La Monarchia di Dante: struttura e contenuti dell'opera
La Commedia è il Dante che tutti ricordano. Molto meno noto è il Dante trattatista: un esule che scrive in latino, senza una riga di poesia, e dimostra con il metodo delle dispute medievali che il mondo ha bisogno di un solo principe, che quel principe è l'imperatore romano per diritto divino, e che la sua autorità non passa dalle mani del papa. Il libro si chiama Monarchia, e finì al rogo.
Il contesto: i due poteri universali
Nel Medioevo l'Europa occidentale conosce due poteri che si dicono universali: il papa, che governa le anime, e l'imperatore, che dovrebbe governare i corpi. Chi dei due prevale, e su che cosa, è una questione aperta da secoli. Negli anni intorno al 1300 la controversia raggiunge uno dei suoi culmini con lo scontro tra papa Bonifacio VIII e Filippo il Bello di Francia. La Chiesa sostiene, con la dottrina che i teologi chiamano ierocratica, di avere il diritto di ratificare l'elezione imperiale: senza la confirmatio del pontefice, l'eletto non riceve la corona di re dei Romani e non può amministrare l'Impero.
Dante scrive in questo clima, da esule, per difendere i diritti dell'Impero contro le pretese della Chiesa e l'ostilità dei guelfi. E non scrive partendo da zero: attinge agli scritti polemici usciti per la stessa contesa, come il De potestate regia et papali di Giovanni da Parigi e la glossa anonima alla bolla Unam Sanctam. Il suo taglio però è diverso da quello degli apologeti di parte: filosofia, teologia e diritto, tutto serrato nelle regole del sillogismo.
Un chiarimento sul titolo: per la tradizione manoscritta, come stabilì Pier Giorgio Ricci nell'Enciclopedia Dantesca, il titolo è Monarchia; il più noto De Monarchia è estraneo a quella tradizione. E monarchia qui non indica una monarchia qualsiasi: indica l'Impero, l'unico principato che sta sopra tutti gli altri per ciò che ha principio e fine nel tempo.
Quando fu scritta: una datazione discussa
Nessun documento dice quando Dante scrisse la Monarchia. Il margine dentro cui si muovono gli studiosi è ampio, gli anni che corrono dal 1308 alla morte del poeta, e tre sono le ipotesi principali.
Bruno Nardi difese a lungo una data intorno al 1308, l'anno dell'elezione di Enrico di Lussemburgo a re dei Romani, senza però incontrare molto consenso.
Mentre per la tradizione il trattato nascerebbe in piena vicenda di Arrigo VII, e gli studiosi che la sostengono legano la stesura al culmine della polemica tra i due poteri: tra l'incoronazione imperiale del 29 giugno 1312 e la fine del 1313. È la pagina di storia che fa da sfondo al libro. Enrico, eletto nel 1308 dopo l'uccisione di re Alberto I, scende in Italia dal 1310. L'incoronazione imperiale, il 29 giugno 1312, non può tenersi a San Pietro e si celebra in Laterano. Subito dopo, la Chiesa ingiunge all'imperatore di lasciare Roma. Enrico muore a Buonconvento il 24 agosto 1313, e pochi mesi dopo muore anche papa Clemente V.
Infine, Pier Giorgio Ricci, curatore dell'edizione critica del 1965, propose di scendere oltre la morte di Arrigo, verso il 1317 e il 1318, collegando l'opera all'ultima fase del pensiero politico di Dante e agli anni di Cangrande della Scala, confermato vicario imperiale. In questa lettura il trattato sarebbe scritto non nella speranza, ma nel fallimento: una teoria dell'Impero quando l'Impero non c'è più.
I tre libri e le tre domande
Il trattato è costruito su tre domande, una per libro, ciascuna trattata con catene di sillogismi.
La prima: serve un unico principe? Il primo libro risponde a chi vuole la distruzione dell'Impero e dimostra che senza un unico governo non c'è benessere per il genere umano. Il principio a cui tutto il libro torna è la pace: la tranquillità della pace è il più alto dei beni ordinati alla nostra felicità, perché solo nella pace l'umanità può attuare la propria potenza intellettiva, che è la felicità terrena. Undici argomentazioni sostengono la tesi, e il libro si chiude con un lamento: dopo l'età in cui Dio volle farsi uomo, la cupidigia ha guastato il mondo, e il genere umano si dibatte in condizioni misere.
La seconda: l'Impero spetta di diritto ai Romani? Il secondo libro chiede se il popolo romano abbia di diritto assunto la dignità imperiale o l'abbia presa con la forza. Qui Dante racconta anche una sua conversione: ammette di aver creduto, un tempo, che i Romani avessero vinto con la violenza, prima di comprendere che il dominio romano era opera della divina Provvidenza. Il libro apre con il secondo salmo, con sdegno verso i popoli che tramano contro l'impero, e costruisce la dimostrazione: l'Impero romano è voluto da Dio.
La terza: l'imperatore dipende dal papa? È la domanda più pericolosa, e Dante la enuncia subito, consapevole dello sdegno che susciterà: l'autorità dell'imperatore viene direttamente da Dio o attraverso la mediazione del papa? La risposta è il cuore contestato del trattato: direttamente da Dio. Contro la dottrina della confirmatio, Dante rilegge la Bibbia: quando il profeta Samuele innalzò Saul al trono e poi lo depose, non agì da vicario, che opera con piena autorità propria, ma da nunzio, cioè da esecutore di un ordine ricevuto. E nel capitolo XV arriva alla formula politica più celebre del libro. Nella traduzione antica in volgare suona così:
"solo Iddio eleggie, solo Iddio conferma, non avendo lui supperiore. Onde ancora vedere si può che né questi che ora si dicono, né altri che mai si sieno detti 'elettori', così si debbono chiamare, ma più tosto 'denuntiatori della providentia divina'".
I due fini e le due guide
La teoria che regge il terzo libro si riassume nello schema del capitolo XV. L'uomo ha due fini, perché ha due nature: come ente corruttibile tende alla felicità terrena, come ente incorruttibile alla felicità eterna. Alla felicità terrena si arriva con gli insegnamenti della filosofia, operando secondo le virtù morali e intellettuali; alla felicità eterna con gli ammaestramenti dello Spirito, operando secondo le virtù teologali. Ma gli uomini, scrive Dante, tutto dimenticherebbero per la cupidigia se non fossero tenuti a freno. A questo servono due guide: il papa, che seguendo la rivelazione guida l'umanità alla vita eterna, e l'imperatore, che seguendo la filosofia la guida alla felicità terrena, domando la cupidigia.
La conseguenza politica è netta: le due guide sono indipendenti l'una dall'altra nell'origine del loro potere, papa e imperatore sono entrambi eletti per ispirazione divina, e ciascuno ha la pienezza del proprio potere appena eletto.
Eppure le ultime righe del trattato contengono una clausola su cui si discute da secoli: questa parità non significa che l'imperatore non sia per nulla soggetto al pontefice. Cesare, scrive Dante, deve usare verso Pietro la riverenza che il figlio primogenito usa verso il padre, così che, illuminato dalla grazia paterna, possa illuminare il mondo. Qualcuno ci ha letto una contraddizione, o addirittura un'aggiunta tardiva di un Dante pentito; altri un semplice ossequio; altri, ed è forse la lettura più persuasiva, la conferma che Dante non è né un radicale ghibellino né un teorico della teocrazia: un autore che cerca una via moderata, armonizzando le esigenze dell'idea imperiale con la supremazia del fine spirituale.
La condanna del 1329 e la lunga vita di un libro bruciato
La Monarchia si diffonde in fretta, e in fretta diventa pericolosa. Negli anni dello scontro tra papa Giovanni XXII e l'imperatore Ludovico il Bavaro, il trattato viene letto come manifesto della parte avversa. La reazione passa per Bologna, dove è legato pontificio il cardinale Bertrando del Poggetto. La data tradizionale della condanna è il 1329: il trattato è posto al rogo con l'accusa di eresia. La vicenda arriva attraverso testimonianze indirette, come il giurista Bartolo da Sassoferrato, che si trovava a Bologna in quegli anni, e soprattutto Boccaccio, che quasi quarant'anni dopo i fatti scrive nel Trattatello in laude di Dante che il legato aveva cercato di far bruciare anche i resti del poeta. Le prove dell'attacco all'opera, conclude la voce, sono inconfutabili.
L'attacco non fu solo fiamma. Il domenicano riminese Guido Vernani compose un'estesa confutazione, il De reprobatione Monarchiae, mentre le copie venivano bandite dai conventi e bruciate sulla piazza,. Nonostante la caccia, il trattato circolò: una ventina di manoscritti arriva fino a noi, attraverso una tradizione che gli studiosi giudicano tra le più tormentate delle opere dantesche. La prima edizione a stampa vede la luce nel 1559, quando Giovanni Oporino pubblica il testo a Basilea, per secoli fondamento di ogni edizione successiva insieme alla traduzione italiana che Marsilio Ficino aveva preparato nel 1467. E nello stesso 1559 il Sant'Uffizio iscrive la Monarchia nel primo Indice dei libri proibiti: l'anno della prima stampa è anche l'anno della condanna a non circolare.
La riabilitazione è lenta. A metà Settecento Benedetto XIV toglie l'opera dall'Indice, e nel 1881 Leone XIII revoca definitivamente la condanna: quasi sei secoli dopo il rogo.



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