Solo et pensoso i più deserti campi di Petrarca: Analisi del testo
Un uomo cammina da solo in un paesaggio vuoto e tiene gli occhi puntati a terra, per evitare le orme di altri uomini. Non cerca la natura: cerca un posto dove nessuno possa leggergli in faccia quello che prova. Eppure, in fondo, non è davvero solo. Solo et pensoso i più deserti campi è il sonetto XXXV del Canzoniere di Francesco Petrarca, e racconta in quattordici versi questa fuga che non riesce.
Introduzione al sonetto
Il Canzoniere (Rerum vulgarium fragmenta) è la raccolta di liriche in volgare con cui Petrarca costruisce, attorno all'amore per Laura, il racconto di una vita interiore. Il sonetto XXXV ne è uno dei testi più citati. Il motivo è semplice: contiene in pochi versi una situazione che chiunque riconosce. Chi è innamorato, o più in generale chi soffre, cerca la solitudine, ma scopre che il pensiero lo accompagna dovunque.
Il poeta non nomina Laura e non descrive nessuna scena d'amore. Racconta soltanto una passeggiata e un timore: che la gente capisca. Tutto il resto, il fuoco dell'amore, il paesaggio, perfino Amore come personaggio, nasce da qui. Per un lettore di oggi è un buon punto d'ingresso a Petrarca, perché si capisce senza note e si può poi leggere a più livelli.
Il metro
Solo et pensoso è un sonetto: quattordici endecasillabi divisi in due quartine e due terzine. Lo schema delle rime è questo:
Strofa | Versi | Rime | Parole in rima |
Prima quartina | 1-4 | ABBA | campi, lenti, intenti, stampi |
Seconda quartina | 5-8 | ABBA | scampi, genti, spenti, avampi |
Prima terzina | 9-11 | CDE | piagge, tempre, altrui |
Seconda terzina | 12-14 | CDE | selvagge, sempre, co'llui |
Le due quartine hanno rima incrociata e usano le stesse due rime: -ampi (A) e -enti (B). Le terzine hanno rima replicata: le rime -aggia, -empre e -ui tornano nello stesso ordine.
Alcune osservazioni aiutano a leggere il testo.
Le rime in -ampi sono quattro: campi, stampi, scampi, avampi. L'ultima è la più importante. Il fuoco interiore («avampi») rima con i campi deserti, e il paesaggio esterno e il fuoco interno restano legati anche dal suono.
Nella rima -enti compaiono lenti, intenti, genti, spenti. I passi lenti e gli occhi intenti stanno nella prima quartina, la gente e gli atti spenti nella seconda. Il suono lega la fuga alla ragione della fuga.
Le due terzine si chiudono su «sempre» e su «co'llui»: la parola che dice la durata e quella che dice la compagnia di Amore.
Testo e parafrasi affiancata
Testo | Parafrasi |
Solo et pensoso i piú deserti campi vo mesurando a passi tardi et lenti, et gli occhi porto per fuggire intenti ove vestigio human l'arena stampi. | Solo e pensieroso vado misurando i campi più deserti, a passi lenti e stanchi, e porto gli occhi attenti, per evitare i luoghi dove sulla sabbia sia impressa un'orma umana. |
Altro schermo non trovo che mi scampi dal manifesto accorger de le genti, perché negli atti d'alegrezza spenti di fuor si legge com'io dentro avampi: | Non trovo altro riparo che mi salvi dall'accorgersi evidente della gente, perché dai miei gesti, privi di allegria, si legge fuori come io dentro bruci. |
sì ch'io mi credo omai che monti et piagge et fiumi et selve sappian di che tempre sia la mia vita, ch'è celata altrui. | Così ormai credo che monti e pendii, fiumi e boschi sappiano di che natura sia la mia vita, nascosta agli altri uomini. |
Ma pur sí aspre vie né sí selvagge cercar non so ch'Amor non venga sempre ragionando con meco, et io co'llui. | Ma non so cercare vie così aspre e così selvagge senza che Amore venga sempre a parlare con me, e io con lui. |
Analisi del testo
Il primo verso è quasi tutto in due aggettivi: «solo et pensoso». Il primo dice la condizione, il secondo lo stato d'animo, e insieme annunciano il tema. Subito dopo viene il verbo: «vo mesurando». Il poeta non cammina, misura, come se contasse la distanza tra sé e gli altri. L'immagine rimanda a un uomo che procede con cura e non per piacere.
La lentezza è anche nel suono. Il secondo verso mette insieme due aggettivi quasi sinonimi, «tardi et lenti», e la ripetizione rallenta la lettura. Il lettore cammina con lui.
Gli occhi che evitano
Il terzo e il quarto verso introducono il vero movimento del sonetto, che è un movimento di sguardi. Il poeta tiene gli occhi «intenti» a cercare un solo segno: l'orma di un altro uomo sulla sabbia. Non guarda il paesaggio, guarda l'assenza di persone. La parola «human» è il punto in cui il testo dice che cosa lo spaventa. Il pericolo non è la natura, è la compagnia.
Il segreto che si legge in faccia
Nella seconda quartina arriva la spiegazione. Il poeta non trova «altro schermo», cioè altro riparo, dal «manifesto accorger de le genti». Il motivo è dichiarato con chiarezza: i suoi «atti», cioè i gesti, l'aspetto, il modo di muoversi, sono «d'alegrezza spenti», privi di ogni gioia, e da fuori si legge quello che dentro brucia.
Qui sta il centro del sonetto. Tra il dentro e il fuori c'è una distanza che dovrebbe proteggerlo, e invece la distanza non regge. La parola «avampi» è forte: significa bruciare, divampare. Un fuoco dentro, una faccia spenta fuori. La coppia «spenti» e «avampi» sta nella stessa strofa e in versi consecutivi, ed è l'antitesi che regge l'intero testo.
Il paesaggio come confidente
Le terzine cambiano scena. Dopo la gente, ecco la natura: «monti et piagge / et fiumi et selve». Il poeta ripete la congiunzione «et» a ogni elemento. Questa figura, il polisindeto, crea un elenco lento, che non finisce mai, e suggerisce un paesaggio vasto e indistinto. Non è un luogo preciso e non ha nome. È la natura in generale, ed è l'unico ambiente in cui il poeta crede di poter parlare.
Il verso 11 è il più sorprendente: «sia la mia vita, ch'è celata altrui». Il poeta crede che anche i monti e i fiumi conoscano la sua condizione, ma non lo dice in tono rassicurante. Dice «mi credo omai», cioè ormai mi pare, ormai penso. È quasi una resa. Nasconde il suo segreto agli uomini e poi lo affida alla natura, a cui lo può confidare perché non risponde.
Una lettura molto diffusa vede qui uno dei primi esempi del «paesaggio-stato d'animo»: la natura diventa lo specchio del sentimento di chi la attraversa. Per un lettore di oggi significa che i campi deserti non descrivono un luogo, descrivono una condizione.
Amore compagno di cammino
L'ultima terzina ribalta quello che il sonetto sembrava dire. Il poeta ha cercato la solitudine, ma conclude che non esiste via tanto aspra o tanto selvaggia da liberarlo da Amore. «Ma pur» è il punto di svolta: nonostante tutto. Amore «venga sempre / ragionando con meco, et io co'llui».
Il verbo «ragionando» è importante. Amore non tormenta, non ferisce, non uccide, come negli altri poeti del Duecento. Qui parla, e il poeta risponde. Un dialogo a due voci, e le voci sono le sue. Amore è personificato, ma è in realtà l'altra metà del pensiero del poeta.
Il finale è anche una questione di forma. «Meco» e «co'llui» si corrispondono come due specchi: io con me, io con lui. La simmetria del verso dice quello che il senso afferma: la fuga dagli altri non porta alla solitudine, porta a un colloquio interno.
Tre figure e un'ombra di malinconia
Tra le figure retoriche, tre bastano a leggerlo. L'antitesi «spenti» e «avampi» oppone il fuori spento al dentro acceso. Il polisindeto «monti et piagge / et fiumi et selve» allarga il paesaggio fino a renderlo indistinto. La personificazione di «Amor» al verso 13 trasforma il sentimento in un interlocutore.
Punti discussi
Alcuni passi si leggono in modi diversi, e conviene dirlo.
Il soggetto del verso 4 («ove vestigio human l'arena stampi»). L'ordine delle parole lascia aperta una doppia lettura: «dove l'orma umana imprima la sabbia» oppure «dove la sabbia imprima l'orma umana». La parafrasi qui sopra segue il senso comune, e cioè i luoghi dove si vede un'orma.
«schermo» (v. 5). La parafrasi lo rende con «riparo». Altri commenti lo intendono come «difesa» o «scudo». Il senso generale non cambia.
«tempre» (v. 10). La parafrasi lo rende con «natura», nel senso di qualità o condizione. In alcuni commenti è reso con «tonalità» o «tempra». Qui conta soprattutto che si tratti di una condizione interiore.
Una chiave di lettura finale
Per leggere bene il sonetto conviene seguire uno sguardo che cambia direzione. All'inizio gli occhi del poeta guardano per terra, cercando le orme. Poi si volgono alla gente che potrebbe capire. Infine non guardano più nulla: il poeta parla con Amore.
Chi legge per la prima volta può provare un esercizio semplice: dire ad alta voce i primi due versi, piano, e poi gli ultimi due. I primi sono pieni di consonanti e di pause, e fanno sentire il passo che si trascina. Gli ultimi scorrono, perché il pensiero d'amore non incontra ostacoli. Il sonetto cambia andatura insieme al suo protagonista, e lo fa senza una parola in più del necessario. Anche per questo è un testo adatto a una prima lettura di Petrarca, e a una rilettura a distanza di anni.
Il testo non dice che la solitudine non serva. Dice che non basta. Si può mettere distanza tra sé e gli altri, ma non tra sé e quello che si pensa. Per questo Solo et pensoso, sette secoli dopo, non suona come un pezzo d'antiquariato: riguarda chiunque abbia provato a nascondere una pena e abbia scoperto che gli andava dietro.



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