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Ludovico Ariosto: vita e opere del poeta dell'Orlando furioso

8 ore fa
Tempo di lettura: 6 min

Ludovico Ariosto è l'autore di uno dei poemi più amati del Rinascimento, l'Orlando furioso. Eppure non voleva fare il poeta di corte. Voleva restare a casa, scrivere, stare vicino a chi amava. La sua vita è la storia di questo desiderio, rimandato per quasi trent'anni dai doveri verso gli Este.


La vita

Ariosto nacque a Reggio Emilia l'8 settembre 1474. Il padre, Niccolò, era un funzionario estense, capitano della rocca di Reggio. La madre, Daria Malaguzzi Valeri, apparteneva alla nobiltà reggiana. Ludovico era il primo di dieci figli. Alla morte del padre, nel 1500, toccò a lui mantenere la famiglia.

Il padre seguiva gli incarichi della corte e la famiglia lo seguiva, da Reggio a Rovigo, a Ferrara, a Modena e di nuovo a Ferrara. Dal 1482, con la guerra tra Ferrara e Venezia, gli Ariosto si stabilirono a Ferrara. Ferrara restò la città del poeta, che si definì sempre "nobile ferrarese".

Per volere della famiglia Ludovico studiò legge, di malavoglia e con poco frutto. Nel 1493, secondo la tradizione, scrisse la Tragedia di Tisbe, ispirata alle Metamorfosi di Ovidio, e partecipò agli spettacoli della compagnia di corte. Nel 1494, dopo molti contrasti, ottenne di dedicarsi agli studi umanistici, sotto la guida di Gregorio da Spoleto. Sono gli anni delle prime letture e dei primi versi, in latino e in volgare. Tra le amicizie c'è Pietro Bembo, che fu a Ferrara tra il 1497 e il 1499 e restò amico di Ariosto per sempre. Con lui si parlava di Petrarca e di lingua, due temi che torneranno nel Furioso.


Al servizio del cardinale Ippolito d'Este

Dal 1501 al 1503 Ariosto fu capitano della rocca di Canossa. Poi tornò a Ferrara, prese gli ordini minori ed entrò come "familiare" al servizio del cardinale Ippolito d'Este, fratello del duca Alfonso. Il cardinale gli ottenne alcuni benefici ecclesiastici, cioè rendite legate a cariche religiose, che però rendevano poco e causarono liti interminabili.

Il lavoro per il cardinale non era quello di un poeta di corte. Ippolito era un uomo d'azione, poco sensibile alla letteratura. Ariosto fu mandato più volte a Roma, tra il 1509 e il 1516, a trattare con i papi Giulio II e Leone X, e visse da vicino le guerre che toccarono il ducato. Nella prima Satira racconta il peso di questa vita: viaggi continui, salute fragile, un padrone che non apprezzava le sue doti di scrittore. Il distacco arrivò nel 1517. Ippolito, creato vescovo di Buda, in Ungheria, chiese ai suoi familiari di seguirlo.

Ariosto rifiutò e fu licenziato.


Il servizio presso Alfonso I

Entro l'aprile del 1518 Ariosto entrò tra gli stipendiati del duca Alfonso I d'Este. Era ancora una forma di servizio, ma meno gravosa. Anche qui, però, i soldi non bastavano. Una lunga lite per la tenuta delle Arioste, a Bagnola, e poi la guerra tra Ferrara e lo Stato pontificio, che portò a ridurre e sospendere gli stipendi, misero il poeta in difficoltà.

Nella vita privata, dal 1513 era entrata Alessandra Benucci, la donna più importante per lui. Ariosto la sposò solo molti anni dopo, in segreto, per non perdere i benefici ecclesiastici.


La Garfagnana

Nel 1522, per ragioni economiche, Ariosto accettò l'incarico di governatore della Garfagnana. Il 20 febbraio partì per Castelnuovo. La provincia era montuosa, da poco tornata agli Este e infestata da briganti e fazioni in lotta. Rimase fino al marzo del 1525, cercando di ristabilire l'ordine e di affrontare peste e carestia, spesso senza l'aiuto del duca.


Gli ultimi anni

Tornato a Ferrara, Ariosto comprò una casa in via Mirasole, con un piccolo orto. Era il sogno di una vita semplice, dedicata agli affetti e alla poesia. Tra il 1528 e il 1530 ricoprì un incarico nel Magistrato dei Savi e fu richiamato a corte per occasioni importanti, ma soprattutto tornò al teatro: riscrisse vecchie commedie e curò gli spettacoli.

Riuscì a vedere l'ultima edizione del Furioso, ampliata e corretta, nel 1532. Morì a Ferrara il 6 luglio 1533, a quasi cinquantanove anni. Secondo Treccani i funerali furono senza pompa, come aveva voluto.


Le opere


Le Rime

Le Rime sono la produzione lirica in volgare: sonetti, canzoni, madrigali, capitoli in terzine ed elegie. Ariosto non le raccolse mai in un libro. Uscirono dopo la sua morte e mettono insieme testi di epoche diverse.

Il modello è Petrarca, come voleva l'amico Bembo. Ma Ariosto lo usa con libertà: la donna non è un'apparizione lontana, è una presenza reale. Alcuni testi sono legati ad Alessandra Benucci, anche se non tutti con certezza.


Le commedie

Il teatro accompagnò Ariosto per tutta la vita. Con la Cassaria (1508) e I Suppositi (1509) viene considerato l'iniziatore della commedia regolare italiana, che riprende le forme del teatro latino di Plauto e Terenzio. Sono intrecci di scambi di persona, giovani innamorati e servi astuti.

Il Negromante fu abbozzato nel 1509, finito nel 1520 e riscritto nel 1528. Ha al centro un falso mago che approfitta della credulità degli altri. La Lena, composta e rappresentata nel 1528 a Ferrara, è la commedia più cittadina e più amara: tra i personaggi principali c'è una mezzana.

L'ultima, I Studenti, restò interrotta alla quarta scena del quarto atto. Fu continuata dal fratello Gabriele con il titolo La Scolastica e dal figlio Virginio con L'imperfetta. Ariosto stesso, in una lettera del 1532, ricordò di averla cominciata molti anni prima senza mai finirla.


Le Satire

Le Satire sono sette componimenti in terzine, scritti tra il 1517 e il 1525 e pubblicati dopo la morte del poeta. Sono lettere in versi a parenti e amici, sul modello di Orazio. Il tono è colloquiale, a volte ironico, a volte amaro.

Il tema è la condizione dell'intellettuale di corte: la libertà perduta, il desiderio di una vita appartata, il fastidio per i doveri pratici. Nella prima Satira Ariosto racconta il rifiuto di andare in Ungheria. Nella sesta, a Bembo, chiede un maestro di greco per il figlio Virginio. Nella settima giustifica il rifiuto di fare l'ambasciatore estense a Roma e dice di voler tornare presto a Ferrara.


L'Orlando furioso

Il capolavoro di Ariosto è un poema cavalleresco in ottave. Nasce come continuazione dell'Orlando innamorato di Boiardo, rimasto incompiuto, ma Ariosto ne fa un'opera molto diversa. Intreccia molte storie: la guerra tra cristiani e saraceni, l'amore impossibile di Orlando per Angelica, che lo porta alla follia, e la storia di Ruggiero e Bradamante, da cui discende la casa d'Este.

La tecnica è quella dell'intreccio, ereditata dal romanzo medievale: le avventure si interrompono, si riprendono, si incrociano. Nessun filo viene tirato fino in fondo e nessun cavaliere è mai solo un eroe. Già nel primo canto Orlando è annunciato come pazzo, Rinaldo insegue a piedi il suo cavallo e Ferraù cerca nell'acqua un elmo perduto. Il poema piacque subito: tra gli ammiratori ci fu Niccolò Machiavelli, che lo definì "bello tutto" e in molti luoghi "mirabile". Ariosto cominciò a scrivere tra il 1504 e il 1507. Il poema ebbe tre redazioni:

Il passaggio più importante è linguistico. Le prime edizioni erano rivolte a un pubblico ferrarese e padano. L'ultima punta a un italiano comune, sul modello di Bembo, che nel 1525 aveva pubblicato le Prose della volgar lingua. Nella terza redazione aumentano anche i riferimenti alla crisi politica italiana del Cinquecento.

Il tono è ironico. Il narratore sorride dei suoi personaggi e interviene a commentare. Nessuna storia sembra chiudersi del tutto, ed è questo gioco di fili che si incrociano a dare al poema la sua modernità.


I Cinque canti

I Cinque canti sono cinque canti di 548 ottave che Ariosto non inserì nel Furioso. Furono pubblicati nel 1545, dopo la sua morte. La data di composizione è discussa: alcuni studiosi li collocano tra il 1518 e il 1519, altri tra il 1521 e il 1528. Raccontano gli inganni di Alcina e di Gano di Maganza contro Carlo Magno e i suoi cavalieri.

Il clima è molto diverso dal poema: cupo, pieno di gelosia e di tradimenti. Alcuni critici vi vedono quasi una ritrattazione dello spirito del Furioso, o l'inizio di un nuovo poema.


Il ruolo della corte

Senza gli Este non avremmo l'Ariosto che conosciamo. Ferrara era uno dei centri culturali più vivaci del Rinascimento, con il teatro, la musica, la pittura e una scuola umanistica di valore. La corte gli diede lo spazio per scrivere e i temi per il poema, come la celebrazione degli Este nella storia di Ruggiero e Bradamante.

Ma la corte gli tolse anche tempo, salute e libertà. Il cardinale Ippolito non apprezzò il poema che gli fu dedicato. Il duca non gli garantì mai l'indipendenza economica. Le Satire raccontano questa tensione, e dietro l'ironia del Furioso c'è un autore che conosce molto bene il mondo di corte e ne vede i limiti.

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