Amor è uno desio che ven da' core di Iacopo da Lentini: Analisi del testo
Introduzione al sonetto
Che cos'è l'amore, sempre che sia qualcosa? Alla corte di Federico II la domanda non era uno scherzo galante: era una questione da risolvere con gli strumenti del tempo. La lirica cortese parla da sempre di un amore che signoreggia gli amanti, li ferisce, li comanda. Ma quell'amore esiste come entità a sé, oppure è soltanto un modo di essere di chi ama?
Su questo quesito si apre una delle più antiche tenzoni della letteratura italiana. Un sonetto di Iacopo Mostacci pone la domanda. Pier della Vigna risponde con un secondo sonetto. Iacopo da Lentini, il notaio che la tradizione critica indica come inventore del sonetto, chiude lo scambio con il suo: «Amore è uno desi[o] che ven da' core».
Tre testi, tre risposte, e una forma metrica appena nata che già funziona come sede di un dibattito. La posizione di Iacopo è netta. L'amore non è un dio né una forza misteriosa: è un desiderio, un movimento dell'animo che nasce dal piacere della vista e cresce nel cuore. Il sonetto lo descrive come un meccanismo preciso, quasi anatomico. Gli occhi vedono e portano l'immagine al cuore. Il cuore la concepisce, se la immagina, e ne trae piacere. È una delle prime psicologie dell'innamoramento della letteratura italiana.
In questo articolo: il metro del sonetto, il testo con la parafrasi affiancata e l'analisi del brano, con la cornice della tenzone e il lessico del siciliano illustre.
Metro e struttura
Il componimento è un sonetto: quattordici endecasillabi divisi in due quartine e due terzine. Lo schema delle rime è: ABAB, ABAB, ACD, ACD.
Il dato più interessante è che le rime non sono libere. Chi risponde in una tenzone riprende le stesse parole-rima dei sonetti ricevuti. Qui la rima in -ore («core», «amore», «amatore», «furore», «concepitore») è quella del sonetto di Iacopo Mostacci, mentre la rima in -ente («natural[e]mente», «gente») arriva dal sonetto di Pier della Vigna.
Le due quartine espongono la tesi e ammettono un'eccezione. Le terzine, con lo schema ACD ripetuto, entrano nel dettaglio del meccanismo: prima ciò che accade negli occhi, poi ciò che accade nel cuore. La costruzione è ordinata: premessa, caso, verifica, conclusione.
Testo e parafrasi affiancata
Testo originale | Parafrasi |
Amore è uno desi[o] che ven da' core per abondanza di gran piacimento; e li occhi in prima genera[n] l'amore e lo core li dà nutricamento. | L'amore è un desiderio che nasce dal cuore per l'eccesso di un grande piacere; e sono prima gli occhi a generare l'amore e il cuore poi gli dà nutrimento. |
Ben è alcuna fiata om amatore senza vedere so 'namoramento, ma quell'amor che stringe con furore da la vista de li occhi ha nas[ci]mento: | Certo, qualche volta un uomo si innamora senza aver mai visto la persona che ama, ma quell'amore che stringe con violenza nasce dalla vista degli occhi: |
ché li occhi rapresenta[n] a lo core d'onni cosa che veden bono e rio, com'è formata natural[e]mente; | perché gli occhi presentano al cuore di ogni cosa che vedono, buona o cattiva, l'immagine così com'è fatta per natura; |
e lo cor, che di zo è concepitore, imagina, e [li] piace quel desio: e questo amore regna fra la gente. | e il cuore, che di ciò ha la facoltà di concepire, immagina, e quel desiderio gli piace: e così l'amore regna fra gli uomini. |
Analisi del testo
La disputa: l'amore è sostanza o accidente?
Il quesito della tenzone è posto in termini di filosofia scolastica. Sostanza è ciò che esiste per sé: una pietra, un albero, una persona. Accidente è ciò che esiste solo in altro: il colore di una pietra, il pallore di un volto. Se l'amore è sostanza ha un suo essere, e può davvero comandare. Se è accidente è soltanto un modo in cui una persona si trova: viene, e può passare.
Iacopo Mostacci apre il dubbio. Si dice che l'amore signoreggi gli amanti e li costringa al suo volere. Ma l'amore non si vede e non si tocca. Forse è soltanto un «amorositate», una disposizione ad amare: una qualità, appunto, non una potenza. Pier della Vigna ribatte che anche la forza della calamita non si vede e pure muove il ferro: l'invisibilità non prova nulla. Iacopo da Lentini prende posizione con il suo sonetto, e lo fa nel senso di Mostacci: l'amore è un accidente, una passione dell'animo. Non lo afferma in astratto.
Lo mostra in funzione, descrivendo come nasce.
La critica ha letto in questa disputa un piccolo dibattito di corte sui testi di scuola: la psicologia delle passioni di matrice aristotelica, che poneva le facoltà dell'animo nel cuore, e il trattato De amore di Andrea Cappellano. Sono letture della critica moderna, non affermazioni del sonetto: i riferimenti stanno nell'elenco finale.
Occhi che generano, cuore che nutre
La prima quartina è quasi una definizione. L'amore è un «desio», un desiderio: un movimento dell'animo verso ciò che piace. La causa è l'eccesso di piacere, l'«abondanza di gran piacimento»: è la bellezza vista che mette in moto il meccanismo. Poi il sonetto fissa un ordine: prima gli occhi, che generano; poi il cuore, che nutre. Generare e nutrire sono verbi di famiglia, quasi di maternità. L'amore ha qui una piccola genealogia: un'origine e un allevamento. La seconda quartina ammette un'eccezione. Qualche volta un uomo si innamora senza vedere la persona amata: per fama, per racconto.
Non è un caso immaginario. La lirica provenzale ne aveva fatto quasi una leggenda, con la storia dell'amore di lontano del trovatore Jaufre Rudel, innamorato per fama di una donna mai vista. Ma per Iacopo quella non è la regola. L'amore vero, quello «che stringe con furore», nasce solo dalla vista. Il furore è la violenza con cui l'amore prende chi ama, e Iacopo non la nega: la spiega. Non serve un dio dell'amore perché la passione sia irresistibile; basta il meccanismo.
Le terzine: una fabbrica di immagini
Le due terzine entrano nel dettaglio e sono la parte più notevole del sonetto. Gli occhi «rapresenta[n] a lo core» ogni cosa che vedono, buona o cattiva, così com'è fatta per natura. Il verbo è forte: gli occhi non guardano e basta, consegnano. Portano al cuore un'immagine fedele, come un messaggio o un ritratto. E l'immagine è «formata», parola che per la filosofia del tempo dice l'essenza di una cosa: non un'apparenza qualunque, ma la forma di lei.
Nel cuore avviene il secondo tempo. Il cuore «di zo è concepitore»: di questo è concepitore, cioè concepisce. La facoltà che la psicologia medievale chiamava immaginativa riceve l'immagine dagli occhi e la lavora: «imagina». E qui sta il punto. «E [li] piace quel desio»: il cuore non subisce l'immagine, se la gode. Il desiderio piace a chi lo prova, e nutrendosi proprio di quell'immagine pensata cresce. È il «nutricamento» della prima quartina, spiegato in dettaglio: l'amore si alimenta del pensiero dell'amata.
La critica ha visto in questi versi una traccia del De amore di Andrea Cappellano, secondo cui l'amore si insedia nell'animo con il pensare senza misura l'oggetto amato.
Il verso finale chiude con un verbo da re: «e questo amore regna fra la gente». Iacopo concede a Pier della Vigna ciò che conta per gli effetti. L'amore regna davvero, comanda davvero. Ma ora il sonetto spiega perché: non perché sia una potenza occulta, bensì perché il meccanismo di occhi e cuore funziona, e funziona in tutti, «fra la gente». Il regno dell'amore è la somma dei cuori. È una delle chiusure più moderne della lirica duecentesca: un accordo che salva il fenomeno e spiega la natura.
La lingua: un lessico dottrinale in volgare
Le parole di questo sonetto non sono quelle della canzone d'amore comune. «Desio», «piacimento», «nutricamento», «furore», «nas[ci]mento», «concepitore»: astratti quasi tecnici, una lingua da trattato. È il volgare illustre della scuola siciliana, la lingua letteraria costruita dai poeti della corte, aperta ai modelli provenzali e curata nei tratti.
Il testo che leggiamo, però, non è quello che scrisse Iacopo. Della scuola siciliana non restano autografi: le copie sono toscane, trascritte nel secolo dopo, e i copisti hanno adattato la lingua al loro volgare. Forme come «zo», «onni», «fiata», «om», «so» sono le tracce, ormai fissate nella tradizione manoscritta, di quella trasmissione. Le parentesi quadre che s'incontrano nel testo sono la prova materiale di questo lavoro di ricostruzione: ogni parola tra parentesi è stata reintegrata dai filologi sui manoscritti. Chi legge deve sapere che dietro ogni parola c'è un testo ricostruito: la grafia varia da edizione a edizione.
Da qui a Dante
La domanda della tenzone non muore con la scuola siciliana, ma attraversa tutto il secolo. Dante, nella Vita Nuova, si trova a spiegare che quando Amore gli appare come una persona che cammina si tratta di una figura poetica. Cavalcanti, nella canzone Donna me prega, costruirà la definizione dell'amore più filosofica del Duecento: anche lì, un groviglio di processi mentali, non un dio che comanda. E nel Purgatorio Dante spiegherà con rigore come l'anima, cogliendo per gli occhi un'immagine, ne formi il desiderio, e dal desiderio non appagato la passione.
Sono collegamenti che la critica segue con costanza, da Bruno Nardi in poi: il sonetto del notaio ne è il primo anello conservato. Ma la linea d'insieme è una delle più riconoscibili della nostra letteratura: la psicologia dell'innamoramento, in italiano, comincia negli occhi di questo sonetto.



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