Guittone d'Arezzo: vita e opere del poeta toscano
Aggiornamento: 3 giorni fa
Prima di Dante e prima dello Stilnovo, la poesia toscana ha un nome di riferimento: Guittone d'Arezzo. Fu ammirato, imitato e poi messo in discussione. Dante lo cita con severità, ma proprio quel giudizio mostra quanto contasse.
Guittone è un autore difficile da amare e facile da fraintendere. La sua lingua è complessa, il suo stile è costruito, i suoi temi cambiano a metà della vita. Eppure senza di lui è difficile capire come si arrivi dalla poesia dei Siciliani a quella di Dante.
Il contesto: dai Siciliani ai comuni toscani
Per capire Guittone bisogna partire da due tradizioni che lo precedono. La prima è la lirica dei trovatori provenzali, che nel XII secolo avevano fissato i temi dell'amore cortese: la dama irraggiungibile, il servizio del poeta, la pena del desiderio. La seconda è la scuola siciliana, la prima grande esperienza poetica in volgare italiano. Nasce alla corte di Federico II nella prima metà del Duecento e ha in Giacomo da Lentini uno dei suoi nomi principali. A lui la tradizione attribuisce l'invenzione del sonetto.
Dopo la morte di Federico II, nel 1250, quella stagione si chiude. La poesia in volgare passa in Toscana, dove le città sono comuni autonomi, ricchi di mercanti, notai e giuristi. Il pubblico è diverso da quello della corte. Chi legge e scrive partecipa alla vita politica e conosce le dispute tra guelfi, sostenitori del papa, e ghibellini, sostenitori dell'imperatore.
La poesia toscana eredita i temi dei Siciliani, ma li usa in una società più inquieta. In questo spazio lavora Guittone. Prende un patrimonio di forme e di idee e lo amplia, fino a portare nel volgare la politica, la morale e la religione.
La vita: dalla poesia d'amore alla conversione
Guittone nacque ad Arezzo intorno al 1235. La data non è documentata con precisione: è una stima degli studiosi e va presa come approssimata. Sulla giovinezza e sulla formazione sappiamo molto poco. Sappiamo meglio in che mondo visse.
Il Duecento toscano è il secolo dei comuni in lotta. Arezzo, Firenze e Siena si contendono potere e territorio. Guittone fu vicino alla parte guelfa e visse a lungo lontano dalla sua città, in anni di scontri politici. Gli studiosi ricostruiscono i suoi spostamenti in modo non uniforme, pertanto è impossibile stabilire con precisione i luoghi in cui operò.
La svolta della sua vita è la conversione, collocata intorno al 1265. Guittone entrò nell'ordine dei Cavalieri della Beata Vergine Gloriosa, più noto come ordine dei Frati Godenti. Era un ordine laico, nato a Bologna nel 1261, che si proponeva di portare pace tra le parti in lotta e di difendere i più deboli. Da allora i manoscritti lo ricordano come "frate Guittone".
Dante, nel canto XXIII dell'Inferno, colloca tra gli ipocriti due frati dello stesso ordine, Catalano e Loderingo. Il passo non riguarda Guittone, ma mostra che l'ordine ebbe in seguito una fama controversa. Dopo la conversione cambia il tono delle sue rime. Guittone smette di cantare l'amore per la donna e comincia a parlare di morale, di giustizia, di salvezza. Cambia anche lo scopo della scrittura. Non serve più a corteggiare. Serve a guidare chi legge. Morì nel 1294, a Firenze secondo la tradizione critica. Anche questa data e questo luogo sono quelli generalmente accolti.
Le opere principali
L'opera di Guittone si divide in due grandi blocchi: le Rime e le Lettere. I manoscritti ci hanno trasmesso un corpus ampio, con alcune decine di canzoni e oltre duecento sonetti.
Le Rime d'amore
La prima fase è quella della poesia amorosa. Guittone scrive nella tradizione che arriva dalla lirica provenzale e dai poeti siciliani. Il tema è l'amore cortese: la donna, il desiderio, la pena del poeta. La novità è nella forma. Guittone prende un tema già codificato e lo carica di artifici, giochi di parole e costruzioni complesse.
Dopo la conversione prende le distanze da questa produzione. Nei testi successivi la poesia d'amore profana viene giudicata con severità. Per un autore così dentro la tradizione, è un gesto forte: rinnegare ciò che lo aveva reso noto.
Le Rime politiche e morali
La seconda fase porta la poesia fuori dal salotto cortese. Guittone scrive su Firenze, sulla guerra, sulla giustizia, sul comportamento giusto. Il caso più citato è una canzone sulla sconfitta dei guelfi fiorentini a Montaperti, nel 1260, quando Siena e i ghibellini ebbero la meglio. Il testo è un lamento civile: non parla di una donna, parla di una città.
Questo è un punto decisivo. Nella poesia italiana delle origini Guittone amplia i temi della lirica. Dopo di lui il volgare toscano non serve soltanto a cantare l'amore. Può discutere di politica, di morale e di fede.
Le rime morali e religiose hanno un tono diverso. Qui il poeta si rivolge ai lettori come un maestro. Condanna la vanità, il desiderio di ricchezza e l'orgoglio, e propone una vita regolata dalla misura e dalla fede. Il sonetto, forma breve e rigorosa, diventa uno dei suoi strumenti preferiti per questi argomenti, accanto alla canzone, più ampia e solenne.
Le Lettere
Guittone scrisse anche in prosa. Ci è giunto un gruppo di una cinquantina di lettere in volgare, indirizzate ad amici, a confratelli, a poeti e a destinatari collettivi. Sono testi di argomento morale e religioso, costruiti con grande cura retorica.
Le sue lettere sono tra i primi esempi di epistolario letterario in volgare italiano. Per questo contano anche fuori dalla poesia: mostrano che il volgare può reggere una prosa alta, pensata e rifinita, non solo la lirica. Anche qui il modello è la prosa latina, imitata nella sintassi e nel ritmo.
Lo stile: un volgare ambizioso e difficile
La poesia di Guittone è spesso oscura. Lo stile guarda al "trobar clus", la maniera chiusa e ricercata di una parte della tradizione provenzale, di cui è considerato il più grande rappresentate nella poesia Italiana. Le parole sono scelte per peso e suono. Le frasi sono lunghe e costruite sul modello del latino. Non mancano latinismi e termini presi dal provenzale. Questa difficoltà è voluta. Per Guittone la poesia è un'arte alta e il volgare deve dimostrare di poter essere all'altezza del latino. Il risultato non sempre è facile da leggere, ma ha un obiettivo chiaro: dare al toscano dignità letteraria.
Il confronto con Francesco è utile. Il Cantico delle creature punta sulla semplicità e sulla ripetizione. Guittone fa il contrario: cerca la complessità. Sono due risposte diverse alla stessa domanda su come il volgare possa diventare lingua di letteratura.
Guittone nella letteratura delle origini
Intorno a Guittone lavorano poeti toscani che ne riprendono lo stile e i temi. L'esperienza si indica spesso come scuola guittoniana ed è considerata un ponte tra la poesia dei Siciliani e quella che verrà dopo. Tra i nomi che si fanno di solito ci sono Chiaro Davanzati e Monte Andrea, ma l'elenco va controllato. I contributi principali di Guittone si possono riassumere così:
allarga i temi della poesia in volgare: politica, morale e religione si affiancano all'amore
radica in Toscana le forme dei Siciliani, in particolare il sonetto e la canzone
dà al volgare una prosa epistolare alta, modellata sul latino
guida una scuola poetica che per qualche decennio detta lo stile
Poi arriva la reazione: Guido Guinizzelli e i poeti dello Stilnovo cercano una lingua più limpida e un'idea dell'amore più interiore. Dante parla di Guittone nel De vulgari eloquentia e nella Commedia, quasi sempre con giudizi severi. Nel canto XXVI del Purgatorio fa dire a Guinizzelli che per molto tempo Guittone fu lodato oltre misura, finché la verità ebbe la meglio. Dante riconosce a Guittone un posto nella storia, ma lo colloca dietro a ciò che nasce dopo. Sul piano storico il giudizio di Dante è un punto di arrivo, non l'unico. Guittone ha il merito di aver allargato i temi della poesia, di aver sperimentato forme e di aver dato peso al volgare toscano. Lo Stilnovo costruisce la propria identità anche in opposizione a lui.


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