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Chiare, fresche et dolci acque di Francesco Petrarca: Analisi del testo

10 ore fa
Tempo di lettura: 8 min

Un poeta guarda un ruscello e chiede alle acque di ascoltarlo. Non parla a una persona, parla a un luogo: l'acqua, il ramo, l'erba, i fiori, l'aria. In quel luogo, anni prima, ha visto la donna che ama. Ora immagina la propria morte e la vuole lì. Chiare, fresche et dolci acque è la canzone CXXVI del Canzoniere di Francesco Petrarca e una delle poesie più note della letteratura italiana. Si legge in fretta e si capisce a metà. Per questo conviene leggerla con calma.


Introduzione alla canzone

La canzone compare nei Rerum vulgarium fragmenta, il libro di liriche che Petrarca compose e riordinò per tutta la vita. È in 68 versi e parla di Laura, la donna al centro della raccolta. Secondo gli addetti ai lavori fu scritta tra il 1340 e il 1341, e il paesaggio ricorda con ogni probabilità la fonte di Valchiusa, dove nasce il fiume Sorga (in francese Sorgue), in Provenza. Sono indicazioni da prendere con prudenza: il testo non nomina né Laura né il luogo.

Il movimento della poesia è semplice da descrivere. Il poeta si rivolge al paesaggio (prima stanza). Immagina la propria morte e la propria tomba in quel luogo (seconda e terza stanza). Ricorda il giorno in cui Laura sedette sotto una pioggia di fiori (quarta stanza). Racconta lo smarrimento che ne ebbe, come di chi si crede in paradiso (quinta stanza). Il tempo oscilla così tra passato e futuro, e in mezzo c'è un presente sospeso: quello in cui il poeta scrive.


Metro e Stile

Chiare, fresche et dolci acque è una canzone di cinque stanze di tredici versi ciascuna, più un congedo di tre versi. In ogni stanza si alternano endecasillabi e settenari. Gli endecasillabi sono quattro per stanza: il terzo, il sesto, l'undicesimo e il tredicesimo verso. Gli altri nove sono settenari. Lo schema delle rime è: abC, abC, cdeeDfF.

Le maiuscole indicano gli endecasillabi. La stanza si divide in fronte (abC abC, due piedi uguali), chiave (c) e sirma (deeDfF). Lo schema è lo stesso in tutte e cinque le stanze, ma le parole in rima cambiano a ogni stanza. Nella prima, per esempio, le rime sono: acque, piacque (a); membra, rimembra (b); donna, colonna (C); gonna (c); ricoverse, aperse (d, D); seno, sereno (e); insieme, estreme (f, F).

Due dettagli.

  • Primo, i versi 12 e 13 di ogni stanza rimano tra loro in modo diverso dal resto: «insieme» e «estreme» chiudono la prima stanza con un'invocazione («date udïenza insieme / a le dolenti mie parole extreme»).

  • Secondo, il congedo ha un ultimo distico a rima baciata («arditamente» e «gente»). Il primo verso del congedo («voglia») non trova una rima evidente nelle stanze.


Testo e parafrasi affiancata

Data la lunghezza, testo e parafrasi sono dati stanza per stanza.


Prima stanza (vv. 1-13)

Testo

Parafrasi

Chiare, fresche et dolci acque, ove le belle membra pose colei che sola a me par donna; gentil ramo ove piacque (con sospir’ mi rimembra) a lei di fare al bel fiancho colonna; herba et fior’ che la gonna leggiadra ricoverse co l’angelico seno; aere sacro, sereno, ove Amor co’ begli occhi il cor m’aperse: date udïenza insieme a le dolenti mie parole extreme.

Acque limpide, fresche e dolci, dove riposò il suo bel corpo colei che per me è l'unica vera donna. Ramo gentile, a cui piacque (lo ricordo con un sospiro) farle da sostegno al fianco. Erba e fiori che coprirono la veste elegante insieme al petto angelico. Aria sacra e serena, dove Amore mi aprì il cuore con i suoi begli occhi. Ascoltate tutte insieme le mie ultime parole dolenti.

Seconda stanza (vv. 14-26)

Testo

Parafrasi

S’egli è pur mio destino e ’l cielo in ciò s’adopra, ch’Amor quest’occhi lagrimando chiuda, qualche gratia il meschino corpo fra voi ricopra, et torni l’alma al proprio albergo ignuda. La morte fia men cruda se questa spene porto a quel dubbioso passo: ché lo spirito lasso non poria mai in più riposato porto né in più tranquilla fossa fuggir la carne travagliata et l’ossa.

Se è proprio il mio destino, e il cielo lo vuole, che Amore mi chiuda gli occhi mentre piango, almeno il mio povero corpo sia coperto di terra tra di voi. L'anima torni nuda alla sua vera dimora. La morte sarà meno crudele, se porto con me questa speranza al momento incerto del passaggio. Infatti lo spirito stanco non potrebbe lasciare il corpo tormentato e le ossa in un porto più quieto né in una tomba più tranquilla.

Terza stanza (vv. 27-39)

Testo

Parafrasi

Tempo verrà anchor forse ch’a l’usato soggiorno torni la fera bella et mansüeta, et là ’v’ella mi scorse nel benedetto giorno, volga la vista disïosa et lieta, cercandomi; et, o pietà!, già terra in fra le pietre vedendo, Amor l’inspiri in guisa che sospiri sì dolcemente che mercé m’impetre, et faccia forza al cielo, asciugandosi gli occhi col bel velo.

Forse verrà un tempo in cui la creatura bella e mansueta tornerà al luogo consueto. Là dove mi vide, nel giorno benedetto, volgerà lo sguardo desideroso e lieto, cercandomi. Ma, che pietà, vedendomi ormai terra tra le pietre, Amore le ispiri sospiri così dolci da ottenermi misericordia, e da far violenza al cielo, mentre si asciuga gli occhi con il bel velo.

Quarta stanza (vv. 40-52)

Testo

Parafrasi

Da’ be’ rami scendea (dolce ne la memoria) una pioggia di fior’ sovra ’l suo grembo; et ella si sedea humile in tanta gloria, coverta già de l’amoroso nembo. Qual fior cadea sul lembo, qual su le treccie bionde, ch’oro forbito et perle eran quel dì a vederle; qual si posava in terra, et qual su l’onde; qual con un vago errore girando parea dir: Qui regna Amore.

Dai bei rami scendeva, dolce nel ricordo, una pioggia di fiori sul suo grembo. Lei sedeva umile in mezzo a tanta gloria, già coperta da quella nuvola amorosa. Un fiore cadeva sull'orlo della veste, un altro tra le trecce bionde, che quel giorno sembravano oro lucido e perle. Un altro si posava a terra, un altro sull'acqua. Un altro ancora, girando con un movimento leggero e incerto, sembrava dire: qui regna Amore.

Quinta stanza (vv. 53-65) e congedo (vv. 66-68)

Testo

Parafrasi

Quante volte diss’io allor pien di spavento: Costei per fermo nacque in paradiso. Così carco d’oblio il divin portamento e ’l volto e le parole e ’l dolce riso m’aveano, et sì diviso da l’imagine vera, ch’i’ dicea sospirando: Qui come venn’io, o quando?; credendo esser in ciel, non là dov’era. Da indi in qua mi piace questa herba sì, ch’altrove non ò pace.

Quante volte dissi, pieno di timore: costei è nata di certo in paradiso. Il suo portamento divino, il volto, le parole e il dolce sorriso mi avevano reso così smemorato e così lontano dalla realtà, che dicevo sospirando: come sono arrivato qui, e quando? Credevo di essere in cielo e non nel luogo dove ero davvero. Da allora mi piace tanto quest'erba che altrove non trovo pace.

Se tu avessi ornamenti quant’ài voglia, poresti arditamente uscir del boscho, et gir in fra la gente.

Se avessi tanti ornamenti quanti ne desideri, potresti uscire dal bosco con coraggio e andare tra la gente.


Analisi del testo

La prima stanza è un'invocazione. Il poeta si rivolge a cinque elementi del paesaggio: le acque, il ramo, l'erba, i fiori, l'aria. A ognuno lega un gesto di Laura: «pose le belle membra», «fare al bel fianco colonna», «ricoverse la gonna», «Amor co' begli occhi il cor m'aperse». Il paesaggio non è sfondo, è testimone. Siamo davanti al locus amoenus, il luogo ideale della tradizione classica, e gli aggettivi lo mostrano: l'aria è «sacra», il ramo «gentile». È la presenza di Laura a rendere il luogo prezioso.

Il primo verso è famoso per la sequenza dei tre aggettivi. «Chiare, fresche et dolci» passa dalla vista al tatto al gusto. Il verso è già un programma: il paesaggio è descritto con i sensi, ma serve a dire altro.


La morte immaginata

Le due stanze centrali guardano avanti. Il poeta vuole morire in quel luogo. «S'egli è pur mio destino» è un'ipotesi che lascia aperta la sorte. Chiede una grazia, non un destino: essere sepolto tra l'erba e l'acqua. L'anima tornerà «ignuda» alla sua dimora, il corpo riposerà in una «tranquilla fossa». Il porto è una metafora marinara frequente nella poesia di Petrarca: la morte come approdo.

La terza stanza sposta lo sguardo su Laura. Il poeta immagina che lei torni, lo cerchi e trovi soltanto una tomba. Per un attimo il racconto si fa teatro: lei sospira, si asciuga gli occhi, «fa forza al cielo». Il verbo è insolito. La pietà della donna è così forte da piegare Dio. Conta la pietà, che Laura non ha mai concesso da viva, e che il poeta si augura di ottenere da morto.


La pioggia di fiori

La quarta stanza è il centro emotivo della canzone e il suo ricordo più celebre. I fiori cadono dai rami su Laura seduta, e la scena è descritta con precisione: sul lembo della veste, tra i capelli, a terra, sull'acqua. I capelli sono «oro forbito et perle». La ripetizione di «qual... qual...» (anafora) dà la sensazione di una pioggia leggera che non finisce. L'ultimo fiore «girando parea dir: Qui regna Amore». Anche qui il paesaggio parla, e dice la stessa cosa che il poeta non riesce a dire.

La parola «nembo» (nube) si presta a due letture. «Amoroso nembo» può essere la nuvola di fiori che mostra l'amore del luogo per Laura, oppure una nube che Amore stesso getta sulla donna.


Il paradiso sbagliato

Nella quinta stanza l'effetto della visione si fa spirituale. Il poeta crede che Laura non sia di questo mondo: «Costei per fermo nacque in paradiso». Lo stupore lo toglie al presente: dimentica dove si trova («carco d'oblio»), e pensa di essere in cielo. Il verso 63 chiude l'idea con un'antitesi: «in ciel, non là dov'era». È l'angelicazione della donna, un tema già caro al dolce stil novo. È comune accostare la scena alla Beatrice del Paradiso di Dante. Ma qui c'è una differenza: per Petrarca la donna non conduce a Dio, trattiene il poeta in un luogo preciso. L'erba dove lei sedette gli dà pace, «altrove» no.


Il congedo

Come nelle canzoni antiche, il congedo si rivolge alla poesia stessa. La canzone, personificata, viene incoraggiata a uscire dal «boscho» e a presentarsi alla gente. Vale la pena notare il tono: la poesia è semplice, con pochi «ornamenti», e proprio per questo potrà affrontare il pubblico con sicurezza. È una dichiarazione di poetica in tre versi.


Un'interpretazione in sintesi

La canzone oscilla fra due tempi che non si toccano: un passato di bellezza e un futuro di morte. Nel mezzo sta la voce che scrive. Petrarca non descrive un incontro, ne costruisce la memoria.


Punti discussi

Alcuni passi si leggono in modi diversi, e conviene dirlo.

  • «co l'angelico seno» (v. 9). La critica ha discusso sul significato di «seno»: una piega della veste, oppure il petto di Laura. La stessa voce considera ormai vano l'argomento della piega e descrive Laura «stesa a seno nudo sull'erba». Qui l'immagine non è dichiarata: la parafrasi dice «petto», senza spingersi oltre.

  • Laura nell'acqua. Il testo dice che Laura «pose le belle membra» nelle acque. Alcune stampe parlano di Laura che fa il bagno nel fiume. Il testo non lo dice in modo esplicito: il verbo indica che il corpo riposò o stette nell'acqua.

  • «amoroso nembo» (v. 45). Nube di fiori come segno d'amore, oppure fiori gettati da Amore. Vedi sopra.

  • «la fera bella et mansüeta» (v. 29). L'espressione, mette insieme «fera» (animale selvatico) e «mansueta». Laura appare schiva e dolce insieme.

  • Il congedo. Il senso dei tre versi è chiaro. Ma sulla funzione degli «ornamenti» (retorici? Di stile?) la parafrasi qui proposta è una lettura, non un dato.

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