Era il giorno ch'al sol si scoloraro di Francesco Petrarca: Analisi del testo
Il terzo sonetto del Canzoniere racconta un incontro, ma non lo racconta come un incontro. Petrarca non dice dove né come ha visto Laura: dice in quale giorno è stato preso. E sceglie il giorno più carico del calendario cristiano, quello in cui il sole si oscura per la morte di Cristo. In quattordici versi l'innamoramento diventa un fatto che ha a che fare con la storia sacra, con la colpa e con la memoria. Era il giorno ch'al sol si scoloraro è uno dei testi più studiati dell'intera raccolta, e uno dei migliori per capire come lavora Petrarca.
Introduzione al sonetto
Il sonetto appartiene ai Rerum vulgarium fragmenta, il libro di poesie in volgare che Francesco Petrarca sistemò nel corso di una vita. Le prime pagine funzionano da ingresso alla vicenda d'amore. Il sonetto I è il proemio, il II dice che cosa ha reso possibile l'innamoramento, cioè la vendetta di Amore. Il III fissa il momento. Laura, assente dai primi due testi, entra in scena qui, e lo fa come destinataria: il poeta le parla con un «voi».
L'innamoramento avviene in chiesa, a Santa Chiara ad Avignone, il 6 aprile 1327, secondo un tòpos diffuso nella letteratura amorosa. Petrarca lo fa coincidere con il Venerdì Santo. Da lì, scrivono gli autori, ha inizio l'errore che ottenebrerà l'animo del poeta.
Un'altra caratteristica va detta subito. Il sonetto non descrive l'incontro mentre accade. Lo rievoca da lontano. A differenza di quanto avviene nella tradizione stilnovistica, con la sola eccezione della Vita nova di Dante, l'incontro con la donna passa attraverso la memoria di chi lo rivive a distanza di tempo e gli attribuisce un ruolo decisivo per la propria storia.
Metro e stile del sonetto
Era il giorno ch'al sol si scoloraro è un sonetto, cioè una forma fissa di quattordici endecasillabi divisi in due quartine e due terzine. Lo schema è: ABBA, ABBA, CDE, DCE.
Strofa | Versi | Rime | Parole in rima |
Prima quartina | 1-4 | ABBA | scoloraro, rai, guardai, legaro |
Seconda quartina | 5-8 | ABBA | riparo, andai, guai, incominciaro |
Prima terzina | 9-11 | CDE | disarmato, core, varco |
Seconda terzina | 12-14 | DCE | honore, stato, arco |
Le quartine hanno rima incrociata, e le due quartine usano le stesse due rime: -aro (A) e
-ai (B). Nelle terzine la prima ha ordine CDE, la seconda DCE: le rime tornano, ma le prime due si scambiano di posto. Tre dettagli meritano attenzione:
Tre delle quattro rime A sono verbi al passato remoto di terza persona plurale (scoloraro, legaro, incominciaro). Fa eccezione il sostantivo riparo. Il passato remoto fissa l'evento nel tempo, come una data sul calendario.
La parola «guai» è in rima con «rai» e «guardai»: l'apertura solenne sul sole e la sofferenza del poeta finiscono nello stesso suono.
La rima in -ore dei versi 10 e 12 (core, honore) lega due parole lontane per significato: l'organo colpito e l'onore di Amore, che il poeta gli nega.
Testo e parafrasi affiancata
Testo | Parafrasi |
Era il giorno ch'al sol si scoloraro per la pietà del suo factore i rai, | Era il giorno in cui i raggi del sole si oscurarono per la pietà verso il loro Creatore, |
quando i' fui preso, et non me ne guardai, ché i be' vostr'occhi, donna, mi legaro. | quando fui preso, e non mi difesi, perché i vostri begli occhi, donna, mi legarono. |
Tempo non mi parea da far riparo contra colpi d'Amor: però m'andai | Non mi sembrava il momento di difendersi dai colpi di Amore: per questo andai |
secur, senza sospetto; onde i miei guai nel commune dolor s'incominciaro. | sicuro, senza sospetto. Così le mie sofferenze cominciarono dentro il dolore comune. |
Trovommi Amor del tutto disarmato et aperta la via per gli occhi al core, | Amore mi trovò del tutto disarmato e aperta la strada dagli occhi al cuore, |
che di lagrime son fatti uscio et varco: | gli occhi, che da allora sono diventati porta e passaggio per le lacrime. |
però, al mio parer, non li fu honore ferir me de saetta in quello stato, | Per questo, a mio parere, per lui non fu un onore colpirmi con una freccia in quello stato, |
a voi armata non mostrar pur l'arco. | e non mostrare neppure l'arco a voi, che eravate armata. |
Analisi del testo
Un giorno che non si nomina
I primi due versi non dicono «era il Venerdì Santo». Dicono che i raggi del sole persero colore per la pietà verso il loro Fattore. Il verbo «scoloraro» indica un impallidire, un perdere luce. I commenti rimandano al Vangelo di Luca (23, 44-45): verso l'ora sesta calarono le tenebre su tutta la terra fino all'ora nona, e il sole si oscurò.
Il sole è presentato come una creatura che prova pietà del proprio Creatore. È una personificazione solenne, e «factore» è un latinismo che dà al verso un tono liturgico. Il giorno viene detto per allusione, con il linguaggio della devozione, prima ancora che il poeta parli di sé.
«Fui preso»
Al terzo verso entra l'io, ma non come soggetto che agisce. «Quando i' fui preso» è una forma passiva: il poeta subisce. Si aggiunge «et non me ne guardai», cioè non mi difesi.
Il quarto verso rivela la causa, gli occhi della donna, e il verbo «legaro» appartiene al lessico dell'amore cortese, in cui chi ama è un prigioniero, un servo in catene.
Notiamo il vocativo «donna» in mezzo al verso. Il racconto del passato diventa un discorso rivolto a Laura nel presente, con un tono quasi di rimprovero gentile.
Il tempo sbagliato per difendersi
La seconda quartina porta una giustificazione. Il poeta non si difese perché il tempo, in quel giorno, non sembrava richiederlo. Nel giorno della Passione nessuno pensa a guardarsi da Amore. Così «secur, senza sospetto» il poeta andò incontro a ciò che non vedeva.
Le note di commento ricordano che l'espressione richiama Dante, Inferno V, 129, dove Francesca dice di sé e di Paolo: «soli eravamo e sanza alcun sospetto». I due contesti sono diversi, ma hanno in comune la sorpresa: l'amore arriva quando la guardia è abbassata. Un commento aggiunge che anche «guai» è una parola-rima dantesca dello stesso canto (Inferno V, 48). Chi legge, se vuole, può sentire in Petrarca la memoria di Francesca, ma la parentela di tono non è dichiarata dal testo.
L'ottavo verso è il più audace: «onde i miei guai / nel commune dolor s'incominciaro». Il dolore privato nasce dentro il dolore di tutti i fedeli per la morte di Cristo. Due piani che sembrano incompatibili vengono sovrapposti. Un commento osserva che il parallelismo mette in antitesi le due reazioni: Cristo muore per salvare, mentre i guai del poeta sono il segno della sua perdizione.
La via per gli occhi
La prima terzina riprende un tema tradizionale: l'immagine della donna arriva al cuore passando attraverso gli occhi, questa fenomenologia amorosa si trova dai provenzali in poi. Lo stesso canale da cui Amore è entrato diventa la via di uscita per le lacrime: «uscio et varco». Gli occhi sono porta d'ingresso della passione e sorgente del pianto. È una simmetria amara, e riassume l'esperienza amorosa del Canzoniere.
La freccia e l'arco
Nella seconda terzina il tono cambia. Il poeta si rivolge ad Amore, che nella tradizione è un arciere, e lo accusa quasi di slealtà: ferire un uomo disarmato non è un onore. Un antecedente simile si ritrova in Ovidio (Amores I, 2, 22: non sarà per te motivo di lode vincermi quando sono inerme).
L'ultimo verso è il più discusso. «A voi armata non mostrar pur l'arco»: ad Amore non è bastato, per questa battaglia sbilanciata, nemmeno minacciare Laura. Il poeta era «disarmato» (v. 9), lei è «armata» (v. 14), e l'antitesi chiude il sonetto in un movimento circolare. Il testo torna al motivo della cattura con cui si era aperto, e lo fa nel segno della disparità: il poeta ama e soffre, la donna resta al riparo.
I tempi e l'andamento
Il passato remoto («scoloraro», «legaro», «incominciaro») ferma gli eventi, l'imperfetto («parea») dà il ritmo dei pensieri di allora, e il tempo della scrittura si sente in aperture come «al mio parer». Il racconto è pronunciato da qualcuno che, ormai lontano, sa come è finita.



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