Padre del ciel, dopo i perduti giorni di Francesco Petrarca: Analisi del testo
Un uomo si rivolge a Dio e comincia dal bilancio di ciò che ha sprecato. Giorni perduti, notti passate a vaneggiare, un desiderio feroce acceso dalla vista di una donna. Padre del ciel, dopo i perduti giorni è il sonetto LXII del Canzoniere di Francesco Petrarca, e si legge come una preghiera di pentimento. È anche uno dei testi in cui meglio si vede il conflitto che attraversa tutta la raccolta: l'amore per Laura da una parte, il desiderio di salvezza dall'altra.
Introduzione al sonetto
Il Canzoniere, o Rerum vulgarium fragmenta, è la raccolta di poesie in volgare con cui Petrarca costruisce, in più di trent'anni di lavoro, la storia del suo amore per Laura. Questo sonetto è il sessantaduesimo componimento e appartiene alla prima parte, quella delle rime composte mentre Laura era in vita. Segue il celebre Benedetto sia 'l giorno, e 'l mese, e l'anno, che celebra l'innamoramento. Qui il tono cambia: l'innamoramento è diventato una colpa da scontare.
Il punto di partenza è un anniversario. Il poeta dice che sta per concludersi l'undicesimo anno da quando è «sommesso al dispietato giogo» dell'amore, e ricorda che «oggi» Cristo fu in croce. Il giorno è dunque il Venerdì santo, la data che nel Canzoniere segna anche il primo incontro con Laura, come Petrarca dice altrove (sonetto 211: «Mille trecento ventisette, a punto / su l'ora prima, il dì sesto d'aprile»). Il sonetto viene di norma datato al 1338, undici anni dopo il 1327.
Il testo è breve ed è adatto a chi incontra Petrarca per la prima volta. Mostra in quattordici versi la sua tecnica: l'impianto da preghiera, la costruzione simmetrica, la parola scelta con cura per il suo peso.
Il metro
Padre del ciel, dopo i perduti giorni è un sonetto: quattordici endecasillabi divisi in due quartine e due terzine. Lo schema delle rime è: ABBA, ABBA, CDE, CDE.
Strofa | Versi | Rime | Parole in rima |
Prima quartina | 1-4 | ABBA | giorni, spese, s'accese, adorni |
Seconda quartina | 5-8 | ABBA | torni, imprese, tese, scorni |
Prima terzina | 9-11 | CDE | anno, giogo, feroce |
Seconda terzina | 12-14 | CDE | affanno, luogo, croce |
Le quartine hanno rima incrociata, con le stesse due rime: -orni (A) ed -ese (B). Le terzine hanno rima replicata: -anno, -ogo, -oce tornano nello stesso ordine nelle due strofe.
Tre dettagli meritano attenzione.
Le quattro parole in -orni dicono da sole la parabola del sonetto: i «giorni» perduti, gli atti «adorni» che ingannano, il «torni» della preghiera, lo «scorni» che si augura all'avversario.
Le due quartine formano un solo lunghissimo periodo. Dal v. 1 al v. 8 c'è una sola frase, tenuta insieme da una lunga attesa: il verbo principale, «piacciati», arriva soltanto al v. 5.
Nell'ultima terzina ogni verso si apre con un imperativo: «Miserere», «reduci», «ramenta». La rima finale, «croce», chiude il sonetto sulla parola più importante.
Testo e parafrasi affiancata
Testo | Parafrasi |
Padre del ciel, dopo i perduti giorni, dopo le notti vaneggiando spese, con quel fero desio ch'al cor s'accese, mirando gli atti per mio mal sì adorni, | Padre del cielo, dopo i giorni sprecati, dopo le notti passate a vaneggiare, con quel desiderio feroce che mi si accese nel cuore, mentre guardavo i gesti di lei, tanto leggiadri per mia sventura, |
piacciati omai col Tuo lume ch'io torni ad altra vita et a più belle imprese, sì ch'avendo le reti indarno tese, il mio duro adversario se ne scorni. | ti piaccia ormai, con la luce della Tua grazia, farmi tornare a un'altra vita e a imprese più nobili, così che il mio crudele avversario, dopo aver teso invano le sue reti, resti umiliato. |
Or volge, Signor mio, l'undecimo anno ch'i' fui sommesso al dispietato giogo che sopra i più soggetti è più feroce. | Ora, Signore mio, sta per finire l'undicesimo anno da quando fui sottomesso al giogo spietato, che è più feroce con chi più gli è sottomesso. |
Miserere del mio non degno affanno; reduci i pensier' vaghi a miglior luogo; ramenta lor come oggi fusti in croce. | Abbi pietà del mio dolore indegno; riconduci i miei pensieri erranti a una meta migliore; ricorda loro che oggi fosti messo in croce. |
Analisi del brano
L'apertura riecheggia il Padre nostro (Vangelo di Matteo, 6, 9-13). Petrarca non si rivolge a un Dio lontano: usa il nome familiare di Padre, e lo ripete a metà sonetto con «Signor mio» (v. 9). I due vocativi aprono simmetricamente le due parti del testo, quartine e terzine.
La prima parte è un solo periodo, che per otto versi trattiene il lettore con una lunga serie di complementi. Prima viene ciò che il poeta ha fatto (le notti «vaneggiando spese»), poi ciò che ha provato («fero desio»), poi ciò che l'ha causato («mirando gli atti»). Soltanto al v. 5 arriva la richiesta, «piacciati omai». Il ritardo è voluto: il lettore sente il peso del passato prima di sentire la domanda.
Il bilancio di un tempo sprecato
Le prime due righe sono costruite in parallelo: «dopo i perduti giorni» e «dopo le notti vaneggiando spese». Un commento nota il chiasmo tra «perduti giorni» e «notti [...] spese», e l'iperbato «notti vaneggiando spese», che isola al centro il verbo «vaneggiando». È la parola chiave della colpa: vaneggiare vuol dire perdersi in pensieri vani. Un dettaglio va notato. Laura non è nominata. Di lei restano «gli atti», cioè i gesti, e l'aggettivo «adorni», detto con un'aggiunta di rimprovero: «per mio mal». La bellezza è presentata come l'esca della trappola, non come un dono.
Il lume e l'avversario
Il v. 5 contiene due immagini centrali. «Col Tuo lume» è la luce della grazia divina, e la maiuscola di «Tuo» nel testo di Contini segnala che si parla di Dio. Il «duro adversario» del v. 8 è, secondo la lettura di molti commenti, il demonio: nella tradizione cristiana l'Avversario per eccellenza è Satana. Altri commenti scolastici sembrano identificarlo con Amore stesso, il che sposta il senso: se l'avversario è Amore, Laura diventa uno strumento del male, se è il diavolo, l'amore è solo il suo mezzo.
Le «reti indarno tese» appartengono al repertorio dell'amore come trappola, che la poesia amorosa conosceva da tempo. Qui sono rovesciate in senso religioso. Il poeta chiede a Dio che l'insidia fallisca.
Il giogo e il tempo
Nella prima terzina compare il tempo reale: «l'undecimo anno». Il «giogo» è l'attrezzo che lega i buoi all'aratro, e come metafora dice la schiavitù. Il verso conclusivo della terzina, «che sopra i più soggetti è più feroce», contiene un'idea amara: il giogo è più duro con chi gli si sottomette di più. Chi si è arreso all'amore ne è colpito più duramente.
Chi legge il Canzoniere sa che questo non è un pentimento definitivo. Petrarca tornerà a cantare Laura dopo questo sonetto, per molti altri componimenti. La preghiera mostra il desiderio di liberarsi, non l'avvenuta liberazione.
Le tre invocazioni finali
Nella seconda terzina il ritmo cambia. Tre imperativi, uno per verso, in un climax:
«Miserere», la pietà per il dolore;
«reduci», il ritorno dei pensieri a una meta migliore;
«ramenta», il ricordo della croce.
La richiesta passa dal sentimento (la pietà) al comportamento (ricondurre i pensieri) alla memoria (la Passione). L'ultimo verso fonde il piano personale con quello sacro: l'anniversario dell'innamoramento coincide con l'anniversario della morte di Cristo, e il poeta chiede a Dio di ricordare ai suoi pensieri che quel giorno è prima di tutto il giorno della croce.
«Miserere» è una parola latina, presa dalla liturgia e dai salmi di penitenza, in particolare dal salmo 50 (51 nella numerazione ebraica), che comincia proprio con quella parola. Il latino, inserito in un testo volgare, ha la forza di una formula pronunciata in chiesa.
Gli aggettivi del primo gruppo sono quasi tutti negativi, quelli del secondo comparativi: «più belle», «miglior». Il poeta non descrive la salvezza, la indica soltanto come un di più rispetto a ciò che ha. La sua idea di un'altra vita resta vaga, e questo rende credibile la preghiera.
Un sonetto, due tempi
Molti commenti leggono la struttura come un percorso di tre tempi: un passato di debolezza e di errore, un presente di precarietà, un futuro auspicato di liberazione. Le quartine guardano indietro e poi in avanti, le terzine tornano al presente e lo misurano (undici anni) prima di concludere con la richiesta.
Punti discussi
Alcuni passi si leggono in modi diversi, e conviene dirlo.
«mirando gli atti per mio mal sì adorni» (v. 4). Chi guarda e chi è «adorno»? I commenti leggono gli «atti» come i gesti di Laura; il rimprovero «per mio mal» si lega allo sguardo del poeta o alla bellezza di lei. La parafrasi proposta tiene entrambe le possibilità.
«col Tuo lume» (v. 5). Alcune parafrasi parlano di «luce della grazia», altre di «misericordia». Il senso è comunque l'aiuto divino.
«il mio duro adversario» (v. 8). Demonio o Amore: vedi sopra. Le schede scolastiche consultate non sono concordi.
«Or volge [...] l'undecimo anno» (v. 9). Alcune parafrasi leggono «sta per finire l'undicesimo anno», altre «comincia l'undicesimo anno». La differenza sposta di un anno la data, e il verbo «volge» consente entrambe.
«sopra i più soggetti» (v. 11). La parafrasi scelta intende «più feroce con chi gli è più sottomesso». Un'altra scheda legge «più crudele con chi è più devoto». Il senso generale non cambia.
La data. Che il giorno sia il Venerdì santo è dato da molti commenti, ma l'identificazione del 6 aprile 1327 con un Venerdì santo, e quindi del sonetto con una data precisa, è oggetto di discussione fra gli studiosi: da verificare.



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