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De vulgari eloquentia: Dante e la nascita della lingua italiana

4 giorni fa
Tempo di lettura: 7 min

Il paradosso salta agli occhi dalla prima pagina. Il primo grande trattato che riconosce dignità letteraria alle lingue parlate dagli italiani è scritto in latino. Dante lo compone nei primi anni dell'esilio, lo lascia incompiuto nel mezzo di un ragionamento tecnico e non lo nomina mai nella Commedia. Eppure proprio qui prende forma per la prima volta l'idea che la lingua parlata in Italia possa diventare una lingua nobile, adatta ai temi più alti.

Il libro è un oggetto strano, metà grammatica e metà manifesto.


Il contesto: molte lingue, nessuna regola

All'inizio del Trecento l'Italia non ha una lingua comune. Ha un mosaico di parlate municipali, che cambiano da città a città e talvolta da quartiere a quartiere. Il latino resta la lingua della Chiesa, della scuola, del diritto e della scienza: chi vuole trattare un argomento con autorità lo fa in latino.

Da quasi un secolo, però, il volgare ha conquistato la poesia. La scuola siciliana alla corte di Federico II ha scritto d'amore in volgare, e quel filone è passato ai poeti toscani fino allo stilnovo. Ma la poesia non fa sistema: ogni città canta nel proprio idioma, e nessuno ha mai scritto una grammatica del volgare.

Dante guarda anche fuori dall'Italia e riconosce tre grandi famiglie di volgari, distinte dalla parola con cui si afferma: "nam alii oc, alii oil, alii sì affirmando locuntur, ut puta Yspani, Franci et Latini" (I, VIII). Gli spagnoli dicono oc, i francesi oil, gli italiani sì: da qui i nomi moderni di lingua d'oc e lingua d'oïl. Per Dante gli italiani sono il popolo del sì.


Un trattato in latino, rimasto a metà

Il volgare non ha grammatica né istituzioni che lo custodiscano. Per dargli dignità teorica Dante usa il latino, l'unico strumento che quella dignità possiede già: si scrive in latino di ciò che il latino non basta più a fare.

La datazione è discussa. La proposta più accolta, ricavata da indizi interni all'opera, colloca la stesura tra il 1303 e il 1305, negli anni dell'esilio, accanto alla stesura del Convivio. Il trattato è diviso in due libri: il primo, in diciannove capitoli, cerca la natura del volgare illustre; il secondo si ferma al capitolo XIV, mentre spiega come regolare il numero dei versi e delle sillabe nella canzone, con una frase che resta a metà.

La fortuna del testo è una storia a parte. La tradizione manoscritta è poverissima: i codici fondamentali oggi noti sono tre (il Trivulziano conservato a Milano, il manoscritto di Grenoble e il Berlinese, identificato dagli studiosi soltanto nel 1917), e per secoli i lettori ne conobbero due soltanto. Il trattato tornò a circolare nel Cinquecento, quando Gian Giorgio Trissino ritrovò il codice e nel 1529 ne pubblicò la traduzione italiana; la prima edizione a stampa del testo latino, curata da Jacopo Corbinelli, uscì a Parigi nel 1577.


Babele e la nascita dei volgari

Il Libro I comincia da molto lontano: dall'origine del linguaggio. Per Dante il volgare è la lingua prima, quella che i bambini imparano dalla madre senza regole, mentre il latino è una lingua artificiale, costruita con lo studio. Poi viene la colpa della torre.

"Presumpsit ergo in corde suo incurabilis homo, sub persuasione gigantis Nembroth, arte sua non solum superare naturam, sed etiam ipsum naturantem, qui Deus est, et cepit edificare turrim in Sennaar, que postea dicta est Babel, hoc est «confusio»" (I, VII).

L'uomo, istigato dal gigante Nimrod (noto anche come Nembrot), presume di superare non solo la natura ma lo stesso creatore, e comincia la costruzione della torre di Babele.

La punizione è la divisione delle lingue, e da Babele discendono i volgari d'Europa. Gli uomini si raggrupparono in piccole comunità. Coloro che si insediarono in Europa avevano una lingua comune, che poi si distinse in tre varietà: a nord qulla germanica, a sud-est quella greca e a sud una varietà che si suddivise in tre, lingua d'oc, d'oïl e del sì.

È una storia mitica, non una ricostruzione storica: Dante cerca un fondamento alla varietà delle lingue, non i loro antecedenti reali.


La rassegna: quattordici volgari, nessuno illustre

Dopo Babele il trattato passa in rassegna i volgari d'Italia, uno per uno: la prima geografia dialettale della penisola. Dante divide il paese lungo lo spartiacque degli Appennini.

l'Italia appare variarsi in almeno quattordici volgari; contando le varietà minori: in quest'angolo minuscolo di mondo si arriverebbe a mille parlate e anche più.

La rassegna scarta tutto, regione per regione. Nemmeno la Toscana si salva, e con essa il fiorentino, la lingua materna dell'autore. I Toscani, scrive Dante, per la loro demenza si attribuiscono un titolo che non meritano: quasi tutti i Toscani sono ottusi nel loro turpiloquio, il loro parlare sgraziato. Cadono in blocco anche i maestri toscani del passato, da Guittone d'Arezzo a Brunetto Latini. Solo Cino da Pistoia si salva, e Dante lo dice esplicitamente.


La pantera che profuma ovunque

A un certo punto la caccia prende la forma di una metafora vera e propria: il volgare illustre è una pantera.

"Postquam venati saltus et pascua sumus Ytalie, nec pantheram quam sequimur adinvenimus" (I, XVI)

Dopo aver battuto i boschi e i pascoli d'Italia senza trovare la pantera che inseguivamo, occorre cercarla con più metodo. La pantera viene dal bestiario medievale: un animale dal manto maculato che, dopo aver mangiato, emana un odore dolcissimo che attira le altre bestie. Il volgare illustre funziona allo stesso modo: profuma in ogni città e non fa il nido in nessuna. È l'immagine più celebre del trattato, e dice in una frase ciò che il libro intero cerca: una lingua italiana che esista come modello al di sopra delle città.


Il volgare illustre e i suoi quattro attributi

La definizione arriva al termine della caccia:

"dicimus illustre, cardinale, aulicum et curiale vulgare in Latio quod omnis latie civitatis est et nullius esse videtur, et quo municipalia vulgaria omnia Latinorum mensurantur et ponderantur et comparantur" (I, XVI).

Il volgare illustre, cardinale, aulico e curiale appartiene a tutta l'Italia e a nessuna città, e tutti i volgari municipali si misurano, si pesano e si confrontano con lui.


  • Illustre: Come gli uomini illustri (Dante cita Seneca e Numa Pompilio), il volgare illustre insegna e insieme risplende: eleva chi lo usa e ne accresce l'onore e la gloria;

  • Cardinale: Il volgare illustre è il perno su cui gira la porta: tutti i volgari municipali si muovono rispetto a lui. Dante lo chiama anche "paterfamilias", il capo della famiglia dei volgari;

  • Aulico: Il linguaggio priorprio del palazzo reale, ma l'Italia non ha un re né una corte. Finché la corte manca, l'illustre "velut accola peregrinatur", vive come forestiero e alberga in rifugi umili;

  • Curiale: Il linguaggio elegante e misurato che si addice alla curia. Precisa inoltre che Curiale non significa cortese.


Una precisazione che divide ancora gli studiosi: il volgare illustre non è una parlata che si ascolta per strada. Non esiste un luogo dove si parli illustre come si parla fiorentino: è un modello ideale, che ogni poeta costruisce scegliendo il meglio da ogni municipio. All'ultimo capitolo del Libro I riceve anche un nome, "vulgare latium", e ne sono stati maestri, scrive Dante, i poeti di tutta la penisola: "Siculi, Apuli, Tusci, Romandioli, Lombardi et utriusque Marchie viri" (I, XIX).

Il modello, nella geografia di Dante, non è toscano: è italiano.


Il Libro II: soggetti, stili e canzone

Il secondo libro cambia domanda: non più quale lingua, ma quali soggetti e quali forme.

I massimi soggetti degni del volgare illustre sono tre: salvezza, amore e virtù, che divengono nella pratica poetica valore delle armi, accendersi dell'amore, rettitudine della volontà. Gli esempi citati sono poeti d'oltralpe e d'Italia: Bertran de Born per le armi, Arnaut Daniel per l'amore, Girard de Bornelh per la rettitudine, Cino da Pistoia per l'amore e il suo amico per la rettitudine. L'amico non è nominato, e la critica lo identifica quasi all'unanimità con Dante stesso; come suo esempio il testo cita l'attacco di canzone "Doglia mi reca ne lo core ardire" (II, II).

Scelti i soggetti, il trattato stabilisce le forme e gli stili. Tra i modi del poetare in volgare la gerarchia è netta:

"Horum autem modorum cantionum modum excellentissimum esse pensamus" (II, III).

Tra questi modi il più eccellente è il modo delle canzoni, perché le canzoni compiono da sole tutto ciò che devono, mentre le ballate hanno bisogno dei danzatori per cui sono scritte. Lo stile segue la tradizione retorica: se si canta in stile tragico occorre il volgare illustre e la canzone; al comico spettano il volgare mediocre o quello umile, all'elegiaco soltanto l'umile.

Dopo questa parte teorica il trattato si fa manuale: come costruire la canzone, con quali metri, quali stanze, quante sillabe. Ed è proprio qui che si interrompe, al capitolo XIV del Libro II, a metà frase. Se per abbandono o perché il resto sia andato perduto, è questione discussa; ma il progetto in quattro libri non è un'ipotesi moderna, perché è Dante stesso a scrivere che ballate e sonetti saranno trattati "in quarto huius operis" (II, IV), nel quarto libro di quest'opera. Dei quattro libri previsti ne furono scritti uno e mezzo.


Perché conta per la storia della lingua italiana

Il valore del trattato sta prima di tutto nella novità. Prima di Dante nessuno aveva messo i volgari romanzi al centro di una riflessione teorica condotta con strumenti filosofici: il De vulgari eloquentia è, per comune riconoscimento, il primo trattato di filologia romanza. Discute di volgari, li classifica, li giudica, e inventa per essi un modello di lingua comune.

Conta poi per l'idea stessa di italiano. Il volgare illustre, di ogni città e di nessuna, prefigura la lingua nazionale molto prima che l'Italia politica esista. Quando tra Quattro e Cinquecento scrittori e grammatici discuteranno quale volgare debba diventare la lingua letteraria, la cosiddetta questione della lingua, discuteranno di un problema che Dante aveva posto per primo, con due secoli di anticipo.

C'è infine un'ironia storica. Nel trattato la Toscana passa per la regione del volgare più difettoso, e il modello dell'illustre è dichiaratamente non fiorentino. Ma la storia ha deciso diversamente: la lingua italiana moderna si è formata proprio sul volgare toscano letterario. Il trattato perse sul piano dei fatti, e vinse sul piano dei principi: l'idea che serva una lingua comune al di sopra dei municipi è diventata il fondamento della cultura italiana.

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