Le rime di Dante: che cosa sono e come leggerle
Quando si pensa a Dante poeta, si pensa alla Commedia. Eppure Dante ha scritto poesie per tutta la vita, dai primi sonetti da ragazzo fino agli anni dell'esilio. Una parte è confluita in due libri che conosciamo bene, la Vita nuova e il Convivio. Tutto il resto si chiama, semplicemente, le Rime. Il titolo è però ingannevole. Le Rime non sono un libro che Dante ha costruito e consegnato ai lettori. Sono un insieme di poesie diverse per tema, tono e forma, messe in ordine da chi è venuto dopo.
Che cosa sono le Rime
Le Rime comprendono sonetti, ballate, canzoni e sestine. Coprono un arco di tempo lungo: tra il 1283 e il 1307-1308. Dante stesso, in due occasioni, aveva già fatto una scelta tra i suoi versi. Nella Vita nuova ha riunito le poesie legate a Beatrice. Nel Convivio ha commentato alcune canzoni dottrinali. Ciò che è rimasto fuori da questi due libri si raccoglie sotto il nome di Rime. Un punto merita attenzione. Per un po' di tempo la raccolta si è chiamata anche Canzoniere. Gianfranco Contini ha osservato che quel nome fa pensare a un'opera unitaria, costruita dall'autore, come sarà il Canzoniere di Petrarca. Con Dante non è così. La raccolta è postuma, ordinata dagli editori moderni. Per questo oggi si preferisce il titolo Rime.
Che cosa tiene insieme testi così diversi? Secondo Contini, la "linea unitaria" è la tecnica: Dante prova continuamente forme, modelli e stili nuovi, e porta ogni esperienza al limite. L'unità, insomma, sta nella sperimentazione.
Come sono state raccolte e tramandate
Le poesie di Dante circolavano già mentre lui era vivo. Nel 1287 un notaio, Enrichetto delle Querce, trascrive il sonetto "Non mi poriano già mai fare ammenda". Nel 1292 un altro notaio, Pietro di Allegranza, trascrive un frammento della canzone "Donne ch'avete intelletto d'amore". Poi vengono i manoscritti. La tradizione si divide in due rami principali, detti veneto e toscano, che sono tra loro indipendenti. Il ramo toscano ha anche una pagina importante legata a Boccaccio. Boccaccio copiò quindici canzoni accanto alla Vita nuova e alla sua Vita di Dante, e quella raccolta diventò la fonte di molte copie successive. Tra le quindici c'è anche "Così nel mio parlar voglio esser aspro". La tenzone con Forese e le canzoni del Convivio hanno una tradizione in parte autonoma.
Per le stampe bisogna aspettare il Cinquecento. Le rime di Dante compaiono prima dentro antologie, e la più importante è la raccolta Giuntina del 1527, uscita a Firenze. Ottocento e Novecento portano le prime edizioni curate. Quella di Michele Barbi, per la Società Dantesca Italiana, è del 1921. Quella commentata da Gianfranco Contini è del 1939. Più recente è l'edizione critica di Domenico De Robertis (2002).
Due modi di ordinare lo stesso materiale
Barbi ordina le Rime per gruppi di tema e di forma. Il suo schema, riassunto, è questo: le liriche della Vita nuova, quelle del tempo della Vita nuova, la tenzone con Forese, le altre tenzoni, le rime allegoriche e dottrinali, le rime per la "pargoletta", le rime petrose, le rime varie dell'esilio.
Contini, nel 1939, sceglie un'altra strada. Raccoglie soltanto le rime "estravaganti", cioè esterne a Vita nuova e Convivio, e cerca di seguire per quanto possibile l'ordine cronologico. Mette a parte le poesie considerate dubbie.
I gruppi principali
Rime giovanili e stilnovistiche
Le prime poesie mostrano un Dante che impara il mestiere. Nella fase più antica guarda ai modelli di Guittone d'Arezzo e alla tradizione siciliana e provenzale. Appartiene a questo momento lo scambio di sonetti con Dante da Maiano, sulle ragioni d'Amore.
Presto il suo sguardo si sposta. Compaiono i motivi di Guinizzelli, cioè la donna che salva e il potere dello sguardo di lei. Poi quelli di Cavalcanti, cioè l'amore doloroso, che paralizza e porta alla morte. Alcune di queste poesie sono vicine a quelle della Vita nuova, ma ne sono rimaste fuori. Un esempio è il sonetto "Guido, i' vorrei che tu e Lapo ed io".
Vale la pena ricordare anche la tenzone con Cino da Pistoia, composta tra gli anni prima dell'esilio e quelli successivi, fatta di consigli e giudizi sull'amore.
Le rime petrose
Le Petrose sono il gruppo più duro. Sono quattro componimenti, nell'edizione Contini i numeri 43-46: due canzoni, una sestina e una sestina doppia. Sono dedicati a una madonna chiamata Pietra, insensibile e crudele con chi la ama (non si sa, ad oggi, se sia una donna realmente esistita o una personificazioneallegorica).
Il tono cambia del tutto rispetto allo stilnovo. L'amore qui è violento e fisico, e la lingua è volutamente aspra. La critica vi ha riconosciuto un ritorno al modello del provenzale Arnaut Daniel e al suo stile chiuso e difficile. Sulla datazione si ragiona: un riferimento astronomico nella prima canzone viene letto come un rimando al dicembre 1296, mentre una parte della crtica le colloca dopo la stesura del Convivio. Sulla sestina "Al poco giorno e al gran cerchio d'ombra" c'è anche un'ipotesi più recente, che la porta al 1315-1316. È una proposta discussa.
Per sentire questa voce basta leggere l'inizio della canzone più celebre del gruppo.
Così nel mio parlar voglio esser aspro com'è ne li atti questa bella petra, la quale ognora impetra maggior durezza e più natura cruda,
Notiamo le parole: "aspro", "petra", "impetra", "durezza", "cruda". Il suono stesso del verso fa il lavoro. Il poeta vuole che la lingua sia dura quanto la donna che canta. Chi conosce l'Inferno può sentire qui un anticipo di certe sue atmosfere, come suggerisce una parte della critica.
La tenzone con Forese Donati
La tenzone con Forese Donati presenta un altro Dante. È uno scambio di sonetti ingiuriosi con un amico, scritto probabilmente tra il 1293 e il 1296. Forese morì nel 1296. La tenzone usa le forme della poesia comico-realistica, la stessa di Cecco Angiolieri. Si prendono in giro, si accusano di miseria e di vizi, e usano un linguaggio quotidiano e molto concreto. Nel sonetto con cui Dante apre la serie, la protagonista è la moglie di Forese, che tossisce anche in piena estate (testo da Dante online, edizione indicata come Barbi, 1960):
Chi udisse tossir la mal fatata moglie di Bicci vocato Forese, potrebbe dir ch'ell'ha forse vernata ove si fa 'l cristallo in quel paese.
Forese risponde per le rime. Nel secondo sonetto che ci arriva da lui racconta di una tosse presa la notte prima e di aver trovato, invece di fiorini, "Alaghier tra le fosse", cioè il padre di Dante, con una richiesta di essere sciolto. Sul piano storico va tenuta una cautela. Nella Commedia, Forese è un personaggio del Purgatorio, e Dante gli attribuisce parole di affetto. Il rapporto tra i due, per come lo leggiamo, passa dunque anche da questi sonetti. Più che un documento di rancore, la critica li legge come un gioco letterario tra amici. È un'interpretazione, non un dato.
Le rime allegoriche e dottrinali
Dopo la morte di Beatrice (1290) e la Vita nuova, il tema cambia. Nel Convivio Dante racconta di una passione per la filosofia, che identifica con la "donna gentile" che lo aveva consolato. Da qui nascono canzoni in cui la donna cantata è, sotto il velo del racconto, un'idea. Lo stile resta alto, ma l'impostazione è allegorica.
A questo gruppo appartengono alcune canzoni sulle virtù: quella sulla leggiadria, quella sulla giustizia, quella sulla liberalità. Secondo la critica, erano forse pensate per i capitoli del Convivio che non furono mai scritti. Il Convivio infatti si ferma al quarto trattato, mentre Dante ne aveva programmati molti di più.
Le rime dell'esilio
Negli anni dell'esilio Dante scrive rime morali e politiche. Una di queste è "Tre donne intorno al cor mi son venute" (1302-1303), sulla giustizia.
Nella canzone "Doglia mi reca ne lo core ardire", sulla liberalità, il poeta critica in tono apocalittico l'avarizia. Chiude le Rime la canzone "Amor, da che convien pur ch'io mi doglia", datata tra il 1307 e il 1308, che ritorna al tema amoroso nelle forme più cortesi e alte.
Un'ultima domanda: che cosa appartiene davvero a Dante?
Le Rime hanno un'appendice di rime dubbie. Barbi era poco incline ad accettarne l'autenticità, e ne giudicava meno improbabili solo alcune. Di recente alcuni studiosi hanno rimesso in discussione il confine. Per chi legge, la regola è semplice: quando una poesia compare tra le dubbie, va presentata come tale.
Una chiave di lettura finale
Le Rime ci fanno vedere Dante prima della Commedia, mentre prova. Nelle prime poesie impara dai maestri. Nelle petrose spinge la lingua fino all'asprezza. Nella tenzone con Forese ride e insulta. Nelle canzoni dottrinali ragiona di filosofia e di virtù. Nell'esilio parla di giustizia.
Un consiglio di lettura: prendere i tre testi di questo articolo e leggerli uno dopo l'altro, a voce alta. Cambia il suono, cambia il registro, cambia perfino l'idea di che cosa sia un poeta. È un buon modo per capire perché la Commedia, che mescola tutti questi stili, è potuta nascere da uno scrittore così.



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