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La vita fugge et non s'arresta una hora di Francesco Petrarca: Analisi del testo

2 giorni fa
Tempo di lettura: 7 min

Il tempo passa, la morte arriva, e quello che resta è un uomo diviso tra ciò che ricorda e ciò che teme. Il sonetto 272 del Canzoniere di Francesco Petrarca comincia con un verso che i lettori italiani conoscono anche senza sapere da dove venga: «La vita fugge, et non s'arresta una hora». In quattordici versi Petrarca mette in fila passato, presente e futuro, li fa convergere su una sola ferita e chiude con l'immagine di una nave sfasciata. È uno dei testi più usati a scuola per capire come Petrarca trasformi un tema antico, la fuga del tempo, in una confessione personale.


Introduzione al sonetto

Il sonetto appartiene alla seconda parte del Canzoniere, quella che la tradizione chiama «in morte di madonna Laura». Laura è morta, e il poeta non ha più davanti a sé la persona amata ma soltanto il ricordo e il vuoto. Il Canzoniere, che Petrarca intitolò Rerum vulgarium fragmenta («frammenti di cose in volgare»), raccoglie 366 componimenti: il sonetto 272 si trova nella parte dedicata al lutto.

Il tema è la fuga del tempo, il fugit tempus dei latini. Petrarca lo rielabora in chiave cristiana e personale. Il tempo qui non è soltanto un fatto della natura: è una minaccia che pesa dai tre lati insieme. Il passato fa soffrire perché è perduto, il presente perché è vuoto, il futuro perché non offre nulla da sperare. Dopo la morte di Laura, ogni direzione temporale porta dolore.

Il verso iniziale circola in grafie diverse: «et» o «e», «hora» o «ora». La forma «La vita fugge, et non s'arresta una hora» è quella delle edizioni critiche moderne, che conservano la grafia petrarchesca.

Il metro

Il componimento è un sonetto: quattordici endecasillabi divisi in due quartine e due terzine. Lo schema delle rimeè: ABBA, ABBA, CDE, CDE.

Strofa

Versi

Rime

Parole in rima

Prima quartina

1-4

ABBA

ora, giornate, passate, ancora

Seconda quartina

5-8

ABBA

accora, veritate, pietate, fòra

Prima terzina

9-11

CDE

mai, parte, venti

Seconda terzina

12-14

CDE

omai, sarte, spenti

Le quartine hanno rima incrociata e usano le stesse due rime, -ora (A) e -ate (B), in entrambe. Le terzine hanno rima replicata: le tre rime tornano nello stesso ordine nelle due strofe (mai : omai, parte : sarte, venti : spenti).

Tre dettagli meritano attenzione.

  • La rima A lega «ora» a «ancora», «accora» e «fòra». Nella prima quartina il primo e l'ultimo verso si chiudono quindi sulla stessa sillaba, e la parola «ora» (l'istante) torna dentro «ancora», che è l'ultima parola della sequenza «presenti, passate, future». La rima richiama il tema: l'ora che non si ferma.

  • Le parole in -ate (giornate, passate, veritate, pietate) comprendono sia il tempo («passate») sia il sentimento («pietate»). Il tempo e la pena sono tenuti insieme anche dal suono.

  • Nelle terzine «omai» e «spenti» portano il peso della conclusione: il tempo è finito («omai», ormai) e le luci sono spente.


Testo e parafrasi affiancata

Testo

Parafrasi

La vita fugge e non s'arresta un'ora, e la morte vien dietro a gran giornate,

La vita fugge e non si ferma nemmeno per un'ora, e la morte la segue a grandi tappe,

e le cose presenti e le passate mi danno guerra, e le future ancora;

e le cose presenti e quelle passate mi fanno guerra, e anche quelle future;

e 'l rimembrar e l'aspettar m'accora or quinci or quindi sì, che 'n veritate,

e il ricordare e l'aspettare mi angosciano, ora da una parte ora dall'altra, tanto che, in verità,

se non ch'i' ho di me stesso pietate, i' sarei già di questi pensier fòra.

se non avessi pietà di me stesso, sarei già fuori da questi pensieri.

Tornami avanti s'alcun dolce mai ebbe 'l cor tristo; e poi da l'altra parte

Mi torna davanti agli occhi se mai un cuore triste ebbe qualche dolcezza; e poi, dall'altra parte,

veggio al mio navigar turbati i venti; veggio fortuna in porto, e stanco omai

vedo i venti turbare la mia navigazione; vedo la tempesta in porto, e ormai stanco

il mio nocchier, e rotte arbore e sarte, e i lumi bei che mirar soglio, spenti.

il mio nocchiero, e rotti l'albero e le sartie, e spenti i begli occhi che ero solito guardare.


Analisi del testo

Il primo verso è una frase breve e netta, costruita su un verbo di moto, «fugge», e su una negazione, «non s'arresta». L'ora è l'unità minima, e nemmeno quella si ferma. Il secondo verso aggiunge un secondo inseguitore: la morte che viene «dietro a gran giornate». Le «giornate» sono le tappe di un viaggio, quelle che un esercito o un corriere compie a marce forzate. La vita corre davanti e la morte la insegue più in fretta di lei.

La sintassi accompagna la corsa. Il testo originale ripete «et» all'inizio dei versi (polisindeto) e procede per frasi coordinate, senza subordinate complesse. Chi legge ha l'impressione di un elenco che non finisce, come i pensieri di chi non dorme.


Tre tempi, una sola guerra

I versi 3 e 4 sono il centro dell'idea. Presente, passato e futuro «mi danno guerra». Il tempo è un nemico che attacca da tre parti: le cose presenti, perché sono prive di Laura; le passate, perché ricordano ciò che è perduto; le future, perché il poeta le immagina senza speranza. Chiude il verso una parola piccola ma importante: «ancora». Il futuro non è nominato per ultimo per caso: arriva come un colpo in più, quando il lettore pensava che il conto fosse chiuso.

Il verso 5 riduce la lista a due azioni: «il rimembrar e l'aspettar». Ricordare e aspettare sono i due modi con cui l'uomo abita il tempo, e tutti e due «accorano». Il passato guarda indietro, l'attesa guarda avanti, e il presente non offre rifugio. «Or quinci or quindi» (ora di qua ora di là) mostra un poeta tirato in due direzioni, senza un punto fermo.


«Se non ch'i' ho di me stesso pietate»

I versi 7 e 8 sono i più discussi del sonetto. Il poeta dice che sarebbe già «fuor di questi pensieri» se non avesse pietà di sé. Che cosa vuol dire «esser fuori dai pensieri»? Una lettura immediata è che si tratti della morte, e quindi che Petrarca ammetta il pensiero di togliersi la vita, trattenuto dalla compassione per se stesso. Altre letture insistono sul fatto che per un cristiano quella strada è preclusa, e che la «pietà» è dunque anche una forma di timore religioso. Non si può escludere nemmeno una lettura più sfumata: la parola indica una sorta di autodifesa, il bisogno di non lasciarsi distruggere.


La svolta delle terzine

Con il verso 9 il sonetto cambia passo. Le quartine descrivono lo stato d'animo, le terzine ricorrono a un'immagine. Il verbo «Tornami avanti» introduce un ricordo: se mai un cuore triste ebbe qualche dolcezza, quella dolcezza adesso torna alla mente. Subito dopo, «poi da l'altra parte», arriva il contrappeso: il poeta guarda la propria vita e vede una nave.

È un'immagine tradizionale. Il mare come vita, la navigazione come percorso dell'anima, la tempesta come destino: la letteratura classica e quella cristiana l'hanno usata per secoli. Petrarca la riprende altrove, e il confronto più utile è con il sonetto 189 del Canzoniere, «Passa la nave mia colma d'oblio», dove la nave attraversa un mare in tempesta con un nocchiero che è insieme il poeta e il suo signore, cioè Amore. In quel caso la nave naviga ancora. Nel 272 non c'è più una rotta.


L'allegoria della nave

La seconda terzina costruisce il quadro con parole precise. I venti sono «turbati», cioè agitati e contrari. «Fortuna in porto» è una formula densa: «fortuna» vale tempesta, ma la parola richiama anche la dea Fortuna, la sorte, e l'espressione dice che la tempesta non è più al largo, è arrivata al porto, nel punto che avrebbe dovuto essere sicuro. Il porto è il luogo della pace e qui non lo è più.

Poi vengono i danni, in ordine: il nocchiero è stanco, l'albero è rotto, le sartie (le funi che reggono le vele) sono spezzate. Ogni elemento della nave è fuori uso. Se la nave è la vita, il nocchiero è la ragione che la governa, e la ragione è stanca. Non si parla di un naufragio improvviso ma di una resa lenta.

Un dettaglio utile da notare: la sintassi ripete «veggio» due volte («veggio al mio navigar... veggio fortuna...»). Il poeta non racconta, osserva. Come se stesse sulla riva a guardare la propria nave, o come se la vedesse da fuori.


L'ultimo verso

L'ultimo verso è staccato da tutto il resto: «e i lumi bei che mirar soglio, spenti». I «lumi» sono gli occhi di Laura, e sono «spenti». Il verso chiude il sonetto su una parola breve e pesante, «spenti», e cambia il senso di tutto ciò che precede. Fino a qui sembrava che la causa del dolore fosse il tempo in generale. Qui si capisce che il tempo è il mezzo, e la causa è una persona sola. Il verbo «soglio» (sono solito) riporta una consuetudine: guardare quegli occhi era un'abitudine del poeta, e l'abitudine non ha più oggetto.

Si noti anche l'ordine delle parole: «spenti» è l'ultima parola, ma il soggetto, «i lumi bei», è già nel verso. Petrarca ritarda il verbo fino alla fine per far cadere il colpo sull'ultima sillaba.


Una struttura a imbuto

Il sonetto si può leggere come un restringimento del campo. Si parte da un'idea generale (la vita, la morte), si passa a tre tempi, poi a due azioni dell'anima (ricordare, aspettare), poi a un'immagine (la nave), infine a un solo particolare: gli occhi spenti. Dal cosmo si arriva a un volto. È la stessa struttura di tutto il Canzoniere in miniatura: le grandi questioni del tempo e della morte sono sempre filtrate dal ricordo di una persona.


Punti discussi

Alcuni passi si leggono in modi diversi, e conviene dirlo.

  • «se non ch'i' ho di me stesso pietate» (v. 7). Le letture oscillano tra il pensiero del suicidio trattenuto dall'amor proprio, la proibizione cristiana e una più generica autodifesa. Il testo non permette di scegliere con sicurezza.

  • «fortuna in porto» (v. 12). Può valere «tempesta nel porto» oppure, con un'allusione alla Fortuna, «la sorte stessa si è accampata nel porto». Le due letture non si escludono.

  • «il mio nocchier» (v. 13). Di solito si intende la ragione o l'anima che guida la vita. In altri sonetti la figura del nocchiero ha altri significati (per esempio Amore, nel sonetto 189), quindi l'identificazione non è automatica.

  • «i lumi bei» (v. 14). Sono quasi sempre letti come gli occhi di Laura. Si può anche leggere come luce che guida, in senso più ampio, ma la lettura più condivisa è la prima.

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