Crin d'oro crespo e d'ambra tersa e pura di Pietro Bembo: Analisi del testo
Quattordici versi, una sola frase, e un elenco di bellezze che si lascia per ultimo il verbo. Crin d'oro crespo e d'ambra tersa e pura è il quinto sonetto delle Rime di Pietro Bembo (1530) e funziona come una vetrina: capelli, occhi, sorriso, labbra, denti, mano, voce, senno. Ogni elemento è un gioiello, e il poeta li mette in fila senza dire una parola di sé fino al verso 13. Per capire che cosa sia il Petrarchismo del Cinquecento, cioè una poesia che prende da Petrarca la lingua e le immagini e ne fa un modello, questo sonetto è uno dei migliori punti di partenza.
Introduzione al sonetto
Pietro Bembo nacque a Venezia nel 1470 e morì a Roma nel 1547. Fu letterato, umanista e poi cardinale. Nelle Prose della volgar lingua (1525) indicò in Petrarca il modello per la poesia e in Boccaccio il modello per la prosa. Le sue Rime, pubblicate nel 1530, mettono in pratica quella teoria: il lessico è scelto, le immagini sono quelle già fissate dalla tradizione, il tono è sorvegliato.
Il sonetto non racconta un evento, come fa Petrarca in «Era il giorno ch'al sol si scoloraro». Fa un inventario. Il poeta elenca le qualità fisiche e morali della donna amata e le presenta come la causa del suo innamoramento: sono l'«esca» che ha acceso il «foco». Il nome della donna non compare.
Il metro
Il testo è un sonetto: quattordici endecasillabi divisi in due quartine e due terzine. Lo schema delle rime è: ABBA, ABBA, CDE, DEC.
Strofa | Versi | Rime | Parole in rima |
Prima quartina | 1-4 | ABBA | pura, vole, sole, oscura |
Seconda quartina | 5-8 | ABBA | dura, parole, vòle, fura |
Prima terzina | 9-11 | CDE | divina, etade, noi |
Seconda terzina | 12-14 | DEC | onestade, voi, destina |
Le quartine sono a rima incrociata e usano le stesse due rime, -ura (A) e -ole (B). Le terzine rimano CDE, DEC: le rime tornano, ma l'ordine cambia. Tre dettagli meritano attenzione.
La seconda quartina riprende le stesse rime della prima, e questo dà al sonetto un andamento da litania: stesse note, altri oggetti.
Ogni quartina raccoglie un gruppo di immagini: nella prima capelli e occhi, nella seconda sorriso, labbra, denti e mano.
In rima compaiono «noi» e «voi» (versi 11 e 13): il «noi» dei mortali comuni e il «voi» della donna sono messi uno di fronte all'altro, a pochi versi di distanza.
Testo e parafrasi affiancata
Testo | Parafrasi |
Crin d'oro crespo e d'ambra tersa e pura, ch'a l'aura su la neve ondeggi e vole, | Capelli biondi, ricci, color dell'ambra lucida e pura, che al vento ondeggi e voli sulla neve della pelle, |
occhi soavi e più chiari che 'l sole, da far giorno seren la notte oscura, | occhi dolci e più luminosi del sole, capaci di fare sereno come il giorno la notte buia, |
riso, ch'acqueta ogni aspra pena e dura, rubini e perle, ond'escono parole | sorriso, che calma ogni pena aspra e dura, labbra di rubino e denti di perla, da cui escono parole |
sì dolci, ch'altro ben l'alma non vòle, man d'avorio, che i cor distringe e fura, | così dolci che l'anima non desidera nessun altro bene, mano d'avorio, che stringe e ruba i cuori, |
cantar, che sembra d'armonia divina, senno maturo a la più verde etade, | canto, che sembra un'armonia divina, saggezza matura nell'età più giovane, |
leggiadria non veduta unqua fra noi, giunta a somma beltà somma onestade, | grazia mai vista tra noi, e la massima onestà unita alla massima bellezza, |
fur l'esca del mio foco, e sono in voi grazie, ch'a poche il ciel largo destina. | furono l'esca del mio fuoco, e sono in voi doni che il cielo, generoso, riserva a poche. |
Analisi del testo
La prima cosa da vedere è la sintassi. Il sonetto è una sola frase. I soggetti sono undici elementi in elenco: il crin, gli occhi, il riso, i rubini e le perle, la man, il cantar, il senno, la leggiadria, la somma onestade unita alla beltà. Il verbo principale arriva al verso 13, «fur l'esca del mio foco». Fino a lì il lettore non sa che cosa succeda a queste bellezze.
È una scelta di costruzione. Chi legge viene tenuto in sospeso, come davanti a una collana che si scopre grano dopo grano. Alla fine il verbo chiude il cerchio e mostra che ogni elemento aveva la stessa funzione: accendere il fuoco.
I capelli e gli occhi
La prima quartina si apre con i capelli. L'oro e l'ambra sono i materiali, «crespo» dice che sono ricci, «tersa e pura» dice che sono limpidi. Il verso 2 è l'unico dove l'elenco diventa un movimento: i capelli ondeggiano e volano «a l'aura», cioè al vento, «su la neve». La neve è la pelle del viso o del collo, bianchissima. Il gioco di colori è netto: oro e ambra su bianco.
«L'aura» è una parola cara a Petrarca, che la usa anche per giocare con il nome di Laura. Bembo non la carica di quel doppio senso, ma usa lo stesso lessico.
Gli occhi vengono dopo, «soavi e più chiari che 'l sole». L'iperbole è tradizionale: gli occhi dell'amata superano il sole. Il verso 4 la porta oltre: possono «far giorno seren la notte oscura», cioè trasformare la notte in giorno limpido. È un'immagine di consolazione, perché la notte è la condizione del poeta innamorato.
Il riso, le labbra, la mano
La seconda quartina scende sulla bocca. Il riso «acqueta ogni aspra pena e dura»: ha un effetto sul dolore, lo placa. «Rubini e perle» sono le labbra e i denti, come ricorda la tradizione. Da queste «escono parole / sì dolci, ch'altro ben l'alma non vòle». Il verbo «vòle» è una forma di «volere» che chiude la rima in -ole. La bellezza fisica viene legata a un effetto sull'anima, che non desidera altro.
Il verso 8 porta la mano: «man d'avorio, che i cor distringe e fura». L'avorio dice il bianco e la levigatezza. I due verbi, «distringe» e «fura», appartengono al linguaggio della cattura: stringere e rubare. Compare un tema tradizionale, quello dell'amore come furto del cuore, affidato qui a una mano.
La voce e le qualità dell'anima
Nelle terzine il registro cambia. Dopo le parti del corpo il poeta passa alle doti che non si vedono. Il «cantar» «sembra d'armonia divina»: è il primo accenno alla dimensione celeste. Poi arrivano due qualità morali, il «senno maturo a la più verde etade» e la «leggiadria non veduta unqua fra noi». Il senno è la saggezza: l'antitesi tra «maturo» e «più verde» dice che la donna ha il giudizio di un'età avanzata nel corpo di una giovane.
Il verso 12 è il punto più importante del sonetto: «giunta a somma beltà somma onestade». La bellezza non basta, serve l'onestà, cioè la rettitudine morale. L'idea è tipica della cultura rinascimentale e petrarchesca: la bellezza è il segno visibile di una qualità interiore. Per Bembo è il culmine dell'elenco.
Il verbo e il «voi»
Con il verso 13 arriva il verbo e arriva l'io: «fur l'esca del mio foco». Per la prima volta il poeta dice «mio». L'immagine è quella dell'esca, la materia che prende fuoco, e del foco, che è la passione. Tutto l'elenco precedente era la causa, ora si vede l'effetto.
Subito dopo, il «voi». «E sono in voi / grazie, ch'a poche il ciel largo destina.» Il poeta si rivolge alla donna e le dice che le sue qualità sono doni del cielo, riservati a poche. Il «voi» fa tornare il sonetto da inventario a omaggio. L'ultimo verso è una sentenza di tono alto: il cielo è «largo», cioè generoso, ma con pochissime persone.
Un sonetto senza storia
Il confronto con il racconto è immediato. Non c'è un giorno, un luogo, un incontro. Non c'è nemmeno un lamento. L'amore è presentato come un fatto dovuto a ciò che la donna è, non a ciò che è successo. Il sonetto potrebbe aprire una raccolta perché fissa il punto di partenza: la donna come somma di perfezioni.
Il confronto con Petrarca
Il paragone più naturale è con «Erano i capei d'oro a l'aura sparsi» (Canzoniere XC). I punti in comune sono evidenti: i capelli d'oro, l'aura, la luce degli occhi, la figura della donna che sembra più che umana. Petrarca e Bembo lavorano con la stessa tavolozza.
Le differenze sono però sostanziali.
Il tempo. Il sonetto di Petrarca si apre con un imperfetto, «Erano», e vive di ricordo: la donna è vista com'era, e il poeta sa che non è più così. Quello di Bembo è al presente, e l'elenco vale come descrizione di una perfezione che dura. La memoria e la perdita, tanto importanti in Petrarca, qui non ci sono.
L'io. In Petrarca l'io è dentro la scena, con la sua incertezza. In Bembo l'io compare solo al verso 13 e in forma di possessivo, «mio foco».
La costruzione. Petrarca racconta, Bembo enumera. La sintassi lunga e sospesa di Bembo è più controllata e regolare.
La conclusione. Petrarca chiude con una sentenza amara sulla ferita che resta anche quando l'arco si allenta: «piagha per allentar d'arco non sana». Bembo chiude su un omaggio, una lode che si risolve in un doppio complimento.
Questo è il senso del Petrarchismo cinquecentesco. Bembo prende da Petrarca un repertorio di immagini e di parole e le dispone in un ordine nuovo, più chiaro e più ordinato. Si perde un po' del tormento, si guadagna in equilibrio. Nel Cinquecento questo equilibrio diventa un modello per molti poeti. Una scheda scolastica accosta il sonetto a un componimento di Francesco Berni dai tratti opposti (capelli irti, fronte rugosa, denti neri) e lo legge come un rovesciamento del repertorio: è un'ipotesi di lettura, utile per vedere quanto quelle immagini fossero ormai codificate.
Punti discussi
«Rubini e perle». La lettura come labbra e denti è la più diffusa. Il testo non lo dice, e il verso 6 parla di parole che «escono» da lì, quindi la bocca è il luogo giusto. Resta una lettura.
«Ondeggi e vole». I verbi sono alla seconda persona singolare, riferiti al «crin». Il capello viene quindi chiamato direttamente, quasi un'apostrofe. Si può vedere un tratto di eleganza o una semplice concordanza con il vocativo.
«Giunta a somma beltà somma onestade». Si può leggere «la massima onestà unita alla massima bellezza» (come nella parafrasi) o intendere «giunta» come participio riferito alla leggiadria del verso precedente. La prima lettura è la più naturale.
La donna. Il testo non la nomina e qui non si propone alcuna identificazione.
La data. La raccolta è del 1530, ma il sonetto può essere stato scritto molto prima. La data di composizione di questo testo non è accertata.



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