Giunto è già 'l corso della vita mia di Michelangelo Buonarroti: Analisi del testo
Un uomo di quasi ottant'anni, che ha dipinto la volta della Sistina e scolpito il David e la Pietà, scrive che l'arte è stata il suo errore. Non lo dice per modestia e non lo dice per posa. Lo dice davanti alla morte, con il linguaggio di chi sta per presentarsi a un giudizio. Giunto è già 'l corso della vita mia è uno dei sonetti più noti delle Rime di Michelangelo Buonarroti, e uno dei più spiazzanti: il grande artista del Rinascimento si congeda dalla bellezza che ha servito per tutta la vita.
Introduzione al sonetto
Michelangelo Buonarroti scrisse versi per tutta la vita, ma non li ordinò mai in un libro compiuto come fece Petrarca con il Canzoniere. Le Rime restano un insieme di sonetti, madrigali e capitoli di epoche diverse, che le edizioni moderne dispongono in sequenza e numerano. Il nostro testo porta il numero 285 nell'edizione curata da Enzo Noè Girardi (Laterza, 1960).
Una scheda scolastica di Palumbo, che riprende l'edizione di Ettore Barelli per Rizzoli, lo definisce un sonetto della vecchiaia scritto tra il 1552 e il 1554. Davanti alla morte che si avvicina, e che può coincidere con la dannazione, sia l'arte sia l'amore gli appaiono ormai cause soltanto di errore e di peccato.
È un testo di bilancio. Il poeta guarda indietro e riconosce che le due grandi passioni della sua vita, la creazione artistica e l'amore terreno, lo hanno portato lontano da Dio. Nelle ultime tre righe cerca una via d'uscita nell'amore divino.
Il metro
Giunto è già 'l corso della vita mia è un sonetto: quattordici endecasillabi divisi in due quartine e due terzine. Lo schema è ABBA, ABBA, CDE, CDE.
Strofa | Versi | Rime | Parole in rima |
Prima quartina | 1-4 | ABBA | mia, barca, varca, pia |
Seconda quartina | 5-8 | ABBA | fantasia, monarca, carca, desia |
Prima terzina | 9-11 | CDE | lieti, avvicino, minaccia |
Seconda terzina | 12-14 | CDE | quieti, divino, braccia |
Le due quartine hanno rima incrociata e usano le stesse due rime, in -ia (A) e in -arca (B). Nelle terzine la sequenza si ripete identica, secondo lo schema più frequente del sonetto italiano.
Alcuni dettagli aiutano la lettura.
La rima B è tutta nel lessico del viaggio e del giudizio: «barca» e «varca» nella prima quartina, «monarca» e «carca» nella seconda. Il suono della nave torna anche quando il poeta parla d'arte.
In rima con «mia» e «pia» c'è «fantasia». La parola che apre il sonetto sul destino personale si collega a quella che indica la facoltà creativa.
La seconda terzina si regge su due forti inarcature (enjambement): «quieti / l'anima» tra i versi 12 e 13 e «divino / c'aperse» tra 13 e 14. La scheda di Palumbo nota che il primo mette in risalto la parola chiave «anima».
Testo e parafrasi affiancata
Testo | Parafrasi |
Giunto è già 'l corso della vita mia, con tempestoso mar, per fragil barca, | Il corso della mia vita è ormai arrivato, attraverso un mare in tempesta su una barca fragile, |
al comun porto, ov'a render si varca conto e ragion d'ogni opra trista e pia. | al porto comune, dove si passa per rendere conto e ragione di ogni opera, cattiva o buona. |
Onde l'affettüosa fantasia che l'arte mi fece idol e monarca | Perciò la mia fantasia appassionata, che mi fece dell'arte un idolo e un sovrano, |
conosco or ben com'era d'error carca e quel c'a mal suo grado ogn'uom desia. | capisco ora bene quanto fosse carica di errore, e capisco l'errore di ciò che ogni uomo desidera, suo malgrado. |
Gli amorosi pensier, già vani e lieti, che fien or, s'a duo morte m'avvicino? | I pensieri d'amore, un tempo vani e felici, che cosa diventeranno ora, se mi avvicino a due morti? |
D'una so 'l certo, e l'altra mi minaccia. | Di una so che è sicura, e l'altra mi minaccia. |
Né pinger né scolpir fie più che quieti l'anima, volta a quell'amor divino | Né la pittura né la scultura saranno più capaci di quietare l'anima, ormai rivolta a quell'amore divino |
c'aperse, a prender noi, 'n croce le braccia. | che aprì le braccia in croce per accoglierci. |
Analisi del testo
Il sonetto si apre con un'allegoria vecchia quanto la letteratura: la vita è un viaggio per mare. Qui il mare è «tempestoso» e la barca «fragil», due aggettivi che dicono insieme le difficoltà dell'esistenza e la debolezza di chi la attraversa. Il porto è «comun», cioè uguale per tutti: la morte.
La scheda di Palumbo ricorda che l'immagine è frequente e rimanda a Petrarca, per esempio al sonetto «Passa la nave mia colma d'oblio». Ricorda anche che la prima quartina è un calco da Petrarca, con riprese dal sonetto CLXXXIX e dalla sestina LXXX. Le immagini della nave e del porto sono per Palumbo dei veri topoi petrarcheschi.
Ma già al secondo verso il sonetto prende un'altra strada. In Petrarca la nave è in balia della passione. Qui il porto non è un riposo, è un tribunale: ci si arriva «ov'a render si varca / conto e ragion». Il verbo «render» introduce un lessico giuridico, quasi contabile, che continua per tutta la quartina. «Opra trista e pia» chiude il periodo con un'antitesi secca: le opere cattive e quelle buone, tutte da rendicontare.
Il giudizio sull'arte
La seconda quartina è il cuore del sonetto. «Onde» ha il valore di «perciò»: dalla coscienza del giudizio che viene discende un nuovo sguardo sul passato. Michelangelo vede ora che la sua «affettüosa fantasia» era «d'error carca».
Il termine «fantasia» indica la facoltà creativa, quella che gli ha permesso di immaginare figure nel marmo e nelle pareti. L'aggettivo «affettüosa» porta in sé l'affetto e la passione. Il poeta aggiunge che questa fantasia gli «fece idol e monarca» l'arte. Idolo e sovrano: per tutta la vita ha adorato la propria arte e ne ha accettato il comando.
La scelta delle parole ha un peso. «Idolo» è una parola della condanna religiosa: l'idolatria è il peccato contro il primo comandamento. La scheda di Palumbo spiega che l'arte e l'amore, insieme, hanno sviato la vita dell'autore, che ora riconosce il proprio errore. Michelangelo non sta dicendo che le sue opere siano brutte. Sta dicendo che sono diventate qualcosa da adorare al posto di ciò che andava adorato.
Il verso 8 e le sue letture
Il verso «e quel c'a mal suo grado ogn'uom desia» è il più difficile del sonetto. La glossa di Palumbo lo intende così: conosco ora anche l'errore di ciò che ogni uomo desidera «a mal suo grado», contro il proprio stesso bene. Identifica quel desiderio con l'amore terreno, che allontana anch'esso dalla spiritualità.
Il verso, grammaticalmente, si lega a «conosco» del verso precedente. Per questo nella parafrasi l'ho reso con una seconda proposizione, «capisco l'errore di ciò che ogni uomo desidera». L'espressione «a mal suo grado» può anche significare «suo malgrado», e dunque indicare un desiderio che si impone anche a chi vorrebbe resistergli.
Due morti
La prima terzina si apre con una domanda: che ne sarà dei pensieri d'amore, «già vani e lieti»? Gli aggettivi stanno accanto e si contraddicono. Quei pensieri erano «lieti», e Michelangelo non lo nega, ma erano «vani», cioè privi di consistenza. Il tempo passato di «già» li colloca in un mondo che non c'è più.
Poi viene l'espressione più forte: «s'a duo morte m'avvicino». Le due morti sono due, e il verso seguente le distingue: «D'una so 'l certo, e l'altra mi minaccia». La prima è la morte del corpo, sicura. La seconda è la morte dell'anima, cioè la dannazione, che minaccia. Il poeta non si limita a prepararsi a un congedo. Teme di perdersi per sempre.
Il verso 11 ha un andamento quasi aritmetico: una cosa è certa, l'altra è un rischio. Il tono è senza ornamenti, come quello di chi fa un conto.
Né pinger né scolpir
Con l'ultima terzina arriva la risposta. «Né pinger né scolpir fie più che quieti / l'anima»: la pittura e la scultura, che erano la vita di Michelangelo, non saranno più in grado di dare pace all'anima. Il verbo «quieti» è il verbo della consolazione, e il soggetto è proprio l'arte.
La forma è perentoria. L'infinito senza articolo, «pinger» e «scolpir», e la ripetizione di «né» costruiscono un rifiuto netto. Palumbo osserva che la forza perentoria della pronuncia poetica («Né pinger né scolpir») esprime la decisione del rifiuto e va oltre il canone del petrarchismo di scuola. Aggiunge che nella terzina il doppio enjambement, soprattutto quello tra i versi 12 e 13 che isola la parola «anima», è aspro e lontano dalla fluidità di Petrarca e dei suoi seguaci.
L'anima, intanto, è «volta»: il participio dice un movimento già avviato, un voltarsi verso la fonte. A che cosa? A «quell'amor divino / c'aperse, a prender noi, 'n croce le braccia». L'ultimo verso è un'immagine, non un concetto: le braccia aperte sulla croce.
Colpisce il contrasto con l'inizio. Il sonetto parte dal mare in tempesta e si chiude con un corpo che si apre ad accogliere. Il movimento del testo è questo: dalla barca che cerca un approdo alle braccia che lo offrono.
Arte e amore: due errori, un solo giudizio
Un lettore moderno può restare sorpreso. Michelangelo mette sullo stesso piano l'arte e l'amore e li chiama entrambi errore. La coppia ha una logica: sono le due forme della passione per le cose di questo mondo. Una guida alla lettura dell'edizione Palumbo parla di sonetto in cui arte e amore, davanti alla morte, sembrano ormai cause soltanto di errore e di peccato.
La tradizione critica discute da tempo quanto di questa condanna sia sincero e quanto sia un topos devoto. Nei miei appunti non c'è una posizione da riportare con sicurezza, e preferisco non attribuire a nessuno una tesi che non ho verificato. Quello che il testo dice, invece, è chiaro: nel momento del bilancio, l'artista sceglie di non difendere ciò che ha fatto.
Punti discussi
Alcuni passi si leggono in modi diversi, e conviene dirlo.
«A mal suo grado». Può essere letto come «contro il proprio bene» oppure come «suo malgrado». Le due letture portano a sfumature vicine ma non identiche.
«Quel c'a mal suo grado ogn'uom desia». La glossa di Palumbo lo identifica con l'amore terreno. Il verso, preso da solo, potrebbe indicare più in generale i desideri mondani.
Le due morti. Corpo e anima secondo la scheda Palumbo. È la lettura più diffusa nelle schede scolastiche, ma resta un'interpretazione, perché il testo dice soltanto «duo morte».
L'«amor divino». Per Palumbo è una metonimia che indica Cristo. Il verso successivo, con le braccia in croce, la rende molto probabile.
Una chiave di lettura finale
Il sonetto è costruito come una piccola sentenza in quattro tempi. Il primo è la situazione, la nave giunta in porto. Il secondo è il riconoscimento dell'errore, con l'arte e l'amore alla sbarra. Il terzo è la paura, le due morti. Il quarto è la svolta, l'anima rivolta alla croce.
Chi legge può chiedersi che cosa resti dell'arte, dopo un testo così. La risposta più onesta è che il sonetto stesso è un'opera d'arte, e che il suo valore sta nel rifiuto di consolarsi con la propria grandezza. Michelangelo non scrive «ho fatto cose belle». Scrive «che fien or?». È una domanda senza ornamenti, rivolta a se stesso, e forse è per questo che ancora oggi si legge come uno dei testi più umani del Cinquecento.



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