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Le Epistole di Dante: lettere, politica e il caso Cangrande

4 giorni fa
Tempo di lettura: 6 min

Di Dante conosciamo la Commedia, la Vita nuova, le Rime. Meno note sono le sue lettere. Eppure sono tra i pochi testi in cui lo sentiamo parlare in prima persona, a un destinatario preciso, in un momento preciso. Sono scritte in latino e quasi tutte nascono dall'esilio.

Le Epistole ci portano in un Dante diverso dal poeta della Commedia. Qui è un intellettuale che prende posizione, cerca protettori, scrive a imperatori, cardinali e concittadini. Ma ci pongono anche un problema serio: non tutte hanno la stessa certezza di attribuzione, e una in particolare, l'Epistola XIII a Cangrande della Scala, è al centro di un dibattito che dura da generazioni.


Quante sono e come ci sono arrivate

Le Epistole che la tradizione attribuisce a Dante e che oggi si leggono nelle edizioni sono tredici. Sono tutte in latino. Il numero indica le lettere che ci restano, non quelle che Dante scrisse: altre sono perdute e ne sappiamo qualcosa solo da testimonianze antiche.

La tradizione manoscritta è molto ridotta. Con l'eccezione della XIII, le altre lettere sono affidate a un solo manoscritto, oppure a pochi. Tre di esse, la III, la XI e la XII, si leggono in un manoscritto di mano di Giovanni Boccaccio, lo Zibaldone Laurenziano. Quasi tutte le altre stanno in un codice tardo trecentesco, il Vaticano Palatino latino 1729, nato nell'ambiente di Coluccio Salutati.

Questo spiega una cosa importante. Le lettere non circolavano come un libro d'autore. Sono arrivate per fortuna, raccolte da lettori che le consideravano preziose.


Lettere perdute

Sappiamo che Dante ne scrisse altre. Giovanni Villani ricorda una lettera ai reggitori di Firenze, in cui si lamentava dell'esilio senza colpa. Leonardo Bruni, nella sua Vita di Dante, ne cita l'inizio: “Popule mi, quid feci tibi?”, cioè “Popolo mio, che cosa ti ho fatto?”. Bruni ebbe tra le mani lettere autografe e ne descrisse la scrittura: “era la sua lettera magra e lunga e molto corretta”. Di quelle carte non resta nulla.

C'è poi una lettera che non fa parte del canone. È la cosiddetta epistola a Guido da Polenta, sulla presunta ambasceria a Venezia del 1314. Ci è arrivata solo in volgarizzamento e contiene anacronismi, per questo gli studiosi la escludono.


Il quadro delle tredici lettere

Le Epistole non sono un gruppo omogeneo. Ecco una rappresentazione essenziale, nella numerazione delle edizioni correnti. Le date sono approssimate, poiché variabili nelle varie edizioni.

Epistola

Destinatario

Argomento in breve

I

Cardinale Niccolò da Prato, a nome dei Bianchi fuoriusciti

Lettera politica del 1304, scritta per conto di altri

II

Oberto e Guido da Romena

Lettera di condoglianze per la morte di un parente

III

Cino da Pistoia

Lettera di tono letterario sull'amore

IV

Moroello Malaspina

Lettera di tono letterario, che accompagna dei versi

V

Ai principi e ai popoli d'Italia

Invito ad accogliere Arrigo VII (1310)

VI

Ai fiorentini

Rimprovero e minaccia contro chi resiste all'imperatore (1311)

VII

Ad Arrigo VII

Invito a muovere contro Firenze (1311)

VIII, IX, X

All'imperatrice Margherita, a nome della contessa Gherardesca di Battifolle

Lettere scritte per conto di una committente

XI

Ai cardinali italiani

Dopo la morte di Clemente V (1314)

XII

A un amico fiorentino

Rifiuto di un rientro umiliante a Firenze (1315)

XIII

A Cangrande della Scala

Dedica del Paradiso e commento alla Commedia

Parecchie lettere sono scritte per conto di altri, come la I e le lettere alla imperatrice. Dante vi presta la penna, non la voce personale. L'insieme riflette la vita di un esule, con la ricerca di appoggi, i rapporti con le corti e il lavoro come scrittore su commissione.


Le lettere politiche: l'impresa di Arrigo VII

Il nucleo più coerente è quello dedicato ad Arrigo VII di Lussemburgo, l'imperatore che scende in Italia nel 1310. Per Dante, che da anni vive lontano da Firenze, è la speranza di un ordine nuovo: un potere universale che metta fine alle guerre tra fazioni e città.

L'Epistola V si rivolge ai principi e ai popoli d'Italia. È un invito ad accogliere l'imperatore come inviato di un disegno più alto, e a deporre le discordie. Il tono è alto, quasi profetico.

L'Epistola VI è diretta ai fiorentini, accusati di tradire la vera libertà e la giustizia. Dante li avverte di non opporsi ad Arrigo. È la lettera di un esule che scrive alla propria città con parole durissime.

L'Epistola VII è rivolta all'imperatore stesso. Lo invita a punire la tirannide e a non attardarsi in Lombardia, e indica in Firenze il centro del male. Le due lettere sono datate nella primavera del 1311.

Questo gruppo mostra che pensiero politico e scrittura sono legati. Gli stessi temi tornano nella Monarchia, il trattato latino sull'impero. E si sente il bisogno di ordine che attraversa anche la Commedia. Il progetto di Arrigo però fallisce: l'imperatore muore nel 1313, e con lui si spegne la speranza di Dante.


Ai cardinali

L'Epistola XI, ai cardinali italiani, nasce dopo la morte di papa Clemente V nel 1314. Dante vi interviene su un tema che gli sta a cuore, quello della Chiesa e del suo ruolo. Esorta i cardinali italiani a lavorare perché il papato torni a Roma, dopo il trasferimento ad Avignone. È uno dei testi in cui più si sente la sua indignazione morale per la corruzione degli uomini di Chiesa.


Il rifiuto del rientro

Nell'Epistola XII Dante risponde a un amico fiorentino a proposito di una possibile amnistia. Le condizioni proposte comportavano un atto pubblico di sottomissione, e Dante le respinge. Il tono è fiero: non è disposto a tornare a Firenze a prezzo del proprio onore. È la lettera che più si cita per capire la dignità con cui visse l'esilio. Come per le altre, le date e il contesto preciso vanno controllati sull'edizione.


Il caso dell'Epistola XIII a Cangrande

L'Epistola XIII è la più nota e la più discussa. È indirizzata a Cangrande della Scala, signore di Verona, che accolse Dante durante l'esilio. Contiene la dedica del Paradiso e un commento alla Commedia. La datazione non è certa: i segnali interni la collocano tra il 1316, quando si pensa iniziata la stesura del Paradiso, e il 1320.


La lettera si divide in due parti. Nella prima, i paragrafi da 1 a 13, c'è la dedica. Dante spiega di avere considerato i suoi doni e di non averne trovato uno più degno della terza cantica. La seconda parte, dal paragrafo 14 in poi, è un'introduzione e un commento. Distingue il senso letterale da quello allegorico, e dentro l'allegorico indica un senso morale e uno anagogico. Presenta la Commedia come opera che vuole portare i viventi dalla miseria alla felicità. Il commento si ferma presto, e la lettera si chiude con una richiesta di aiuto economico a Cangrande.

Per molti lettori questa lettera è una chiave d'accesso preziosa alla Commedia.

Per questo la questione della sua autenticità pesa tanto.


Perché è discussa

Il problema è l'attribuzione. Uno dei motivi del dubbio è il forte divario di stile tra la prima parte, la dedica, e la seconda, il commento. Per questo la dedica è spesso considerata di Dante, mentre il resto ha acceso dispute accese.

Gli studiosi si dividono. Tra chi nega l'autenticità si ricordano Augusto Mancini, Bruno Nardi, Giorgio Brugnoli e Alberto Casadei. Tra chi la sostiene, Giorgio Padoan, Francesco Mazzoni, Robert Hollander, Enzo Cecchini (che ne ha curato l'edizione critica del 1995) e Luca Azzetta. Un elemento ha pesato a favore: la lettera era nota agli antichi commentatori, ed è citata come dantesca da Andrea Lancia già a metà del Trecento. Questo ridimensiona i dubbi più radicali, ma non chiude il problema. Resta aperta la possibilità che solo una parte del testo sia di Dante. La tradizione manoscritta, d'altra parte, è fragile. Il testo intero sopravvive in sei manoscritti databili tra la metà del Cinquecento e l'inizio del Seicento. Altri tre, del Quattrocento, riportano soltanto la dedica.


Le Epistole come fonte biografica

Le lettere sono preziose perché sono quasi l'unico modo di vedere Dante in azione.

Dalla I alla XII compare un esule con le sue alleanze, le sue speranze e le sue delusioni.

Si capisce la sua partecipazione alla vita dei Bianchi fuoriusciti. Si capisce il legame con corti come quelle dei Malaspina e degli Scaligeri. E si vede quanto la politica sia centrale nella sua vita dopo il 1302.

Una lettera non è un diario. Alcune sono scritte a nome di altri, quasi tutte seguono regole retoriche precise. Per questo il tono personale va letto sempre dentro le convenzioni del genere. Le Epistole seguono l'ars dictandi, l'arte medievale di comporre lettere, che aveva avuto nel suo maestro Brunetto Latini un grande rappresentante. Una lettera medievale ha un saluto, un esordio, una narrazione, una richiesta e una chiusura, secondo uno schema. Quindi sono una fonte autentica, ma filtrata dalla forma. Vanno usate insieme alla Commedia, alla Monarchia e ai documenti d'archivio, non al posto loro.


Le Epistole come documento dello stile latino

C'è un secondo motivo per leggerle. Sono la prova che Dante scriveva in latino, e che lo faceva in modo complesso e ambizioso. Chi lo conosce solo per il volgare scopre una prosa solenne, ricca di immagini bibliche, con periodi lunghi e costruiti.

Il latino delle Epistole non è quello classico dei modelli antichi. È il latino medievale della cancelleria e della scuola, con il suo ritmo codificato. Mostra un Dante che sa muoversi tra registri diversi: l'invettiva profetica contro Firenze, la dignità del rifiuto nell'Epistola XII, la cortesia delle dediche e delle lettere letterarie.

Per chi studia la lingua di Dante, questo ha un valore preciso. Le Epistole, insieme a De vulgari eloquentia, Monarchia ed Egloghe, mostrano che il Dante poeta in volgare era anche un uomo di cultura latina, cresciuto in un mondo in cui il latino era la lingua del diritto, della Chiesa e del pensiero.

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