Io m'aggio posto in core a Dio servire di Iacopo da Lentini: Analisi del testo
Un poeta decide di servire Dio per andare in paradiso. Pochi versi dopo, però pone una condizione: in paradiso ci va solo se c'è anche la sua donna. Il sonetto Io m'aggio posto in core a Dio servire si regge su questo rovesciamento, e lo fa con una calma disarmante. Non c'è sfida alla fede, non c'è scandalo dichiarato. C'è un amante che misura perfino il cielo sulla persona che ama.
Introduzione al sonetto
L'autore è Iacopo da Lentini, che le edizioni critiche chiamano anche Giacomo. Notaio alla corte di Federico II, è considerato il caposcuola della scuola siciliana, la prima stagione della lirica d'arte in volgare italiano.
Le date sono incerte: la tradizione colloca il sonetto tra il 1233 e il 1240, ma è una collocazione approssimativa, come quasi tutto ciò che riguarda i poeti siciliani. Il testo non ci è arrivato in un manoscritto siciliano. Le edizioni moderne lo ricavano da una copia toscana più tarda, e per questo la lingua che leggiamo non coincide del tutto con quella in cui fu composto.
Il tema si riassume in una frase: il poeta dichiara di voler guadagnare il paradiso, ma lo desidera soltanto perché lì rivedrebbe la sua donna. È un sonetto d'amore costruito con il lessico della devozione, e il rapporto tra i due registri è il cuore dell'analisi.
Il metro
Il componimento è un sonetto di quattordici endecasillabi. Appartiene al gruppo dei sonetti più antichi che possediamo, e la tradizione critica attribuisce proprio a Iacopo l'invenzione della forma. Lo schema delle rime è: ABAB, ABAB, CDC, DCD.
Parte | Versi | Schema | Parole in rima |
Prima quartina | 1-4 | ABAB | servire, paradiso, dire, riso |
Seconda quartina | 5-8 | ABAB | gire, viso, gaudere, diviso |
Prima terzina | 9-11 | CDC | intendimento, fare, portamento |
Seconda terzina | 12-14 | DCD | sguardare, consolamento, stare |
Si notano tre cose.
La prima: le due quartine usano le stesse rime, in alternanza. È uno schema frequente nei sonetti siciliani, e dà all'ottava un andamento chiuso, quasi ripetitivo. Il suono in -iso torna quattro volte e cade su parole chiave: paradiso, riso, viso, diviso. Il cielo, la gioia, il volto amato e la separazione stanno nello stesso spazio sonoro.
La seconda: al verso 7 gaudere rima con servire, dire e gire. Per un orecchio toscano la rima non regge. Si spiega con la cosiddetta rima siciliana, in cui e e i toniche si equivalgono, ed è uno dei punti in cui si intravede la forma originale del testo, che sarebbe gaudire. L'ipotesi è corrente nei manuali, ma va confrontata con l'edizione critica.
La terza: la sintassi non coincide con la metrica. Il verso 9 apre il sestetto con un "Ma", e fin qui la svolta cade dove ce la aspettiamo. Ma la frase che comincia al verso 9 attraversa le due terzine e si chiude solo al verso 14. La partizione metrica e quella del pensiero si sovrappongono solo in parte.
Testo e parafrasi affiancata
Testo | Parafrasi |
Io m’ag[g]io posto in core a Dio servire, com’io potesse gire in paradiso, | Mi sono proposto in cuore di servire Dio, per poter andare in paradiso, |
al santo loco, ch’ag[g]io audito dire, u’ si mantien sollazo, gioco e riso. | in quel luogo santo di cui ho sentito dire che vi regnano diletto, gioco e allegria. |
Sanza mia donna non vi voria gire, quella c’à blonda testa e claro viso, che sanza lei non poteria gaudere, estando da la mia donna diviso. | Senza la mia donna non vorrei andarci, lei che ha i capelli biondi e il volto luminoso, perché senza di lei non potrei provare gioia, stando lontano da lei. |
Ma non lo dico a tale intendimento, perch’io pecato ci volesse fare; se non veder lo suo bel portamento, | Ma non lo dico con l'intenzione di commettere lassù un peccato; lo dico solo per vedere il suo bel portamento, |
e lo bel viso e ’l morbido sguardare: che l mi teria in gran consolamento, veggendo la mia donna in ghiora stare. | il bel viso e lo sguardo dolce: questo mi darebbe grande consolazione, vedendo la mia donna in gloria. |
Analisi del testo
Il sonetto è un piccolo sillogismo in quattro mosse. Prima il proposito: servire Dio per meritare il paradiso. Poi la condizione: senza la donna, il paradiso non interessa. Poi la giustificazione: senza di lei non ci sarebbe gioia. Infine la precisazione, che occupa il sestetto: non c'è nessuna intenzione peccaminosa, si vuole solo vederla.
Questa struttura argomentativa è tipica dei Siciliani. Il sentimento non esplode, viene ragionato. Il lettore assiste a una dimostrazione, e il tono resta sempre pacato.
Il paradiso del sonetto non ha nulla di teologico. Non si parla di visione di Dio, di beatitudine, di salvezza dell'anima. Il paradiso è un posto dove "si mantien sollazo, gioco e riso": tre parole del lessico della vita di corte. È l'immagine di una festa elegante, non quella di una contemplazione. Un dettaglio testuale merita attenzione. Il poeta conosce il paradiso per sentito dire: è il luogo "c'ag[g]io audito dire". Della donna, invece, descrive il volto, il portamento, lo sguardo, tutto ciò che ha visto. Il cielo è una voce che gli è arrivata, la donna è un'esperienza. La gerarchia dei due mondi si capovolge in una sola relativa.
Servire Dio, servire la donna
Il verbo che apre il sonetto, servire, è anche il verbo dell'amore cortese. L'amante serve la sua dama come il vassallo serve il signore. Nello stesso verso il poeta dice di servire Dio, ma la parola appartiene al vocabolario del servizio d'amore. Chi legge sente due padroni sovrapposti, e capisce presto quale dei due comanda davvero. Che il verbo sia letto in questa chiave è un'interpretazione diffusa, non un dato del testo.
Il lessico della gioia
Nel sonetto torna di continuo un campo di parole legate al piacere e alla consolazione: sollazo, gioco, riso, gaudere, consolamento. Compaiono prima per descrivere il paradiso (versi 4 e 7) e poi per dire l'effetto che farebbe la vista della donna (verso 13). Il passaggio è la vera tesi del testo. Le parole che definiscono il paradiso sono le stesse che definiscono la donna, e così il paradiso smette di essere un luogo e diventa una condizione: stare dove lei è.
La donna: bellezza e distanza
La donna è descritta con pochi tratti fissi: la testa bionda, il viso chiaro, il bel portamento, lo sguardo dolce. Sono i tratti convenzionali della bellezza cortese, non quelli di una persona specifica. Come in tutta la lirica siciliana, non c'è un ritratto individuale.
Conta la distanza. Il participio diviso, a fine verso 8, dice la separazione; il verbo stare, a fine verso 14, dice la permanenza in uno stato di beatitudine. "In ghiora stare" è un'espressione che si presta a due letture: gloria può indicare la gloria celeste, e quindi la salvezza della donna, oppure lo splendore della donna stessa. Il testo non permette di sciogliere del tutto il dubbio.
La lingua
La lingua mostra i tratti del siciliano illustre filtrati da una copia toscana. Il condizionale in
-ia (voria, poteria, teria) è una forma tipica dell'italiano antico. Claro, audito, pecato sono forme vicine al latino, e gaudere viene dal latino gaudere. Sollazo è un prestito dal provenzale, la lingua dei trovatori da cui i Siciliani ricevono modelli e vocabolario. Sguardare è un infinito usato come nome, "il guardare". Morbido ha qui il senso di "dolce, tenero".
Quasi ogni parola tecnica dell'amore viene da un'altra tradizione. È una lingua nuova che si costruisce per aggiunta, mescolando latino, provenzale e volgare siciliano.
Dove si colloca nella tradizione
Il sonetto porta in italiano un tema della poesia trovadorica: l'amante che pone la donna al di sopra di ogni altro bene, anche quello spirituale. Il confronto con la lirica religiosa del Duecento è netto. Nella lauda Donna de Paradiso di Iacopone da Todi, che racconta la Passione attraverso la voce di Maria, il dolore è pienamente dentro il mistero cristiano. Qui il paradiso è lo sfondo di un desiderio amoroso. Nello stesso secolo la poesia italiana conosce due modi opposti di guardare al cielo.
Il motivo dell'amore che dialoga con il cielo ritorna nei poeti successivi, a partire dallo stilnovo. Il caso più citato è la canzone di Guido Guinizzelli "Al cor gentil rempaira sempre amore", dove la donna è accostata a un angelo. Il sonetto di Iacopo è uno dei primi anelli di questa catena, anche se il suo tono è più leggero e meno teologico. Si tratta di un collegamento usato dai manuali, da controllare sui testi prima di presentarlo come dato certo.
Il verso 11 e il peso di un "se non"
Il passaggio più delicato è nel sestetto. Il poeta ha appena escluso ogni intenzione peccaminosa, poi introduce un'eccezione con "se non veder": vuole soltanto vedere. La restrizione sembra riduttiva, ma ottiene l'effetto opposto. Il vedere è il bene supremo dell'amore cortese, e dichiarare di volere solo quello significa chiedere il massimo con parole di rinuncia. Chi studia il testo può osservare come l'elenco dei tre oggetti dello sguardo (portamento, viso, sguardare) rallenti il ritmo proprio nel punto in cui la frase si fa più cauta. Il sollievo del finale, "in gran consolamento", arriva dopo questa lunga prudenza, e per contrasto pesa di più.



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