Il Decameron di Boccaccio: peste, amore e novelle
Dieci giovani lasciano una città devastata dalla peste e si chiudono in una villa fuori Firenze. Per passare il tempo si raccontano storie. Alla fine ne escono cento. In una frase, il Decameron è questo: un libro nato dalla morte che parla soprattutto di vita, di ingegno, di desiderio e di fortuna.
È anche il primo grande libro di prosa della letteratura italiana. In questo articolo vediamo come si apre, in quale epoca e da quale catastrofe nasce, che cosa dice dell'amore, come funziona il genere della novella, come scrive Boccaccio e, infine, come l'opera è stata letta nei secoli.
Proemio e dedica: un libro per le donne
Il libro si apre con un proemio in cui l'autore parla di sé. Boccaccio racconta di essere stato a lungo tormentato da un amore molto forte, e di essere stato aiutato da amici che lo consolarono. Per gratitudine, vuole ora offrire a sua volta un conforto. Lo dice nelle prime parole:
Umana cosa è l'avere compassione degli afflitti
Il conforto è rivolto soprattutto alle donne. Boccaccio spiega che gli uomini, quando sono afflitti da pensieri d'amore, hanno molti modi per distrarsi: possono uscire, andare a caccia, cavalcare, occuparsi di commerci. Le donne invece, secondo lui, passano la maggior parte del tempo chiuse nelle loro stanze, sottoposte ai voleri di padri, madri, fratelli e mariti. Per loro, scrive, "è assai l'ago, il fuso e l'arcolaio" (Proemio). Il libro nasce per essere "in soccorso e rifugio di quelle che amano".
Questa dedica va letta con attenzione. Da un lato c'è un gesto di sincera simpatia verso il pubblico femminile, che era in gran parte escluso dalla cultura in latino. Dall'altro la visione delle donne che emerge dal proemio riflette i limiti della mentalità del tempo, e non sappiamo fino a che punto sia anche una posa letteraria. Gli studiosi discutono quanto il pubblico reale del Decameron fosse femminile: tra i primi lettori ci furono molti mercanti e uomini colti.
La funzione dichiarata è doppia: dare "diletto" e "utile consiglio", cioè piacere e insegnamento, secondo un'idea della letteratura che viene dal mondo classico. Il libro è anche, fin dal titolo, un'opera costruita. "Decameron" viene dal greco e significa, all'incirca, "dieci giorni". Il sottotitolo, che la tradizione ricorda come "Prencipe Galeotto", rimanda al personaggio che nell'Inferno di Dante fa da tramite all'amore tra Paolo e Francesca.
Il periodo storico e la peste del 1348
Boccaccio nasce nel 1313, probabilmente a Certaldo o a Firenze, e muore a Certaldo nel 1375. Cresce a Napoli, alla corte angioina, e poi torna a Firenze. Il Decameron viene composto, secondo l'opinione più diffusa, tra il 1349 e il 1353 circa. Le date sono approssimative e si discute ancora.
Il punto di partenza è un fatto storico. Nel 1348 la peste, arrivata dall'Oriente, colpisce Firenze. Boccaccio la racconta all'inizio della prima giornata con una precisione impressionante:
Dico adunque che già erano gli anni della fruttifera Incarnazione del Figliuolo di Dio al numero pervenuti di milletrecentoquarantotto, quando nell'egregia città di Firenze [...] pervenne la mortifera pestilenza (Giornata prima, Introduzione)
Il testo descrive i sintomi, i "gavoccioli" sotto le ascelle e all'inguine, il contagio che passa da una persona all'altra "non altramenti che faccia il fuoco alle cose secche o unte". Descrive soprattutto lo sfaldarsi della società: chi si chiude in casa a vivere con moderazione, chi si abbandona a bere e a ridere di tutto, chi fugge in campagna. La paura rompe i legami più stretti, tanto che "l'un fratello l'altro abbandonava", e perfino genitori e figli si evitano. Cadono anche le regole civili: le leggi, dice Boccaccio, sono "quasi cadute e dissolute".
Lui stesso avverte il lettore che l'inizio è duro. Promette però che dopo verrà il piacere, e usa un'immagine che è rimasta celebre: l'orrido cominciamento sarà "una montagna aspra ed erta", dopo la quale c'è "un bellissimo piano e dilettevole". Sulle cifre dei morti a Firenze gli storici non concordano, e conviene non citarne senza una fonte.
La peste è la cornice storica, e insieme il motivo narrativo. Sette giovani donne si incontrano a Santa Maria Novella e decidono di lasciare la città. Con loro vengono tre giovani uomini. Si trasferiscono in campagna, dove vivono in un ambiente ordinato e sereno. Raccontare è il loro modo di ricostruire un ordine mentre fuori il mondo si disfa.
La fortuna: da Bembo all'Europa
Il Decameron ebbe successo subito, e circolò in moltissimi manoscritti. Il più importante è considerato quello autografo. Il libro piacque anche a chi lo trovava scandaloso: già nel Trecento ci furono critiche per la sua licenza, e lo stesso Boccaccio si difende nella conclusione.
Il punto di svolta è il Cinquecento. Pietro Bembo, nelle Prose della volgar lingua (1525), indica Boccaccio come il modello per la prosa, così come indica Petrarca come modello per la poesia. Da quel momento il Decameron diventa un riferimento per la lingua letteraria italiana. Per questo la prosa boccacciana, con i suoi lunghi periodi, ha influenzato la scrittura italiana per secoli, anche quando non era più davvero imitabile.
Contemporaneamente l'opera si diffonde in Europa. Fu tradotta in francese, in spagnolo e in inglese già tra Quattrocento e Cinquecento (la prima traduzione francese è del 1414, da controllare). Ispirò Chaucer, che probabilmente conobbe Boccaccio, nei Racconti di Canterbury; la questione è discussa. Anche Shakespeare e Molière attinsero a novelle boccacciane, e la tradizione della novella europea deve molto a quel modello.
C'è anche il lato della censura. Dopo il Concilio di Trento il libro fu espurgato: nel 1573 uscì un'edizione rivista da Salviati, con i personaggi ecclesiastici sostituiti da laici. Nell'Ottocento De Sanctis lo lesse come la "commedia umana", in contrapposizione alla "divina" di Dante. Oggi il Decameron è un testo di studio e di lettura, ripreso anche dal cinema (Pasolini ne trasse un film nel 1971).
L'amore
L'amore è il tema che attraversa tutto il libro, ma ha molte facce. Il proemio parla di "piacevoli ed aspri casi d'amore", e in effetti le novelle mostrano entrambi.
C'è l'amore tragico. La novella di Tancredi, principe di Salerno, e della figlia Ghismunda (IV, 1) finisce con la morte degli amanti. Quella di Federigo degli Alberighi (V, 9) mostra un amore che si conclude bene, dopo un gesto di grande generosità. Ci sono poi l'amore sensuale e la beffa, per esempio le storie di Alibech (III, 10) o di monna Belcolore, e quelle di mogli che ingannano i mariti.
Accanto a questi c'è un'idea nuova dell'amore. Nel Duecento e in Dante l'amore è spesso una forza che innalza, un cammino verso il bene. Per Boccaccio è prima di tutto una forza naturale, che nessuna regola riesce a fermare. Lo dice con una frase che viene spesso ricordata, secondo cui le leggi di natura sono più forti di quelle sociali. L'amore è desiderio, e il desiderio non è un peccato da condannare.
Non bisogna però semplificare. Il libro non è un inno alla libertà senza limiti. Molte novelle mostrano i costi dell'amore, e la cornice resta sempre misurata e onesta. Il rapporto tra gioco, morale e ironia è uno dei punti su cui la critica si divide.
Il genere della novella
Il Decameron è una raccolta di cento novelle inserite in una cornice. La cornice è il racconto della brigata che si ritira in campagna, e dà unità al libro.
La struttura. I giorni di narrazione sono dieci, e in ogni giornata ciascuno dei dieci giovani racconta una novella, per un totale di cento. Ci sono però pause: due giorni alla settimana non si racconta (il venerdì e il sabato, per devozione e per le pulizie), così il soggiorno dura in tutto quattordici giorni. Ogni sera si canta una canzone, e le ballate chiudono ciascuna giornata. In totale si contano quindi, oltre alle novelle, anche dei testi in versi.
I novellatori. Le sette donne sono Pampinea, Fiammetta, Filomena, Emilia, Lauretta, Neifile ed Elissa. I tre uomini sono Panfilo, Filostrato e Dioneo. I nomi sono letterari, e alcuni rimandano a opere precedenti di Boccaccio. Ogni giorno viene eletto un re o una regina, che sceglie il tema.
I temi. La prima giornata è a tema libero, e lo stesso vale per la nona. Le altre hanno un argomento preciso: la fortuna, la tenacia nel raggiungere un bene, gli amori infelici, quelli a lieto fine, le beffe, i motti, la generosità. Dioneo ha il privilegio di raccontare per ultimo e di scegliere il proprio argomento. Un elenco completo giornata per giornata va controllato sul testo.
La novella. Non è solo una storia breve. Ha una trama ben costruita, spesso un colpo di scena, e un protagonista che si distingue per intelligenza. Boccaccio mette in scena l'ingegno: Ser Ciappelletto (I, 1), che inganna un confessore in punto di morte, è l'esempio più noto. Altri protagonisti sono Calandrino, la vittima ricorrente delle beffe, e Griselda (X, 10), che sopporta prove durissime.
I mondi rappresentati sono molti: mercanti, nobili, preti, contadini, artisti. Il Decameron è uno specchio della società del Trecento, con il commercio e la vita cittadina in primo piano.
Lingua e stile
Boccaccio scrive in volgare fiorentino, la lingua della sua città, già resa illustre da Dante e da Petrarca. La scelta è consapevole. Allo stesso tempo, la sua prosa deve molto al latino, e lo si vede nella sintassi.
Il periodare. Il periodo boccacciano è lungo e articolato. Le frasi sono costruite con molte subordinate, con il verbo spesso spostato verso la fine, secondo un modello che imita la prosa latina (si parla di "ipotassi" e di "cursus", il ritmo delle chiusure di frase). Lo si vede bene nella prima frase del proemio e in tutta l'introduzione alla peste. Il risultato è solenne e musicale.
I registri. Il tono cambia secondo la materia. Nelle parti alte, come il proemio e le novelle tragiche, la lingua è elevata e piena di latinismi. Nelle novelle comiche, invece, il dialogo si avvicina al parlato, con battute, proverbi e modi di dire popolari, e a volte anche con dialetti. Boccaccio usa questa varietà per caratterizzare i personaggi.
Lo stile. C'è una grande attenzione alla scena. L'autore descrive con pochi tratti, e lascia che la storia proceda per dialoghi e azioni. L'ironia è sempre presente, e permette di dire cose difficili con leggerezza. Il narratore commenta, a volte si rivolge direttamente alle lettrici, e si presenta come un uomo che ha conosciuto la sofferenza e può quindi ridere senza cattiveria.
Un'avvertenza sulle citazioni. Il testo che leggiamo oggi è normalizzato nella grafia, e lo stesso vale per le due citazioni qui sopra. Le differenze con l'autografo vanno tenute presenti, soprattutto per chi vuole studiare la lingua.
Una chiave di lettura finale
Un consiglio pratico per chi comincia. Non serve leggere le cento novelle in ordine. Si può partire dall'introduzione alla prima giornata, che da sola vale come testo storico e letterario, poi passare a una novella breve e comica, come quella di Ser Ciappelletto, e a una tragica, come quella di Ghismunda. Il contrasto fa capire la gamma del libro.
C'è un secondo punto. Il Decameron è spesso ricordato per le novelle licenziose, ma è molto di più. È un libro sull'intelligenza pratica, sulla parola che salva o inganna, sulla fortuna che cambia le vite. È anche un libro sulla comunità: la brigata sopravvive perché racconta, ascolta e si dà delle regole.
Per proseguire, si può leggere l'articolo sul Canzoniere di Petrarca, per vedere l'altro modello della letteratura del Trecento, o quello sulla Commedia di Dante, il grande punto di partenza di tutto.



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