Perch’i’ no spero di tornar giammai di Guido Cavalcanti: Analisi del testo
Un poeta è lontano da casa e pensa di non tornare più. Non scrive alla donna che ama: affida il messaggio alla sua stessa poesia. Perch’i’ no spero di tornar giammai è la ballata più nota di Guido Cavalcanti. Le parole, piccole e leggere, devono compiere un viaggio che il poeta non può fare, e portare alla donna anche qualcosa di più: la sua anima.
Per molto tempo la ballata è stata letta come il testamento di un esule.
Introduzione alla ballata
Guido Cavalcanti, fiorentino di parte bianca, nel giugno del 1300 fu mandato a Sarzana insieme ad altri capi delle fazioni, dopo gli scontri che laceravano Firenze. Tra i priori che decisero l'allontanamento c'era anche Dante, l'amico di un tempo. Richiamato dopo poche settimane perché la malaria si era diffusa tra i confinati, Guido tornò in città e morì il 29 agosto dello stesso anno. Con una vicenda così, i primi versi sembrano scritti per l'occasione: il poeta sa che non rivedrà la sua terra.
Sull'occasione, però, la critica non è d'accordo. Gianfranco Contini, secondo quanto riporta il poeta e saggista Antonio Prete, avverte che l'inizio della ballata non ha a che fare con l'esilio né con altra situazione biografica: è una «situazione letteraria».
La lontananza dalla donna è un motivo antico della lirica d'amore, e potrebbe essere una finzione poetica. C'è poi chi ha pensato a un altro viaggio della vita di Guido, il pellegrinaggio a Santiago de Compostela, di cui parla la tradizione e che alcuni fanno risalire a prima del 1300. Nessuna di queste ipotesi è dimostrata.
La ballata si trova nelle Rime, nell'edizione curata da Ercole Rivalta (Zanichelli, 1902), che la colloca tra le «rime posteriori al 1290».
Metro e Stile
Perch’i’ no spero di tornar giammai è una ballata, la forma della poesia per musica e per danza che nel Duecento si affianca a canzone e sonetto. Si apre con una ripresa
(il ritornello) e prosegue con le stanze. Ha 46 versi in tutto, così divisi:
una ripresa di sei versi;
quattro stanze di dieci versi ciascuna.
La ripresa è fatta da un endecasillabo e cinque settenari, con schema X a a b b Z.
Il primo verso (giammai) non ha rima nella ripresa. Poi vengono le rime Toscana-piana e mia-cortesia, e infine onore, la rima su cui tornerà tutta la ballata (la Z dello schema).
Ogni stanza si divide in due parti:
la fronte, di quattro endecasillabi a rima alternata (A B A B), divisa in due mutazioni di due versi;
la sirma, di sei versi: un endecasillabo che rima con l'ultimo della fronte, poi cinque settenari con rime c c d d x. Lo schema completo della stanza è ABAB, Bccddx.
L'ultimo verso di ogni stanza torna alla rima della ripresa: onore, dolore, core, amore, valore. È la scelta tipica della ballata, che ripete la stessa chiusa per riportare l'orecchio al ritornello. La stanza si lascia cantare, ma gli endecasillabi iniziali, più lunghi, danno al discorso il respiro del pensiero, mentre i settenari della sirma hanno il passo breve di un ritmo di danza.
Testo e parafrasi
Il testo è quello dell'edizione di Ercole Rivalta, Le rime di Guido Cavalcanti, Bologna, Zanichelli, 1902 . La parafrasi è nostra.
Testo | Parafrasi |
Perch’io non spero di tornar già mai, ballatetta, in Toscana, va tu leggera e piana dritt’a la donna mia, che per sua cortesia ti farà molto onore, | Poiché non spero di tornare mai più in Toscana, ballatetta, vai tu, leggera e tranquilla, dritta dalla mia donna: lei, nella sua cortesia, ti farà molto onore. |
Tu porterai novelle di sospiri piene di doglia e di molta paura; ma guarda che persona non ti miri. che sia nemica di gentil natura: chè certo per la mia disaventura tu saresti contesa, tanto da lei ripresa che mi sarebbe angoscia: dopo la morte poscia pianto e novel dolore. | Porterai notizie fatte di sospiri, piene di dolore e di grande paura. Ma fa' attenzione che non ti guardi una persona nemica dell'animo nobile. Per la mia sventura saresti infatti ostacolata e rimproverata da lei, al punto che per me sarebbe una pena. Dopo la morte, poi, verrebbero pianto e nuovo dolore. |
Tu senti, ballatetta, che la morte mi stringe sì che vita m’abandona, e senti come ’l cor si sbatte forte per quel, che ciascun spirito ragiona. Tant’è distrutta già la mia persona ch’io non posso soffrire. Se tu mi voi servire mena l’anima teco, molto di ciò ti preco. quando uscirà del core. | Senti, ballatetta, che la morte mi stringe tanto che la vita mi abbandona, e senti come il cuore batte forte per ciò che ogni spirito dice. La mia persona è già così distrutta che non posso più soffrire. Se vuoi servirmi, porta con te l'anima (te ne prego molto) quando uscirà dal cuore. |
De! ballatetta mia, a la tu’ amistate quest’anima che trema raccomando: menala teco nella sua pietate a quella bella donna a cui ti mando. De! ballatetta, dilli sospirando, quando li se’ presente: «questa vostra servente ven per istar con voi, partita da colui che fu servo d’amore.» | Ballatetta mia, affido alla tua amicizia questa anima che trema: portala con te, con la sua pietà, da quella bella donna a cui ti mando. Ballatetta, dille sospirando, quando le sarai davanti: «Questa vostra serva viene a stare con voi, separata da colui che fu servo d'Amore». |
Tu, voce sbigottita e deboletta, ch’esci piangendo de lo cor dolente, co’ l’anima e con questa ballatetta va ragionando de la strutta mente. Voi troverete una donna piacente, di sì dolce intelletto, che vi sarà diletto starle davanti ognora. Anim’, e tu l’adora sempre nel suo valore. | Tu, voce sgomenta e debole, che esci piangendo dal cuore addolorato, va' con l'anima e con questa ballatetta a ragionare della mente distrutta. Troverete una donna piacente, di intelletto così dolce che sarà per voi una gioia starle sempre davanti. E tu, anima, adorala sempre per il suo valore. |
Analisi del testo
Il primo verso fissa la condizione: il poeta «non spera» di tornare. Non c'è un'accusa né una protesta contro chi lo ha allontanato, e nessun nome di città o di nemico. Il testo non nomina Sarzana, né Firenze (parla solo di «Toscana»), né la politica. Per questo la lettura puramente biografica va presa con cautela: il testo dà una lontananza e un presentimento, non una cronaca.
Dentro questa lontananza cresce il tema della morte. Nella seconda stanza il linguaggio diventa fisico: la morte «mi stringe», la vita «m’abandona», il cuore «si sbatte forte». Non c'è la morte cristiana dei poeti religiosi del Duecento, con la promessa di un aldilà. La morte di Guido è quella che i suoi versi descrivono sempre: una separazione degli «spiriti» dal corpo, un cuore che cede. Il verso «Tant’è distrutta già la mia persona» dice la stessa idea con una parola, «distrutta», che ritorna nel lessico di Guido e che qui diventa quasi un'etichetta. Una nota di cautela: se la lontananza sia reale o letteraria, e se la morte sia imminente o immaginata, il testo non lo dice, e chi legge deve scegliere. L'ipotesi dell'esilio spiega bene il tono, quella della «situazione letteraria» spiega meglio perché la ballata sembri parlare a un lettore qualunque.
Un congedo capovolto
Nelle canzoni, il poeta si rivolge alla propria poesia alla fine, nel congedo, e le dice dove andare. Qui accade il contrario: la ballata si apre con il congedo. L'appello alla «ballatetta» è già nel secondo verso, e dura quasi fino all'ultimo. Antonio Prete osserva che l'allocuzione alla poesia è un modo consueto della lirica provenzale, siciliana e stilnovista, ma che di solito sta in chiusura. Qui compare subito e il personaggio-canzone viaggia tra la gente fino alla donna.
La ballatetta ha due compiti. È messaggera: deve portare «novelle di sospiri». È anche protetta e guardiana di un confine: non deve farsi guardare dalla «persona» che sia «nemica di gentil natura». La «gentilezza» è il confine che separa chi può capire la poesia d'amore e chi no, un tema che attraversa tutta la lirica del dolce stil novo, da Guinizzelli a Dante. Il pronome «da lei» dei versi 12-13 può riferirsi alla persona ostile (lettura più naturale, perché «persona» è femminile).
Poi lo sguardo si sposta. Nell'ultima stanza compaiono due altre voci: la «voce sbigottita e deboletta», che esce piangendo dal cuore, e l'anima. Il poeta si divide in più parti, ciascuna con un compito. La poesia viaggia, la voce racconta, l'anima va a vivere vicino alla donna. Sono tre figure del poeta, ed è l'anima, non il corpo, a compiere il viaggio che il corpo non può fare.
Il lessico
Il vocabolario della ballata mette insieme due registri. Il primo è quello della rovina: «sospiri», «doglia», «paura», «angoscia», «distrutta», «strutta mente», «sbigottita», «deboletta». Sono parole di un corpo che cede, e tornano in molte altre rime di Cavalcanti. Il secondo è quello della gentilezza cortese: «cortesia», «gentil natura», «piacente», «dolce intelletto», «valore». Ed è il lessico dell'amore come servizio: «servire», «servente», «servo d’Amore».
Le due serie non si mescolano. Nella parte centrale prevale la prima; nel finale prevale la seconda, con una donna «piacente» e di «dolce intelletto». Lì la parola «servente» (una serva, al femminile, perché è l'anima a parlare) trasferisce il vocabolario feudale dell'amore cortese in una scena che somiglia a una consegna di sé.
Anche i verbi sono quelli del corpo: «stringe», «abandona», «si sbatte». Perfino gli «spiriti», che nella fisiologia medievale sono forze vitali che passano tra cuore e cervello, «ragionano»: parlano tra loro, come personaggi. È un tratto della poesia di Cavalcanti, dove le parti dell'anima e del corpo agiscono come figure autonome. Qui il testo lo dice in un verso solo («per quel, che ciascun spirito ragiona»), e il senso preciso della frase è discusso: nel nostro testo l'abbiamo parafrasato in modo letterale.
L'ultimo verso
La ballata finisce con un comando rivolto all'anima: «Anim’, e tu l’adora / sempre nel suo valore». Il verbo «adorare» è forte: nel lessico della lirica indica la devozione verso la donna, ma ha anche una risonanza religiosa. È una chiusa che rovescia il tono d'apertura. Dopo la paura e la morte, il testo termina con un gesto di fedeltà.
Come leggere questo finale? Una lettura possibile è che la fine renda vero ciò che la vita impediva: l'anima, lasciato il cuore, può finalmente stare davanti alla donna e adorarla, senza il tormento del corpo. È un'interpretazione, non un dato del testo, e altri lettori possono vederci semplicemente l'ultima formula di fedeltà di un amante. Resta il contrasto: nel dolce stil novo di Guido l'amore di solito distrugge, qui almeno promette un luogo dove l'anima ha pace.
La fortuna di questi versi è documentata. Prete ricorda che il primo verso è stato ripreso e rimodulato da T. S. Eliot all'inizio di Mercoledì delle ceneri, e che molti traduttori, tra cui Ezra Pound, si sono misurati con la musica di questa ballata.



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