Niccolò Machiavelli: vita e opere del segretario fiorentino
Niccolò Machiavelli è il pensatore politico più famoso del Rinascimento, e anche il più travisato. Il suo cognome è diventato un aggettivo, "machiavellico", che indica l'astuzia senza scrupoli. Ma l'uomo che scrisse Il Principe non fu un cortigiano spregiudicato: per quattordici anni fu un funzionario della Repubblica di Firenze, che organizzava milizie, trattava con re e papi e redigeva relazioni. Il suo pensiero nasce da quell'esperienza e dalla sua brusca interruzione.
La vita
Un'infanzia fiorentina
Niccolò Machiavelli nacque a Firenze il 3 maggio 1469, nel popolo di Santa Trinita. Il padre, Bernardo, era un dottore in legge di condizione modesta; la madre, Bartolomea, era dei Nelli. Studiò grammatica dal 1476, abaco dal 1480 e latino dal 1481 con ser Paolo Sasso da Ronciglione, professore nello Studio fiorentino. Non imparò mai il greco. Lesse invece presto i classici latini: nella piccola biblioteca paterna c'erano Tito Livio, Biondo Flavio, Cicerone, Giustino. Su quei libri si formò il lettore che, anni dopo, costruirà i Discorsi proprio sulla prima Deca di Livio.
Il segretario della Repubblica
Il 9 novembre 1494 i Medici furono cacciati da Firenze e la città visse l'esperienza religiosa e politica di Girolamo Savonarola. Machiavelli non fu savonaroliano: in una lettera del 9 marzo 1498 a Ricciardo Becchi giudica il frate con ostile ironia. Pochi mesi dopo la caduta di Savonarola la sua carriera cominciò. A fine maggio 1498 fu designato segretario della Seconda Cancelleria, l'ufficio che si occupava degli affari interni e della guerra, e in giugno la nomina passò ai consigli. Il 14 luglio gli fu affidato anche l'ufficio di segretario dei Dieci di libertà e pace, la magistratura addetta alla guerra e alla sicurezza del territorio. Da quel doppio incarico nacque il nome con cui è sempre stato chiamato: il "segretario fiorentino".
Le missioni diplomatiche
Per quattordici anni Machiavelli lavorò per gli organi di governo: corrispondenza, relazioni, provvedimenti, in gran parte legati alla guerra per riconquistare Pisa, ribellata nel 1494. La parte più formativa furono le missioni all'estero.
Nel luglio 1499 andò a Forlì da Caterina Sforza, signora della città, per rinnovare un accordo militare: ne tornò con vaghe promesse. Nell'estate del 1500, dopo il fallimento dell'assedio di Pisa, fu inviato in Francia con Francesco Della Casa presso Luigi XII, per chiedere all'alleato un impegno maggiore e contenere le sue richieste di denaro. Restò fino al gennaio 1501: il primo confronto con la grande politica europea, da cui nacquero osservazioni sulla monarchia francese che torneranno nel Principe.
Seguirono le missioni che ispirarono il settimo capitolo dell'opera. Nel giugno 1502 accompagnò Francesco Soderini presso Cesare Borgia, il "Valentino", che aveva appena occupato Urbino e premeva su Firenze. Da ottobre 1502 a gennaio 1503 tornò al Borgia con una seconda legazione, e assisté al colpo con cui il duca attirò a Senigallia i luogotenenti ribelli e li eliminò. Nell'autunno 1503 fu a Roma per il conclave da cui uscì papa Giulio II, e vide l'ultimo errore del Borgia, rovinato proprio da quel conclave. Vennero poi missioni minori e un viaggio del 1506 accanto a Giulio II in marcia su Perugia e Bologna. Alla fine del 1507 toccò al Tirolo, presso l'imperatore Massimiliano I, come cancelliere dell'ambasciatore Francesco Vettori: tornò con un rapporto lucido sulla debolezza della Germania. Nel 1510 e nel 1511 fu di nuovo in Francia, ma la posizione di Firenze si faceva disperata.
La milizia e la riconquista di Pisa
Dall'autunno del 1502 la Repubblica fu guidata da Piero Soderini, eletto gonfaloniere perpetuo. Machiavelli ne divenne il collaboratore più fidato, senza risparmiargli critiche per l'incertezza. A lui si lega il progetto più audace della Repubblica: una milizia "propria", di cittadini e sudditi, al posto dei mercenari. Contro le diffidenze degli aristocratici organizzò il reclutamento nell'inverno tra il 1505 e il 1506: la prima rassegna di quattrocento fanti si tenne il 15 febbraio 1506, e a fine anno gli arruolati erano circa cinquemila.
La prova arrivò con la guerra di Pisa. Nel giugno 1509, dopo un lungo blocco, la città si arrese: Machiavelli sovrintese alle operazioni e controfirmò la resa. Era il culmine della Repubblica e della sua carriera.
La caduta e l'arresto
Da lì in poi la strada fu tutta in salita. La Lega Santa portò la guerra in Toscana: nell'agosto 1512 l'esercito spagnolo, guidato dal cardinale Giovanni de' Medici, scese su Firenze, le milizie fiorentine furono annientate e Prato fu saccheggiata il 29 agosto. Soderini fuggì, e il 16 settembre i Medici ripresero il potere.
Il 7 novembre 1512 Machiavelli fu destituito. Quando nel febbraio 1513 fu scoperta una congiura repubblicana, fu sospettato di complicità: arrestato il 12 febbraio, fu sottoposto al tormento della fune. I capi della congiura furono giustiziati; lui ne uscì dopo circa un mese, grazie all'amnistia seguita all'elezione al papato di Giovanni de' Medici, Leone X dall'11 marzo. La sua prima vita era finita: aveva quarantatré anni.
L'Albergaccio e gli ultimi anni
Rimasto senza ufficio, Machiavelli si ritirò nel podere di famiglia a Sant'Andrea in Percussina, presso San Casciano, con la moglie Marietta Corsini, sposata nell'autunno del 1501, e i figli. Il luogo è passato alla storia con il nome dell'osteria in cui passava le serate, l'Albergaccio. Di quegli anni parlò come di un vivere "post res perditas", dopo le cose perdute: l'espressione è sua.
Chiese incarichi ai Medici e agli amici potenti, in particolare a Francesco Vettori, ambasciatore a Roma. Nel febbraio 1515 dalla corte pontificia arrivò un rifiuto netto. Così la parte migliore delle sue giornate andò allo scrittoio. Nella lettera più celebre, scritta a Vettori il 10 dicembre 1513, racconta la sua sera: entrato nello scrittoio, «rivestito condecentemente entro nelle antique corti delli antiqui uomini, [...] mi pasco di quel cibo che solum è mio», il colloquio con gli antichi. Nella stessa lettera annuncia il suo opuscolo "de principatibus": la prima notizia del Principe.
Dal 1516 o 1517 frequentò gli Orti Oricellari, il circolo di giovani letterati raccolto attorno a Cosimo Rucellai, dove si discuteva di repubblica e di libertà. Nel 1520 il clima cambiò: fu ricevuto dal cardinale Giulio de' Medici, e l'8 novembre lo Studio fiorentino gli affidò un magro salario per scrivere gli annali della città, il lavoro che divenne le Istorie fiorentine. Nell'agosto 1521 stampò presso i Giunti l'Arte della guerra, e in un viaggio a Carpi cominciò l'amicizia con Guicciardini. Nel giugno 1525 presentò a papa Clemente VII i primi otto libri delle Istorie. Negli ultimi anni seguì ancora questioni militari, accanto a Guicciardini tra Romagna e Lombardia e sulla fortificazione delle mura di Firenze, negli anni del sacco di Roma.
Proprio allora, nel maggio 1527, i Medici furono cacciati e tornò la Repubblica. Il nuovo governo, di estrazione savonaroliana, diffidava di lui e non lo richiamò in cancelleria. Morì il 21 giugno 1527, poche settimane dopo, e fu sepolto in Santa Croce.
Le opere
Il Principe
Composto tra l'estate del 1513 e la primavera del 1514, Il Principe circolò in copie manoscritte e fu stampato solo nel 1532, a Roma. L'autore lo chiamava "opuscolo de principatibus", e lo dedicò a Lorenzo di Piero de' Medici.
I primi capitoli classificano i principati e i modi di conquistarli: l'eredità, le armi proprie, la fortuna, il delitto, il favore dei cittadini. Il settimo è costruito sul caso di Cesare Borgia, che prese il potere con le armi del padre, papa Alessandro VI, e lo perse per la fortuna avversa. Altri capitoli condannano gli eserciti mercenari. Poi il cuore del libro: le qualità del principe, giudicato secondo la "verità effettuale", cioè il mondo come è, non come dovrebbe essere. L'ultimo capitolo esorta i Medici a liberare l'Italia dal dominio dei "barbari".
I Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio
Per molti studiosi i Discorsi sono il vero capolavoro. Sono un commento libero ai primi dieci libri di Livio, in tre libri, dedicati a Cosimo Rucellai e Zanobi Buondelmonti e terminati nel 1517. Il tema è la repubblica: come nasce, come si conserva, come si corrompe. Roma antica è il modello, la sua conflittualità istituzionalizzata tra plebe e Senato la sua forza. Il metodo è quello del Principe, la "verità effettuale" applicata alla storia, con il principio del "ridurre ai princìpi": ogni corpo politico, per durare, deve tornare alle sue origini.
L'Arte della guerra
Sette libri in forma di dialogo con Fabrizio Colonna, ambientati nel 1516 negli Orti Oricellari. Stampata dai Giunti nell'agosto 1521, è l'unica opera maggiore data alle stampe in vita. La tesi è il ritorno all'arte militare romana: fanteria e "popolazione armata" contro i mercenari.
Le Istorie fiorentine
Otto libri commissionati nel 1520 dallo Studio per volontà del cardinale Giulio de' Medici, presentati nel giugno 1525 e stampati postumi. Raccontano Firenze dalla fondazione al 1492, ma il vero soggetto è il conflitto interno della città, dai guelfi e i ghibellini al predominio dei Medici, letto in contrasto con la Roma dei Discorsi.
La Mandragola, la Clizia e le altre opere letterarie
La Mandragola è considerata da molti la migliore commedia del Rinascimento italiano. Il vecchio messer Nicia, desideroso di un figlio, accetta che la moglie Lucrezia beva una pozione; il parassita Ligurio e un frate compiacente orchestrano tutto, e il giovane Callimaco, innamorato della donna, finisce nel suo letto per mano dello stesso marito. Fu rappresentata a Firenze nel 1520 circa, e Leone X la volle a Roma.
La Clizia, adattamento della Casina di Plauto rappresentato nel gennaio 1525, ride di un innamoramento senile che l'autore conosceva bene. Accanto al teatro Machiavelli coltivò tutta una produzione letteraria: la favola di Belfagor, il poemetto satirico Asino, i Decennali in versi sulla storia d'Italia, la Vita di Castruccio Castracani, la traduzione dell'Andria di Terenzio, i canti carnascialeschi e il Discorso intorno alla nostra lingua, la cui autenticità è stata a lungo discussa.
L'epistolario
Le lettere di Machiavelli hanno due versanti. Il primo è ufficiale: le legazioni e commissarie, i rapporti scritti per il governo, la più viva cronaca dell'Italia tra Quattro e Cinquecento. Il secondo è privato. Il carteggio con Vettori, dal marzo 1513 al gennaio 1515, è il più celebre; vi si legge l'autoritratto di un intellettuale costretto a "ragionare dello stato" perché non sa ragionare "dell'arte della seta e dell'arte della lana". Dal 1521 al 1527 lo scambio con Guicciardini è straordinario per finezza psicologica. Dalle lettere, più che dalle opere, si ricostruisce l'uomo: sono la fonte principale della sua biografia.
Una chiave di lettura finale
Il "machiavellismo" dei dizionari, l'astuzia senza scrupoli, è un'etichetta che il segretario fiorentino stenterebbe a riconoscere. La sua lezione vera è un'altra: la politica ha regole proprie, non si confonde con la morale, e chi la esercita deve saper leggere i tempi. Per questo i Discorsi valgono quanto Il Principe: uno guarda al principe, l'altro alla repubblica, con lo stesso metodo.
Un consiglio pratico: leggere prima la lettera a Vettori del 10 dicembre 1513, dove l'uomo si racconta meglio che in ogni ritratto, poi il capitolo quindicesimo del Principe, dove è spiegata la "verità effettuale". Sono testi brevi e, letti insieme, mostrano il metodo prima dei risultati.



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