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Ahi lasso, or è stagion de doler tanto di Guittone d'Arezzo: Analisi del testo

5 giorni fa
Tempo di lettura: 8 min

Pochi testi del Duecento parlano di una sconfitta mentre la ferita è ancora aperta. «Ahi lasso, or è stagion de doler tanto» è il lamento di Guittone d'Arezzo per la battaglia di Montaperti. Non piange una donna. Piange Firenze e la giustizia che, secondo il poeta, la città ha tradito. A metà canzone il tono cambia: il compianto diventa sarcasmo.


Introduzione

La canzone è di argomento civile e politico. Negli studi di Cécile Le Lay è indicata come la canzone XIX (19) del corpus.

L'occasione è la battaglia di Montaperti, combattuta il 4 settembre 1260. Da una parte stavano i guelfi fiorentini con i loro alleati. Dall'altra Siena, i ghibellini fiorentini in esilio guidati da Farinata degli Uberti e i cavalieri tedeschi mandati da Manfredi, re di Sicilia.

I guelfi furono sconfitti. Secondo la ricostruzione di Le Lay pesò anche il tradimento di alcuni ghibellini che combattevano nell'esercito fiorentino e passarono al nemico. Per Firenze fu un colpo durissimo, dopo circa dieci anni di crescita sotto il governo guelfo.

Guittone scrive a caldo. La canzone si colloca poco dopo la battaglia, prima della conversione e dell'ingresso tra i Frati Gaudenti. Il modello è il planh, il lamento funebre della lirica provenzale. Guittone lo usa per un lutto collettivo e ne ricava una lezione morale.


Il metro

La canzone ha sei strofe di quindici versi e un congedo di sette, per un totale di 97 versi. Lo schema è il seguente:

Parte

Versi della prima strofa

Schema

Fronte, primo piede

1-4

ABBA

Fronte, secondo piede

5-8

CDDC

Sirma

9-15

EFGgFfE

Congedo

91-97

EFGgFfE

Le lettere minuscole indicano i settenari, gli altri versi sono endecasillabi. Il congedo riprende lo schema della sirma, come la tornada provenzale, ed è rivolto con ironia ai baroni di tutta Italia.

Le strofe sono capfinidas: la prima parola di ognuna riprende l'ultima della precedente (altezza, Leone, conquise, folle, monete). Questo lega le strofe in una catena e dà alla canzone un andamento insistito, adatto al lamento. Alcune rime sono identiche, come forza ai vv. 51-52 e danno ai vv. 61 e 64. Nella sesta strofa ora (v. 80) rima con mura (v. 83).


Testo e parafrasi

Il testo è quello di Poeti del Duecento, a cura di Gianfranco Contini (Ricciardi, Milano-Napoli 1960). Le parentesi quadre sono integrazioni dell'edizione. La parafrasi è una proposta di lettura.

Testo

Parafrasi

Ahi lasso, or è stagion de doler tanto a ciascun om che ben ama Ragione, ch'eo meraviglio u' trova guerigione, ca morto no l'ha già corrotto e pianto, vedendo l'alta Fior sempre granata e l'onorato antico uso romano ch'a certo pèr, crudel forte villano, s'avaccio ella no è ricoverata:

ché l'onorata sua ricca grandezza e 'l pregio quasi è già tutto perito e lo valor e 'l poder si desvia.

Perché la sua ricca e onorata grandezza e il suo prestigio sono ormai quasi del tutto perduti, e il valore e la potenza vengono meno. Ahi, ora è il momento di soffrire tanto, per chiunque ami davvero la Ragione, che mi stupisco come trovi scampo e non sia già morto di lutto e di pianto, vedendo la nobile Firenze, sempre feconda, e l'antico onorato costume romano andare certamente in rovina, crudele e grave sventura, se non sono subito soccorsi.

Oh lasso, or quale dia fu mai tanto crudel dannaggio audito? Deo, com'hailo sofrito, deritto pèra e torto entri 'n altezza?

Altezza tanta êlla sfiorata Fiore fo, mentre ver' se stessa era leale, che ritenea modo imperïale, acquistando per suo alto valore provinci' e terre, press'o lunge, mante; e sembrava che far volesse impero sì como Roma già fece, e leggero li era, c'alcun no i potea star avante.

Ahimè, quale giorno si udì mai un danno così crudele? Dio, come hai potuto sopportare che il diritto perisca e il torto salga in alto?

Tanta grandezza ebbe la Fiore ormai sfiorita, finché fu leale verso sé stessa: aveva un modo di governare da impero e conquistava con il suo grande valore molte province e terre, vicine e lontane. Sembrava voler costruire un impero come già fece Roma, e le era facile, perché nessuno poteva resisterle.

E ciò li stava ben certo a ragione, ché non se ne penava per pro tanto, como per ritener giustizi' e poso; e poi folli amoroso de fare ciò, si trasse avante tanto, ch'al mondo no ha canto u' non sonasse il pregio del Leone.

E questo le spettava a buon diritto, perché non si affaticava tanto per il guadagno quanto per mantenere giustizia e pace. Poiché le era caro farlo, andò tanto avanti che nel mondo non c'è angolo dove non risuonasse la fama del Leone.

Leone, lasso, or no è, ch'eo li veo tratto l'onghie e li denti e lo valore, e 'l gran lignaggio suo mort'a dolore, ed en crudel pregio[n] mis' a gran reo. E ciò li ha fatto chi? Quelli che sono de la schiatta gentil sua stratti e nati, che fun per lui cresciuti e avanzati sovra tutti altri, e collocati a bono;

e per la grande altezza ove li mise ennantir sì, che 'l piagãr quasi a morte; ma Deo di guerigion feceli dono, ed el fe' lor perdono; e anche el refedier poi, ma fu forte e perdonò lor morte: or hanno lui e soie membre conquise.

Ora, ahimè, il Leone non c'è più, perché lo vedo privato di artigli, denti e forza, con la sua grande stirpe morta nel dolore, e gettato in dura prigionia come un grande colpevole. E chi gli ha fatto questo? Quelli che discendono dalla sua stessa nobile stirpe, che da lui furono fatti crescere e innalzare sopra tutti gli altri e ben sistemati; per l'alta posizione in cui li pose si insuperbirono tanto da ferirlo quasi a morte. Ma Dio gli donò la guarigione ed egli perdonò loro. Lo ferirono ancora, ma egli, forte, risparmiò loro la vita. Ora hanno vinto lui e le sue membra.

Conquis'è l'alto Comun fiorentino, e col senese in tal modo ha cangiato, che tutta l'onta e 'l danno che dato li ha sempre, como sa ciascun latino, li rende, e i tolle il pro e l'onor tutto: ché Montalcino av'abattuto a forza, Montepulciano miso en sua forza, e de Maremma ha la cervia e 'l frutto;

Sangimignan, Pog[g]iboniz' e Colle e Volterra e 'l paiese a suo tene; e la campana, le 'nsegne e li arnesi e li onor tutti presi ave con ciò che seco avea di bene. E tutto ciò li avene per quella schiatta che più ch'altra è folle.

È vinto il grande Comune fiorentino, e con Siena le sorti si sono tanto rovesciate che Siena gli rende tutta l'offesa e il danno che ne ha sempre ricevuto, come sa ogni italiano, e gli toglie ogni vantaggio e ogni onore: ha abbattuto con la forza Montalcino, ha messo in suo potere Montepulciano, ha della Maremma la cervia e i frutti;

tiene San Gimignano, Poggibonsi, Colle, Volterra e il territorio intorno; ha preso la campana, le insegne, le armi e tutti gli onori, con ogni bene che i Fiorentini avevano con sé. E tutto questo accade per colpa di quella stirpe che più di ogni altra è folle.

Foll'è chi fugge il suo prode e cher danno, e l'onor suo fa che vergogna i torna, e di bona libertà, ove soggiorna a gran piacer, s'aduce a suo gran danno sotto signoria fella e malvagia, e suo signor fa suo grand' enemico. A voi che siete ora in Fiorenza dico, che ciò ch'è divenuto, par, v'adagia;

e poi che li Alamanni in casa avete, servite i bene, e faitevo mostrare le spade lor, con che v'han fesso i visi, padri e figliuoli aucisi; e piacemi che lor dobiate dare, perch'ebber en ciò fare fatica assai, de vostre gran monete.

Folle è chi fugge il proprio vantaggio e cerca il danno, e fa volgere il proprio onore in vergogna, e dalla buona libertà in cui vive con gran piacere si porta al proprio gran danno, sotto un dominio crudele e malvagio, facendo suo signore il suo peggior nemico. A voi che ora siete a Firenze dico che quanto è accaduto, a quanto pare, vi fa comodo; e poiché avete i Tedeschi in casa, serviteli bene, fatevi mostrare le loro spade, con cui vi hanno sfregiato i volti e ucciso padri e figli. Mi piace che diate loro le vostre grandi ricchezze, perché in questo hanno faticato molto.

Monete mante e gran gioi' presentate ai Conti e a li Uberti e alli altri tutti ch'a tanto grande onor v'hano condutti, che miso v'hano Sena in podestate; Pistoia e Colle e Volterra fanno ora guardar vostre castella a loro spese; e 'l Conte Rosso ha Maremma e 'l paiese, Montalcin sta sigur senza le mura;

de Ripafratta temor ha 'l pisano, e 'l perogin che 'l lago no i tolliate, e Roma vol con voi far compagnia. Onor e segnoria adunque par e che ben tutto abbiate: ciò che desïavate potete far, cioè re del toscano.

Offrite molte monete e grandi doni ai Conti, agli Uberti e a tutti gli altri che vi hanno condotto a un onore così grande da mettervi Siena in potere. Pistoia, Colle e Volterra ora fanno custodire a proprie spese i vostri castelli; il Conte Rosso ha la Maremma e il territorio; Montalcino sta sicura anche senza le mura; il Pisano teme per Ripafratta, il Perugino teme che gli togliate il lago, e Roma vuole allearsi con voi.

Onore e signoria, dunque, pare che abbiate tutto: ciò che desideravate potete farlo, cioè essere re dei Toscani.

Baron lombardi e romani e pugliesi e toschi e romagnuoli e marchigiani, Fiorenza, fior che sempre rinovella, a sua corte v'apella, che fare vol de sé rei dei Toscani, dapoi che li Alamani ave conquisi per forza e i Senesi.

Baroni lombardi, romani, pugliesi, toscani, romagnoli e marchigiani: Firenze, fiore che sempre si rinnova, vi chiama alla sua corte, perché vuole farsi re dei Toscani, ora che ha vinto con la forza i Tedeschi e i Senesi.


Analisi del testo


Struttura: dal lamento al sarcasmo

Le prime quattro strofe formano un planh. La prima apre con il lutto di chi ama la Ragione e chiude con una domanda a Dio. La seconda ricorda la grandezza passata, con i verbi al passato. La terza mostra il Leone, emblema di Firenze, ridotto all'impotenza. La quarta elenca i guadagni di Siena. Con la parola «folle» (vv. 60-61) il registro cambia: la quinta e la sesta strofa e il congedo si rivolgono con ironia a chi ora comanda a Firenze. Il finale è una parodia di trionfo: presenta come gloria una sconfitta.


Temi: giustizia, Roma, tradimento

La parola chiave è Ragione, che nella cultura del tempo copre giustizia, diritto e saggezza. Il dolore del poeta nasce dal rovesciamento di «deritto» e «torto» (v. 15). Il male non è l'insuccesso di una parte politica: è la perdita di un ordine giusto.

Il secondo tema è Roma. Firenze cresce finché «ritenea modo imperïale» (v. 18) e finché cerca, come Roma, «giustizi' e poso» (v. 26). Il testo porta sulla città il mito di Roma, e la caduta ne è il rovescio.

Il terzo tema è il tradimento. La colpa ricade su chi è nato «de la schiatta gentil sua» (v. 36) e ha ferito la città che lo aveva fatto crescere. Studiosi come Le Lay leggono qui i ghibellini fiorentini. Da qui l'accusa di follia.


Lingua e figure

Firenze è un fiore: «alta Fior» (v. 5), «sfiorata Fiore» (v. 16), «Fiorenza, fior che sempre rinovella» (v. 93). Le tre occorrenze seguono il movimento della canzone: esaltazione, caduta, trionfo beffardo. Il Leone, simbolo di Firenze, completa l'immagine. Le Lay osserva che «granata» (v. 5) rinvia alla tradizione provenzale, dove granar vale «dare frutto».

La lingua è quella della poesia del Duecento, con forme come «Deo» (Dio), «mante» (molte), «ennantir» (insuperbirono). Il ritmo è fatto di frasi lunghe che scavalcano il verso e di esclamazioni («Oh lasso»).


Contesto storico: cosa è solido e cosa si discute

È solido l'evento: la battaglia del 4 settembre 1260 e la sconfitta dei guelfi fiorentini. Secondo Le Lay, Montaperti ferma l'espansione di una città che nel 1252 aveva coniato il fiorino d'oro e dal 1255 costruiva il Palazzo del Popolo. Si discute il resto. Il peso del tradimento in battaglia è una ricostruzione da confrontare con le cronache. La data esatta di composizione resta una stima («poco dopo» la battaglia). Quanto a Guittone, Claude Margueron, citato da Le Lay, ricorda che nel Duecento le appartenenze politiche non erano rigide. Non è sicuro che il poeta sia sempre stato guelfo.


Nella produzione civile di Guittone

Per Le Lay, con questa canzone Guittone inaugura in volgare italiano la poesia politica, riprendendo il filone provenzale del planh e del sirventese. La canzone si affianca ad altri testi civili precedenti la conversione, per esempio «Gente noiosa e villana», sull'esilio da Arezzo, dove ragione ricorre in un contesto simile. Dopo l'ingresso tra i Frati Gaudenti il poeta rinnega l'ispirazione d'amore e sceglie di cantare la giustizia. Il modello ebbe seguito: Chiaro Davanzati scrive «Ahi dolze e gaia terra fiorentina» per la sconfitta ghibellina di Benevento (1266), riprendendo lessico e temi.

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