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Erano i capei d’oro a l’aura sparsi di Francesco Petrarca: Analisi del testo

3 giorni fa
Tempo di lettura: 5 min

Il sonetto comincia con un verbo all’imperfetto e con una luce. «Erano i capei d’oro»: non c’è un invito, non c’è un saluto, c’è un’immagine che il poeta ricorda e che nel ricordo brilla ancora. Quattordici versi bastano a Petrarca per mettere insieme una donna che sembra un angelo, un innamoramento improvviso e una frase finale che suona come una sentenza: anche se lei non fosse più com’era, la ferita resta. Erano i capei d’oro a l’aura sparsi è il numero 90 del Canzoniere (Rerum vulgarium fragmenta) ed è uno dei testi più citati della poesia italiana.


Introduzione al sonetto

Francesco Petrarca raccoglie nel Canzoniere i componimenti dedicati in gran parte a Laura. Il sonetto XC appartiene alla prima parte della raccolta, quella delle poesie scritte mentre Laura era ancora viva. Eppure il tempo del racconto non è il presente. Il poeta guarda indietro, a un momento preciso in cui Laura gli apparve e lui si innamorò, e lo descrive come se vedesse la scena in controluce.

Si può leggere il testo in tre passi.

  • Le quartine (vv. 1-8). Laura appare: capelli sparsi al vento, occhi luminosi, un viso che sembra rivestirsi di compassione. Il poeta si innamora all’istante e domanda se ci si possa stupire.

  • La prima terzina (vv. 9-11). Il portamento e la voce di Laura non sono di questo mondo.

  • La seconda terzina (vv. 12-14). Il poeta dà la sua definizione («uno spirto celeste, un vivo sole») e chiude con un’immagine di ferita che non guarisce.


Metro e Stile

Erano i capei d’oro a l’aura sparsi è un sonetto: quattordici endecasillabi divisi in due quartine e due terzine. Lo schema delle rime è: ABBA, ABBA, CDE, DCE.

Strofa

Versi

Rime

Parole in rima

Prima quartina

1-4

ABBA

sparsi, avolgea, ardea, scarsi

Seconda quartina

5-8

ABBA

farsi, parea, avea, arsi

Prima terzina

9-11

CDE

mortale, parole, umana

Seconda terzina

12-14

DCE

sole, tale, sana

Le quartine sono a rima incrociata e usano le stesse due rime: -arsi (A) e -ea (B). Le terzine hanno rima invertita: le rime -ale (C), -ole (D) e -ana (E) tornano nella seconda terzina con le prime due scambiate di posto (CDE, poi DCE), mentre la rima E resta in chiusura di entrambe.

Alcuni dettagli aiutano la lettura.

  • Le rime A, «sparsi», «scarsi», «farsi», «arsi», passano dalla chioma sparsa agli occhi che ora sono «scarsi» di luce, fino al fuoco dell’innamoramento. «Arsi» chiude la seconda quartina e risponde a «ardea» del verso 3.

  • Le rime B sono tutte verbi all’imperfetto: «avolgea», «ardea», «parea», «avea». Il tempo del ricordo è inscritto nella rima.

  • Il verso 14 chiude la seconda terzina con la rima E: «sana» risponde a «umana» del verso 11. È una parola breve e definitiva, e dà al verso il valore di sentenza.


Testo e parafrasi affiancata

Testo

Parafrasi

Erano i capei d’oro a l’aura sparsi che ’n mille dolci nodi gli avolgea,

I capelli biondi erano sparsi al vento, che li avvolgeva in mille boccoli soavi,

e ’l vago lume oltra misura ardea di quei begli occhi, ch’or ne son sì scarsi;

e la luce seducente di quei begli occhi, che adesso ne hanno così poca, ardeva oltre misura;

e ’l viso di pietosi color’ farsi, non so se vero o falso, mi parea:

e mi sembrava che il viso si colorasse di compassione, non so se fosse vero o solo un’impressione:

i’ che l’esca amorosa al petto avea, qual meraviglia se di sùbito arsi?

io che avevo nel petto l’esca pronta per l’amore, che meraviglia se avvampai all’istante?

Non era l’andar suo cosa mortale, ma d’angelica forma; e le parole

Il suo modo di camminare non era di una creatura mortale, ma di una forma angelica; e le parole

sonavan altro che, pur voce umana;

suonavano come qualcosa di più di una semplice voce umana;

uno spirto celeste, un vivo sole fu quel ch’i’ vidi: e se non fosse or tale,

uno spirito celeste, un sole vivo fu quello che vidi; e anche se ora non fosse più così,

piagha per allentar d’arco non sana.

la ferita non guarisce perché l’arco si allenta.


Analisi del testo


Un’apparizione al passato

Il primo verso mette in scena la chioma di Laura sparsa dal vento. L’immagine è luminosa e insieme lontana: tutti i verbi della prima parte sono all’imperfetto («erano», «avolgea», «ardea», «parea», «avea»). Il presente compare soltanto nei dubbi del poeta: «non so se vero o falso», «se non fosse or tale»: Guinizzelli e Cavalcanti descrivono la donna come se fosse davanti al poeta, Petrarca la proietta in un passato che esiste soltanto nel ricordo.


Gli occhi di ieri e di oggi

Al verso 4 la scena si incrina: gli occhi che ardevano oltre misura sono ora «sì scarsi» di luce. È una nota malinconica, la prima: il poeta ricorda una bellezza che il tempo ha già cominciato a consumare. Si noti la simmetria con il verso 13: «e se non fosse or tale». Il sonetto è cucito da questo ripensamento.


La domanda retorica

«I’ che l’esca amorosa al petto avea, / qual meraviglia se di sùbito arsi?» La metafora è quella del fuoco: nel petto del poeta c’era già l’esca, cioè il materiale pronto a prendere fuoco, e bastava una scintilla. È una domanda retorica che serve a giustificare l’innamoramento. Il poeta non si difende dall’amore e non ne fa un peccato: lo presenta come un esito naturale. La parola «arsi» riprende «ardea» del verso 3: la luce degli occhi e il fuoco del poeta sono la stessa cosa vista da due lati.


La natura angelica

Le terzine sono l’elogio vero e proprio. Il passo di Laura «non era cosa mortale», la sua forma è angelica, le parole suonano «altro che, pur voce umana». La struttura è per antitesi: non mortale, ma angelica; non voce umana, ma qualcosa di più. Il tema è quello della donna-angelo che la tradizione stilnovista aveva fissato. Qui però ritorna in una forma già riflessa: le formule di lode sono familiari, il poeta le rilegge dopo averle vissute.

Al verso 12 la definizione si concentra in due parti: «uno spirto celeste, un vivo sole». Il parallelismo tra lo spirito, che è invisibile, e il sole, che si vede, unisce il piano spirituale a quello sensibile.


L’ultimo verso

«Piagha per allentar d’arco non sana.» È la chiusa sentenziosa (Wikipedia la chiama epifonema). L’immagine è quella dell’arciere: anche se l’arco si allenta, cioè anche se Amore smette di tendere la corda, la ferita già inferta non guarisce. Il senso è che l’amore di Petrarca non dipende dallo stato presente di Laura: il poeta ama ciò che ha visto, e quello che ha visto non può più perdere.


Laura, l’aura, l’auro

Il primo verso gioca sul suono. «A l’aura» si legge come «al vento» ma suona come «a Laura». Nei manoscritti medievali l’apostrofo non si segnava, e questo moltiplica le letture possibili: «i capelli d’oro erano sparsi al vento» e «i capelli d’oro di Laura erano sparsi».


Il lessico del fuoco e della luce

Le parole del sonetto si dispongono in tre famiglie.

Famiglia

Parole

Luce

oro, vago lume, begli occhi, vivo sole

Fuoco

ardea, esca, arsi

Ferita

piaga, arco

Quasi tutte sono metafore consuete della poesia d’amore. Il sonetto le mette in sequenza: la luce di Laura accende il fuoco, il fuoco lascia una ferita. Nel finale, ferita e arco danno al fuoco una cicatrice.


Una chiave di lettura finale

Per leggere bene questo sonetto conviene guardare la distanza tra due momenti: quello in cui Laura appare e quello in cui il poeta la ricorda. L’apparizione è piena di luce, di compassione, di bellezza oltre ogni misura. Il ricordo è pieno di dubbi: «non so se vero o falso», «se non fosse or tale».

In mezzo c’è la ferita. Petrarca non chiede a Laura di tornare com’era e non pretende una prova che il suo sguardo fosse davvero pietoso. Gli basta dire che quello che ha visto lo ha cambiato. Per questo il sonetto non è soltanto un elogio: è la storia di un innamoramento che il tempo non può disfare, raccontata da chi sa già che tutto ciò che descrive è passato.

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