale: la volpe e il leone

Qui nasce la fama sinistra del libro. Machiavelli sostiene che un principe, soprattutto un principe nuovo, non può praticare sempre tutte le virtù per cui gli uomini sono ritenuti buoni, perché per conservare lo Stato è spesso costretto ad agire contro la morale comune. Non si tratta di preferire il male. Il principio, che il testo ripete, è di non allontanarsi dal bene quando è possibile, ma di saper entrare nel male quando è necessario.

L'immagine più famosa si trova nel capitolo XVIII, sul modo in cui il principe deve mantenere la parola. Machiavelli ricorre alla figura del centauro Chirone, maestro di molti eroi antichi, per dire che il principe deve saper usare sia la natura dell'uomo sia quella della bestia. Tra le bestie deve scegliere due modelli: la volpe, che riconosce le trappole, e il leone, che spaventa i lupi. Chi si affida solo al leone non capisce il gioco. Il capitolo aggiunge che il principe deve apparire pietoso, fedele, umano e religioso, anche quando non lo è, perché gli uomini giudicano più dagli occhi che dalle mani.


Come leggere questo passo? Per i lettori che vedono nel Principe un manuale del cinismo è la prova definitiva. Per altri, la scoperta dell'autonomia della politica: un ambito con regole proprie, diverse da quelle della morale privata. Su questa seconda lettura torna spesso la critica del Novecento, a partire da Benedetto Croce. Resta una distinzione utile: la formula "il fine giustifica i mezzi" non compare in questi termini nel capitolo XVIII, che dice solo che nelle azioni dei principi "si guarda al fine". Conviene diffidare di chi attribuisce a Machiavelli formule senza citare il passo.


L'esortazione finale

L'ultimo capitolo cambia tono. Dopo l'analisi fredda, Machiavelli si rivolge ai Medici con un appello appassionato: liberare l'Italia dagli stranieri. Molti lettori ottocenteschi videro in questa pagina l'annuncio del Risorgimento. Altri, oggi, ricordano che l'appello ha anche una funzione retorica: il libro è un'offerta a una famiglia, e finisce con il gesto di chi vuole essere ascoltato.


La lingua e lo stile

Il Principe è scritto in volgare fiorentino, non in latino, anche se il titolo che Machiavelli usa è latino. È una prosa breve, secca, costruita su alternative e su esempi. Il libro procede per capitoli con titoli che annunciano la questione, e il ragionamento va dritto al punto.

Gli studiosi hanno dedicato alla lingua di Machiavelli studi specifici, per esempio quelli di Chiappelli, e una postfazione sulla lingua del Principe nell'edizione francese curata da Fournel e Zancarini: segno che le parole chiave (virtù, fortuna, occasione, necessità, stato) meritano una lettura attenta e non vanno sostituite con i loro significati moderni. Il consiglio pratico è di leggere sempre il capitolo intero, con le note, prima di giudicare una singola frase.


Pubblicazione postuma e fortuna

Machiavelli non vide il libro stampato. Il testo circolò in copie manoscritte, molte legate allo scrittoio di Biagio Buonaccorsi. Nel marzo 1523 Agostino Nifo pubblicò a Napoli un trattatello latino, De regnandi peritia, che per larga parte è un rifacimento dell'opera.

Le maggiori opere machiavelliane furono stampate a Roma e a Firenze nel 1531-32, e la messa all'Indice dei libri proibiti arrivò nel 1559.

Il libro continua a circolare in edizioni clandestine. All'estero la storia è diversa: Jean Bodin lo critica ma lo elogia come colui che "scrisse per primo, dopo circa mille e duecento anni di barbarie, molte cose in materia di stato che sono sulla bocca di tutti". In Inghilterra nasce un vero mito: John Donne mette Machiavelli in un dibattito all'inferno, mentre James Harrington, nel Seicento, preferisce i Discorsi al Principe e vede in lui un pensatore repubblicano.

Nel Settecento affiora una tesi opposta: il Principe sarebbe una satira, scritta per mostrare il volto demoniaco della tirannide. L'idea, che era già di Traiano Boccalini all'inizio del Seicento, arriva fino ai Sepolcri di Foscolo. Nell'Ottocento il libro viene riletto in chiave politica e nazionale: Fichte, Hegel e, in Italia, Francesco De Sanctis lo trasformano in un testo sulla nascita dello Stato nazionale. Nel Novecento Gramsci vi legge l'idea del partito come "nuovo principe", e Federico Chabod ricostruisce la figura di un uomo complesso, fatto di razionalità e di passione.


Una chiave di lettura finale

Tre consigli per leggerlo bene. Primo: il Principe va letto insieme ai Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio, l'opera in cui Machiavelli discute di repubbliche. Il Dizionario Biografico ricorda che la libertà è centrale nei Discorsi ma è sottesa anche al Principe. Secondo: bisogna ricordare il destinatario. Il libro è scritto per convincere un potente, non per istruire un pubblico. Terzo: le parole contano. Quando Machiavelli scrive "virtù" non scrive "bontà".

Un'opera così breve ha prodotto cinque secoli di discussioni perché dice una cosa scomoda: che chi esercita il potere deve fare i conti con ciò che accade davvero. Si può rifiutare la conclusione, ma bisogna averla letta.


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